Menu Pagine
TwitterRssFacebook
Menu

Pubblicato da il 28 Apr 2017 in Articoli | 0 commenti

Metà Rapper e metà uomo, due chiacchiere con il pioniere del rap italiano Bassi Maestro

Metà Rapper e metà uomo, due chiacchiere con il pioniere del rap italiano Bassi Maestro

di Alessandro Cascianelli

 

E’  considerato uno dei pionieri del rap italiano, ha 44 anni e i suoi primi lavori risalgono a quando era appena un adolescente e in Italia la parola rap era ancora sconosciuta. Il 31 Marzo è uscito il suo nuovo disco:  “Mia Maestà”.

“Da sempre sono metà rapper, metà uomo”, così si autodefinisce nell’omonimo singolo estratto dal suo ultimo lavoro. Davide Bassi – in arte Bassi Maestro – ha 44 anni ed è in attività da trent’anni. Un’ottima carriera come rapper con numerosi dischi all’attivo, una strabiliante carriera come produttore – ha firmato produzioni per artisti del calibro di Fabri Fibra, Guè Pequeno e tanti altri – e allo stesso tempo è un bravissimo padre di famiglia e marito. Nel 2017 ogni rapper metterebbe la firma per avere una sua base su cui poter scrivere e il suo ultimo disco “Mia Maestà”, uscito da poco più di un mese, si candida ad essere uno dei migliori dischi rap dell’anno. 

I tuoi primi pezzi risalgono al 1988, come hai conosciuto il rap?

“Ho conosciuto questa musica grazie ai primi dischi rap in classifica, come “White Lines” o “Hey You The Rocksteady Crew”. Un’altra cosa che sicuramente mi ha aiutato a conoscere il mondo dell’hip hop sono stati i primi film dedicati a questa cultura bellissima, parlo di “Breakdance” e “Beat Street” . Pensa, al tempo in cui uscirono al cinema avevo circa undici anni, da quel momento sono sempre stato attratto dal rap. Nell’87 grazie alle prime canzoni rap che venivano passate in radio da Albertino e Jovanotti, ho conosciuto gli artisti che appartenevano all’etichetta Def Jam e da li mi sono appassionato poi ai vari NWA, De La Soul etc…”

Recentemente sei uscito con un nuovo lavoro: “Mia Maestà“, dai tuoi primi demo al tuo nuovo disco, come è cambiato il tuo approccio verso il rap?

“In verità il mio approccio è sempre lo stesso, tutto è racchiuso in una regola fondamentale: ho sempre scritto per me stesso, mai per piacere o interessare agli altri. L’approccio come si può capire è sempre il mio, raramente generalizzo, è sempre tutto molto a fuoco sul mio mondo.”

In “Metà rapper metà uomo” parli di come tu sei contemporaneamente un rapper di successo e un bravo marito/papà, qual è il segreto per stare dietro a tutto?

“Il segreto è farsi in quattro e lavorare sodo. Da fuori si pensa che la vita di un artista sia tutta serate e cachet, io non ho mai un minuto di riposo. Il tempo che non passo in famiglia lo dedico ai clienti in studio, quello che mi resta alle serate e alle produzioni, in più lavoro per varie radio dove mi occupo dei programmi, poi devo stare dietro alle scalette e alla selezione dei dischi per le mie serate. Non credo sarei più capace di stare fermo mezza giornata.”

In una delle skit del disco ironizzi sul fatto che il rap per passare in radio è costretto ad assumere delle sonorità pop. Secondo te il rap riuscirà un giorno a passare in radio senza subire censure, come accade in America o in Francia?

“Non credo, l’Italia non si affezionerà mai al rap per quello che è realmente. L’italiano vorrà sempre il rap filtrato, ammorbidito e con la melodia orecchiabile. Per intenderci, Guè e Marra fanno i dischi di platino ma raramente li senti in programmazione, a meno che non ci sia il Neffa di turno o il ritornello cantato, per non parlare di artisti come Salmo. Credo però che le nuove generazioni cresciute in Italia ma con origini straniere, lo potranno far diventare un linguaggio legato alla cultura, Ghali ne è un ottimo esempio, forse piano piano ci stiamo arrivando.”

In uno dei pezzi del disco dici: “I miei miti sopra i vinili, i loro alla tv”; quali sono i tuoi miti?

“Mi riferisco ai rapper e i producer del periodo d’oro. Ti parlo di gente come: i Run DMC, Beastie Boys, Big Daddy Kane, Lord Finesse, Krs – One, EPMD, Gang Starr, sono questi i miei eroi.”

So che hai una collezione di vinili che vanta numerosi dischi, se dovessi scegliere i tre dischi che ti hanno segnato di più, quali sceglieresti? 

“Domanda difficile, ne ho talmente tanti che sceglierne tre è quasi impossibile. Ti dico i primi tre che mi sono venuti in mente: “Illmatic” di Nas, “Nevermind” dei Nirvana e “Everything she wants” degli WHAM.”

Nel tuo nuovo disco sono presenti nelle collaborazioni moltissimi rapper giovani, quali sono secondo te i cinque nomi su cui puntare per il futuro?

“Nel mio disco ce ne dovrebbero essere proprio cinque, quindi ti direi proprio loro: Lazza, Vegas Jones, Pepito Rella, Axos e Lanz Khan. Nitro nonostante abbia solo ventiquattro anni è già un veterano oramai (ride, ndr).”

Ti trovi ad un bivio: devi scegliere se fare un beat o registrare una tua canzone, cosa scegli?

“Non ho dubbi: un beat.”

Ti considero un po’ il Dr.Dre italiano, ti piace questo paragone e ti ci rivedi?

“Grazie, sei troppo buono, Dre è uno dei grandi. Non abbiamo in comune però molte cose: in primis i soldi, poi il metodo di lavoro: io lavoro ai miei beat sempre da solo, non chiamo mai altri ghostproducers; altra differenza fondamentale è che io non produco più artisti da anni, non ho mai fatto hits in generale, soprattuto interplanetarie, scrivo i miei testi sempre da solo e non sono pompato e gonfio di steroidi. Per tutto il resto invece siamo simili.”

Dove ti vedi tra 10 anni? 

“Spero in qualche locale a mettere buona musica come ho sempre fatto e come tutt’ora amo fare.”

 

 

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *