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Pubblicato da il 23 Mar 2017 in Articoli | 0 commenti

Attacco all’arte e bellezza negata. Benvenuti nel luna park del turbocapitalismo

Attacco all’arte e bellezza negata. Benvenuti nel luna park del turbocapitalismo

 
di Antonio Cipriani

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
(Italo Calvino. Le città invisibili)

Prima parte. Tuscania o di storia e paesaggio a menù fisso.
Scoperchiata, poetica e meravigliosa, la chiesa di San Francesco a Tuscania è un complesso del XIII secolo che la collettività avrebbe potuto e dovuto salvare dalla devastazione. L’avevo conosciuta magica negli anni ’90, con la storia che segnava la sua struttura di chiesa abbandonata, saccheggiata, utilizzata anche come mattatoio comunale e poi terrazzo naturale con vista sulla vallata e sulla Basilica di San Pietro. L’ho rivista anni dopo con i veli e i tavoli osceni di un ristorante, con farneticanti riproduzioni in plastica di opere dei grandi pittori rinascimentali (un modo per anestetizzare la potenzialità rivoluzionaria dell’arte), ma ancora struggente di bellezza, con la Cappella Sparapane confusa in un temporary shop. Da qualche anno non torno, ma ho visto una foto recente e assurda con tavoli di lusso e tettoia posticcia.
La storia e il paesaggio come semplici scenografie per il companatico di lusso. Prima ci crescevano le erbacce, adesso tutto è in ordine e pulito… In questa accettazione disinvolta e “senza capire” viene alla luce un inebetito bisogno di decoro, di conformismo ispirato dalla mediocrità mediatica. Qui passò San Francesco e qui parlò agli uccelli, raccontano le leggende. Adesso, senza prenotazione, non lo farebbero neanche entrare nella chiesa a lui dedicata.
La vecchia Tuscania si toglie la polvere dei secoli dalle spalle e spalanca le porte alla modernità. Tradotto in un concetto più terra terra, Tuscania rinuncia al bene comune, alla storia come metafora fertile di bellezza e poesia, in cambio di due spicci di decoro inutile affidato con leggerezza al profitto privato. Il valore del giacimento culturale, come ama ripetere il ministro della Cultura Dario Franceschini per il quale l’arte è il petrolio dell’Italia. Qualcosa da estrarre, da sfruttare per gli interessi di pochi e lo svantaggio di tutti gli altri. Mi sembra che il ministro non abbia sbagliato immagine. È stato chiaro: l’arte, la bellezza, il paesaggio, la storia hanno valore solo se sfruttati da petrolieri e affini. Siamo alla finanziarizzazione dell’arte, dell’arte del pensiero unico, con il profitto come unica motivazione etica (e anche estetica).

Seconda parte. “Attacco all’arte” tra bellezza negata e arena mediatica.
Scrivo questi appunti ai margini di una riflessione che farò presentando il libro di Simona Maggiorelli “Attacco all’arte. La bellezza negata”, gran bel lavoro, coraggioso e profondo, da poco in vendita per i tipi dell’Asino d’oro. Simona è una giornalista, e quel che emerge in questo saggio è il concetto dell’inchiesta ben fatta, urticante direi. In questi appunti non parlo dei filoni trattati dal libro, ma del fastidio che ti lascia analizzando le miserie della storia, quelle della politica e le macerie della cultura. Le domande che accende sono queste: dove abbiamo sbagliato? Come ha potuto la cultura ridursi al ruolo scintillante e decorativo del potere che ha? Come ha potuto il giornalismo non fare da sentinella, non denunciare, non fiatare, non capire. Come ha potuto assoggettarsi così tanto al ruolo di maggiordomo del potere politico e finanziario? Che cosa può fare il cittadino per tornare a essere protagonista, a pensare, uscendo dal labirinto di interessi intrecciati dell’arena mediatica?
Nella presentazione romana Paolo Fallai, critico e giornalista, ha detto: “Questo libro rende evidente la poca preparazione della nostra categoria. L’immenso credito di credibilità che abbiamo accumulato nei confronti dei lettori”. Lo condivido in pieno. Questo lavoro rappresenta un antidoto e un pericolo. Un antidoto contro il conformismo. Un pericolo vero perché è controcorrente in modo reale. Vedremo che cosa accadrà, perché la vera potenza dell’arena mediatica è tradurre ogni sovversione in un tassello utile al potere. Annullandone valore e potenza. Esaltando o trascurando, sempre spegnendo senso critico. L’uomo a una dimensione, parafrasando Marcuse, ha bisogno di non sapere. Non deve porsi dubbi, deve obbedire. L’epoca è quella dell’obbedienza assoluta a pretese che un uomo libero rifiuterebbe e che invece oggi vestono il suo cammino di assuefazione.

