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Pubblicato da il 19 Apr 2017 in Articoli | 0 commenti

A prescindere! L’arte pura di Totò

A prescindere! L’arte pura di Totò

 
Quale bellezza evoca in noi il principe della risata? Questo testo prende le mosse da un libro appena uscito: Totò: Vita, opere e miracoli, di Giancarlo Governi, e ragiona sul senso del teatro, della commedia dell’arte, di Leo de Berardinis e altre memorie.
 
Di Antonio Cipriani

Ognuno di noi ha un suo Totò nel cuore. La memoria è una cosa strana e meravigliosa, ci costruisce nel passo di ogni giorno con un mosaico imprevedibile di ricordi, fatiche e dolori, elucubrazione sedimentate negli studi o nella meditazione degli anni, tasselli felici che saltano fuori improvvisi come in un gioco, donandoci il guizzo di una battuta, di una citazione, di un film di tanti anni fa.
Le cose semplici che ci hanno dato gioia, ci hanno fatto sorridere o sognare, anche se sembrano dimenticate affiorano sovversive, servono a spezzare il buon senso che ci imponiamo e che ci vorrebbe sempre meno sensibili, per niente leggeri, incapaci di agire e pensare fuori dai binari del “ciò che va detto e fatto”. Penso a questo dopo aver letto “Totò: Vita, opere e miracoli” (Fazi editore), straordinario lavoro di Giancarlo Governi. Chiudendo il libro m’interrogo sul valore etico ed estetico dei frammenti di esperienza che restano sepolti, ma che nel tempo hanno agito, ci hanno preservato, ci hanno fatto diventare meno brutti di quanto saremmo potuti essere.
Il Totò evocato dalla potenza narrativa di Governi è questo. Delicato, sognante spirito popolare di un tempo rivoluzionario. Con tutte le ambiguità e le meraviglie. Come se avesse colto nel profondo del mio immaginario itinerari sommersi, esistenti ma sconosciuti. Rendendoli visibili con un tratto di penna. Il mio Totò ha così riscattato l’oblio, e talvolta la superficialità di una visione in bianco e nero, grazie a questa storia straordinaria, cesellata con cura, con un ritmo teatrale che rafforza la bellezza di quel dialogo tra autore, artista e lettore che ci mette in condizione di interrogarsi e scegliere. Di sfogliare la nostra esistenza riannodando fili che sembravano perduti dentro di noi che leggiamo, agiamo, facciamo politica, cultura o aspettiamo Godot.

Il critico è il filosofo che mette in questione l’ardire del poeta. Non giudica, non condanna, non chiude nella scatola interpretativa l’arte. Spalanca la sua visione del mondo proprio sulla spinta del talento che ha di fronte. Così questo testo di Governi narra del miracolo di una vita, ristabilisce verità storiche, esalta la grandezza dell’attore che si rivela nell’azione poetica costante di un agire artistico.
“Totò nasce sui palcoscenici di Napoli, nei teatrini che pullulavano nei primi anni del secolo intorno alla ferrovia, dove si faceva una sorta di commedia dell’arte, di teatro dell’improvvisazione, basato su un semplice canovaccio. Passa successivamente al varietà e alla rivista…” scrive l’autore parlando di questo genio assoluto che ha fatto impazzire il pubblico con la sua grandezza attoriale, che non è stato mai amato ed esaltato dalla critica ufficiale proprio per i principi di un conformismo che nella cultura italiana ha radici profonde. Governi scioglie l’equivoco: Totò è arte sempre. Anche, soprattutto, nelle totoate, nei film più improvvisati, quelli che sembravano destinati a essere dimenticati. “La critica delle mezze calzette”, così scrive l’autore che con il pennino intinto nel veleno ripropone stroncature davvero poco lungimiranti del fenomeno Totò.

