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Pubblicato da il 22 Mag 2017 in Articoli | 0 commenti

Del tribolo, del filo e dei cipressini: l’avventura del disincanto

Del tribolo, del filo e dei cipressini: l’avventura del disincanto

 
di Antonio Cipriani

I Cipressini mi sono apparsi all’improvviso, come una visione mistica, appena uscito dal bosco, costeggiando il laghetto sulla via di Riguardo, stretta e sassosa, che bianca da San Quirico attraversa poderi e campagne. Un uomo anziano pescava con al fianco un bimbo. Il sole alto, il vento a piegare le spighe, le ginestre e i fiori di campo rossi scarlatti a dare profondità allo sguardo.
In cima alla collina lontana i cipressi più famosi al mondo. Li avrò visti cento volte, mille in foto. Ma sempre dalla Cassia, mai arrivando alle spalle, affaticato dopo sei chilometri di camminata. Perché dal laghetto si sale ancora. Prima si incontrano i cipressini in due semicerchi, nobili e nascosti. Ci si passa al centro e sembra teatro. Poi percorrendo la discesa si arriva vicino a quelli più celebrati. E appare anche una folla di turisti in adorazione. Un disegno multicolore di uomini e donne, ognuno con una macchina fotografica, ognuno a testimoniare se stesso nel luogo della Gioconda del paesaggio toscano. Tanto, tantissimo cartolina.

La località precisa si chiama Triboli, non so se in omaggio all’attrezzo della fatica nei campi o se per la pianta spinosa: tribolo uno, tribolo l’altra. Ambedue richiamano l’idea del tribolare. Strano paradosso, il tribolare che esprime un paesaggio così affascinante che neanche la stupidità contemporanea è riuscito a devastare. Il tribolo come simbolo di riscatto.
A un certo punto però è necessario sottrarsi dalla cartolina, dai plaudenti in viaggio per testimoniare d’esserci stati, evitando la discesa più facile per riprendere il passo di ritorno verso San Quirico, riattraversando i cipressi in doppio semicerchio, lasciandosi la vista di Montalcino a destra e ricominciando a costeggiare il laghetto – chissà che cosa si pesca – per farsi accompagnare dai ricordi che remoti riaffiorano, dai silenzi, dalle ginestre, dalle idee che disseminano ogni passo in questa avventura.

Chiamo avventura questo abbandonare senza pudore le vie battute della metropoli, le certezze assolute, i colori straziati, l’arte insignificante che regola il mondo, le retoriche del doverci essere, del già tutto stabilito, delle consuetudinarie trasgressione di plastica.
Chiamo avventura il prendersi cura dello sguardo, l’azzerare tutto e l’utopia concreta: come bimbi rivoluzionari con una matita in mano, come il loro sbalordimento. E il cancellare i risolini dei pipparelli, la cattiveria dei miei coetanei contro chi è giovane, la resa cupa degli anziani, la codardia tumultuosa dei trentenni, l’attesa di quegli stessi palcoscenici d’insignificanza dei ventenni.

In ogni luogo dove scompare il mistero, dove i significati sono sconosciuti ma accettati, piatti, senza il fuoco della domanda, si celebra la sconfitta della poesia.

Per questo riprendere il filo, lasciare che sia un modo per legare e legarsi all’abitare e allo sguardo, rappresenta un atto di sovversione. Ogni filo un nodo, una finestra, un’idea nuova, una domanda. Per chilometri, fino a diventare un paesaggio vivente, un fatto culturale. Quello stesso filo è il mio passo. Il passo di chi mi cammina accanto, di chi alza gli occhi e lascia che sia profondo questo guardare distante, che rovesci le attese. Mille volte ho chiamato questa scoperta del mondo e della vita: attraversamenti. Oggi penso che occorra legarsi alla fatica, alla lunghezza del passo, alla capacità di vedere l’invisibile, di farsi sorprendere dall’inatteso del miracolo, di ascoltare le storie magiche e ignorare le notizie che svuotano la coscienza.
Questa fase del cuore la chiamo disincanto. Sudare via il conformismo, togliersi i vestiti stretti del senso comune, sottrarsi dall’incantesimo dell’epoca, da tutto quello che rappresenta, dalle paure e dalle sconfitte per non aver lottato, per non essersi lasciati sorprendere dalla propria rivoluzione, dalle batoste per aver invece lottato.
Non è ancora la fase del lasciare un segno. Non so neanche se sarà mai così. Ma coltivare cultura presuppone la pazienza del contadino, l’esperienza delle mani sapienti, l’intuizione del bimbo e la memoria della storia che raccontiamo e di quella che non sappiamo più raccontare. Niente può essere compreso metafisicamente una volta per tutte.

Il luogo dell’abitare lo erigeremo con pazienza e magia. Potente, sale dalla terra con la sua energia che punta l’indice verso il cielo. Ecco perché il cipresso mi ricorda i miei primi sogni assoluti, il rapporto della terra con Dio, l’idea che la natura avesse da sempre costruito le sue cattedrali per parlare un linguaggio sconosciuto alle orecchie umane. Riprendere a poggiare i piedi sul presente, con la forza del passato. “Questa alternanza di luce e di ombra sulla superficie liscia delle colline, che come onde del mare che si spingono l’una dopo l’altra fino all’orizzonte, sembra il respiro della vita stessa, il ritmo solenne della natura, pieno del frinire delle cicale e della luce abbagliante del sole nei momenti in cui spunta dalle nuvole” (Tarkovskij).

A un trivio, nell’indecisione su quale sentiero percorrere per sorprendere i cipressini, nel fogliame, scrigno verde macchiato d’oro, è apparso un fauno. Gentile col sorriso rubizzo ha indicato la via, più a gesti che a parole, disegnando nell’aria una geografia barocca e poetica. Poi, prima di andare, lieve ha detto che le indicazioni ci sarebbero anche, ma poi ci sono spiriti birbanti che la notte le spostano. Con una risata è scomparso. La sua risata trema ancora in ogni foglia.

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