Terza parte. L’Isola e le grandi battaglie culturali eclissate.
La chiesa del XIII secolo che diventa sala da pranzo, ragionando sugli effetti dell’attacco all’arte, mi porta alla mente la storia del Bosco Verticale e dell’orrido Rasoio di Ligresti poco distante. Siamo nella Milano che celebra la sua modernità e vocazione, attraverso la ripetizione ossessiva di una nuova skyline, per di più noiosa. Nelle linee di metropoli, identica a tutte le altre metropoli, svetta il Palazzo Unicredit col il suo dito minaccioso puntato contro il cielo, forte della sua torricella elicoidale affusolata e senza misteri. Luoghi che il cittadino assuefatto riconosce a sentimento, una narrazione costante ed efficace, rimpallata dalle pubblicità, dalla cultura del marchio che conta. Luogo di passeggiata e shopping. Di foto ricordo.
Sui balconi del Bosco Verticale in questi giorni fioriscono i ciliegi. Chi ammira questo fenomeno raro – la fioritura di un albero – è come se vedesse apparire la Madonna. Fioriscono ovunque i ciliegi. E quando li vedi fiorire su un orizzonte libero di campagna e bellezza, il cuore si riempie di gioia. Impiccati come sono sui balconi somigliano agli animali chiusi nelle gabbie dello zoo. Fanno pena.
Ma il povero cittadino bombardato di conoscenze televisive non si arrende: ha saputo che è il grattacielo più bello del mondo, quasi si vanta del fatto che sia italiano, milanese per di più. Un successo. Per tutti noi, precari, impiegati, disoccupati e hipster. Un’eccellenza. E infatti ci vivono gli straricchi, segregati nel lusso. Il pellegrinaggio è d’uopo.
Eppure qui c’era un bosco orizzontale. Semplice e vero, nato dalla forza della natura che sa riconquistarsi i suoi spazi, che conosce la fragilità dell’industria e del cemento e sa riprendersi il suo. Il bosco dell’Isola aveva espropriato i residui della fabbrica ed è stato soppresso per tirare su i grattacieli, con la finzione scenica del bosco arrampicato. Laddove c’erano le erbacce, gli alberi e l’ombra degli alberi, ora c’è cemento.
Oggi le persone camminano soddisfatte – questa la descrizione che ho scritto tempo fa di questo mondo -. Le guardie stanno attente che nessuno tocchi il prato, che nessuna bicicletta entri nello spazio vietato. Che nessun pallone violi il disegno del paesaggio. Bambini finti non strappano fiori. L’ordine e il decoro che si respirano sono educativi e simbolici. La narrazione pure. Sicuramente tossica, ha un suo ruolo: quotidianamente ci riempie di illusioni ottiche.

Sappiamo un sacco di cose in più senza capire che cosa sta succedendo e che cosa ci sta succedendo.

E l’eccesso, la finzione, il mondo buono cartonato rappresentano solo il primo muro (di trasparenze, nudi e sorriso accattivante). Recinti invisibili che diventano feroci, nelle periferie, sui confini del mondo. Recinti come filosofia. Come l’arena mediatica, come le zone rosse inaccessibili, come i profili delle proprie conoscenze, come la memoria che non può essere cenere da custodire, ma fuoco da proteggere. La sovversione sta nel fatto che tutti questi muri crolleranno per l’eccesso che rappresentano…”. Scrive Maggiorelli nel suo saggio: “L’estetica è diventata cosmesi e la logica dell’apparire predomina. Benvenuti nel luna park del turbocapitalismo che si autorappresenta quasi come elemento di natura, ultimo orizzonte della storia dominato dal dio mercato”.