Questa opera racconta tutto, è definitiva. La vita, le testimonianze, le canzoni, gli aneddoti di prima mano. Dai teatrini popolari napoletani al successo a Roma, dal varietà al cinema. “Il suo primo film è Fermo con le mani di Gero Zambuto, l’ultimo è Capriccio all’italiana del 1967 – uscito nel 1968, dopo la morte di Totò avvenuta il 15 aprile del 1967 – nel quale interpreta due episodi: Il mostro della domenica di Steno e Cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini. Del primo decennio i film sono soltanto cinque, mentre gli altri novantadue sono stati girati tra il 1947 e il 1967, a una media di quasi cinque film all’anno”.
Fatti, curiosità, gelosie. Il rapporto con le “sue donne”: Lilia, Diana, Franca, la figlia Liliana. E quello con le donne in generale. I divani nei camerini, la casa dei Parioli, l’antifascismo, l’essere socialista monarchico, le “spalle” storiche in teatro e nel cinema. La religione, anzi la fede pagana in Sant’Antonio da Padova, che metteva in castigo (rovesciando il santino con la faccia verso il muro) se le sue preghiere non venivano esaudite. La fissazione per l’araldica: Focas Flavio Angelo Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio, Gagliardi Antonio Giuseppe di Luigi Napoli, Principe Conte Palatino, cavaliere del Sacro Romano Impero, nobile altezza imperiale. Un nome infinitamente lungo, quando la sua grandezza ha un nome di quattro lettere: Totò.
Mille spunti per perdersi in un racconto unico di 300 pagine che contiene anche il glossarietto delle espressioni celebri, le canzoni, le poesie, la filmografia completa e commentata, la storia teatrale, e come chicca finale un ispirato Piero Montanari con un testo intitolato: “Da Malafemmena a Totò Rap”.

Il libro va letto, i film di Totò vanno visti. Mi limito a citare due frasi che mi hanno colpito e che in qualche modo si completano. “Sarei potuto diventare un grande attore, e invece su cento e più film [ma in tutto fanno novantasette] che ho girato, ve ne sono di degni non più di cinque. Ma anche se fossi diventato un grande attore, cosa sarebbe cambiato? Noi attori siamo solo venditori di chiacchiere. Un falegname vale certo più di noi: almeno il tavolino che fabbrica resta nel tempo, dopo di lui”, questa una citazione significativa che Governi estrapola da un’intervista di Costanzo Costantini. Una malinconia che a fine carriera, complice la quasi cecità, attraversava il principe De Curtis. Che non aveva consapevolezza del valore eccezionale della sua arte, considerandosi sottovalutato dai critici e da quella cultura dominante che ha sempre fatto del conformismo la lente interpretativa della realtà.
Le seconda è di Pier Paolo Pasolini: “Nel mio film Uccellacci e uccellini, io ho scelto Totò per la sua natura, diciamo così, doppia. Da una parte c’è il sottoproletariato napoletano, e dall’altra c’è il puro e semplice clown, il burattino snodato, l’uomo dei lazzi e degli sberleffi. Queste due caratteristiche insieme mi servivano a formare il mio personaggio. Ed è per questo che l’ho usato. Nel mio film, Totò non si presenta come piccolo-borghese, ma come proletario o sottoproletario,
cioè come lavoratore. E il suo non accorgersi della storia è il non accorgersi della storia dell’uomo innocente, non del piccolo-borghese che non vuole accorgersene per i suoi miseri interessi personali e sociali”.

Totò e l’avanguardia. Finendo di scrivere sul libro, mi è tornato alla mente questo episodio degli anni Novanta. “A un certo punto della serata, finite le prove di Re Lear, ci trovammo a casa di Leo de Berardinis, a Bologna, con alcuni attori della compagnia. Lui prese una cassetta e la mise nel videoregistratore. Era un film di Totò. E Leo, uno dei più grandi e innovativi artisti del teatro d’avanguardia, disse: questa è arte pura. Andava così ogni volta. Prima le prove e poi Totò. Un filo rosso tenace che ha attraversato i tempi, dai palcoscenici della commedia dell’arte, a Totò principe di Danimarca. Un Amleto della nostra epoca, secondo Leo”.

Ognuno di noi ha un suo Totò, santo del popolo, nel cuore. Grazie a Giancarlo Governi per avercelo ricordato.

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