Conclusioni, dovere dell’artista e critica sociale.

Riflettendo su “Attacco all’arte” ho messo in rapporto la prepotenza con la quale una chiesa del XIII secolo è diventata sala da pranzo privata con la storia di un quartiere di Milano gentrificato non senza una potente opposizione civile. Tutte e due le vicende si muovono in quella costruzione narrativa della Disneyland culturale, i cui vantaggi in termini di ricchezza vanno a pochi ricchi, i cui svantaggi culturali ricadono sui molti e sulle generazioni future. Ma nella seconda, che riguarda più il paesaggio e la vita di un quartiere, non è che non ci sia stato conflitto. Anzi. Il conflitto è stato lungo e potente. E in campo, oltre ai comitati dei cittadini, ai genitori dei bimbi delle scuole, c’erano gli artisti. Anzi gli artisti attivisti che all’Isola si sono coagulati in un gruppo variegato che comprendeva narratori, poeti, fotografi, pittori, curatori. Camminando nel quartiere, all’ombra dei grattacieli, ancora agiscono forti le azioni di resistenza, i segni culturali di Isola art center sono disseminati. Ci sono le serrande dipinte dalla protesta, c’è Isola Pepe Verde, giardino condiviso del quartiere, che ha dentro la potenza di quella lotta. Ci sono le tante teste che hanno accompagnato questa storia bellissima, che è addirittura diventata Isola Utopia ed è andata in mostra alla Secession di Vienna, nel museo di Klimt.

In questa vicenda si è sperimentata la narrazione in proprio, attraverso un libro che raccontasse questa resistenza, “Fight Specific Isola”, alcune penne brillanti hanno scritto e testimoniato. Ma nell’arena mediatica mainstream silenzio. Un’azione così forte e internazionale messa a tacere da tutti i giornali locali e nazionali. Perché? Per quel discorso di prima: il sistema macina tutto, assorbe e modifica geneticamente ogni elemento apparentemente sovversivo. Di fronte all’atto ribelle vero e proprio, reagisce facendo calare una cortina di silenzio.

Questo per dire che esistono idee e artisti, esistono progetti e pensiero critico per coltivare cultura. Ma fuori, sempre fuori dai riflettori dei media. Lontano dai salottini televisivi del dibattito stantio e feroce. Che devasta il futuro con la sua banalità furbesca e che rende il giornalismo simile alle tovaglie incerate con sopra stampe di pittori rinascimentali. Certo, ed ha ragione Maggiorelli, l’arte che ci mettono di fronte agli occhi, in un sistema di valori economici e di successi inspiegabili, è tanto celebrata quanto inoffensiva, agisce in un vuoto culturale regolato dal mercato. Un inno al potere sul cittadino che “non può capire” perché “non deve capire”, quindi non deve neanche agire.
Agli straordinari esecutori di trasgressioni utili, preferisco la rivolta, la sovversione creativa e fertile: meglio i miracoli sconosciuti ai media degli abbellimenti strategici che disegnano assuefazione. Essere vivi e non clonati, operare da uomini e donne sul territorio, appartenere alla propria epoca – felice, tormentata, di pace o di guerra, di ricchezza, diseguaglianza e di povertà – non è una condizione sufficiente per fare arte, ma indubbiamente è una condizione necessaria. Il dovere di un artista è riflettere sul proprio tempo, altrimenti nessuno lo farà.

Certo, visto il momento storico e considerato lo schieramento in campo e il sistema dei media, non ci si può aspettare successo e riconoscimenti. Prendo in prestito per concludere una frase di Michael Walzer: “Il successo così come viene misurato dal mondo non è il metro adatto a valutare la critica sociale. Il critico si misura dalle tracce che recano coloro che lo ascoltano e leggono le sue opere, dai conflitti che egli li costringe a sperimentare, non solo nel presente, ma anche nel futuro, e nei ricordi che quei conflitti lasciano. Egli non riscuote successo convincendo la gente – poiché a volte è semplicemente impossibile – quanto mantenendo viva la discussione critica”.

Ps
Sulla vicenda dell’Isola gentrificata.

Gioia e rivoluzione. Lettera d’amore ai coltivatori di papaveri rossi

Lo “spazio libero” ed il concetto di libertà

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