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Pubblicato da il 13 Mag 2017 in Articoli | 0 commenti

Il vecchio e il lago

Il vecchio e il lago

di Alberto Brizioli

 

Se un giorno, per ragioni di insonnia o di follia, vi troverete a passeggiare lungo i moli di Passignano sul Trasimeno alle cinque del mattino, scoprirete quello che io ho scoperto l’agosto scorso.

Quando il sole inizia a montare sulle spalle delle montagne, le reti sono già pronte all’uso, gli stivali inumiditi dai primi contatti con l’acqua dolce e le menti tacitamente fedeli. In mestieri come la pesca, la scienza e la tecnica faranno sempre i conti con l’imponderabile, con le correnti, i venti e i flussi migratori delle specie. Non sarà mai un processo dominabile dall’uomo in tutti i suoi aspetti. Questo Giorgio lo sa, e mentre sale nella sua instabile imbarcazione in legno mossa dalla potenza di quattro cavalli, seguito dal giovane che “prima lavorava in fabbrica ma è voluto venì a fa il pescatore”, guarda con la coda dell’occhio a Dio, pregandolo di non fare scherzi. Ai tempi di suo padre la pesca era una cosa seria. Niente motori né reti in nylon: la fatica era tanta e tirare su una rete marcia all’ordine del giorno. Oggi, da come la mette lui, è un gioco da ragazzi.

È inusuale, per un adulto italiano, sminuire il portato di fatica fisica del proprio lavoro. Che sia troppo faticoso, monotono, poco creativo, che non sia sufficientemente remunerato o privo di prosettive di crescita, noi siamo dei campioni nel lamentarci alla prima buona occasione. È una sorta di costume sociale ben radicato, quasi che chi non si lamenta abbia qualcosa da nascondere, o abbia un lavoro di cui è vergognoso parlare. Giorgio, estraneo a queste meccaniche, ripete costantemente la frase “la pesca è bella” a chiosare le pause nella spiegazione a me, profano del mestiere, di tutte le fasi che compongono una routine che porta avanti da una ventina d’anni. Prima lavorava alla Perugina, e un giorno gli offrirono di andare in pensione in anticipo. Lui, un’espressione risoluta sottolinea questa asserzione, non ci pensò nemmeno un momento. Perché “la pesca è bella ma mai come lavorare alla Perugina”. Il lago però l’ha navigato fin da bambino, con il padre, anche lui pescatore, che se lo portava appresso secondo la tradizione delle allora circa 500 famiglie che vivevano di pesca, ora ridotte a poche decine sparse nei vari attracchi in tutto il perimetro del Trasimeno. Non è il pesce a mancare. Il problema, mi spiega, è che manca chi lo rivenda, e che i giovani questo lavoro proprio non lo vogliono fare. A quanto pare nessun under trenta ha voglia di svegliarsi alle 4:30 del mattino per andare a buttare le reti, nemmeno adesso che non c’è bisogno di remare. Il “giovane” della zona è il figlio di un altro pescatore ormai in pensione, che “non riuscivamo a sistemarlo e allora è venuto qui a lavorare con la cooperativa”, mi confesserà il padre. Quando ho il piacere di fare la sua conoscenza, non posso far a meno di notare che il computo dell’età, qui al lago, segua dei parametri curiosi. Avrà una quarantina d’anni, un paio d’occhiali neri di quelli da ciclista a proteggerlo dal sole dell’alba e un vecchio marsupio a cingere una pancia abbastanza prominente. È una delle anime che si agitano in questo piccolo universo, tanto lontano dal mio che mi domando perché qualcuno senta il bisogno di andare a cercare pianeti inesplorati lontano dalla terra.

Un universo fatto di scie che solcano l’acqua immacolata creando un disegno che scompare nelle prime ore del mattino, per essere ricalcato quando prima di pranzo si vanno a ritirare le reti. Le imbarcazioni si concentrano in zone precise, dove nei vari momenti dell’anno le singole specie tendono a concentrarsi. Il mondo di Giorgio e degli altri pescatori sembra impermeabile alle questioni più salienti della modernità. Mi domando se questa si possa definire ignoranza. Se questa semplicità non significhi essere il minimo sindacale per un essere umano. Poi mi perdo nella manualità con cui viene padroneggiata tutta la trafila degli adempimenti pratici del pescatore. La banalità assume la forma del virtuosismo, e il ripetersi di gesti compiuti ormai a memoria mi pare una danza che affonda le sue radici in un passato lontanissimo, in cui non c’erano motori né reti di nylon, ma la coreografia era la stessa.

Tuttavia alle invidie e ai risentimenti, che nelle comunità umane non mancano mai, neanche Giorgio è estraneo. C’è un pescatore, in particolare, che spesso gli “fa i dispetti”. Si tratta addirittura di un suo parente, il che non mi sorprende (le guerre più sanguinose si svolgono sempre al pranzo della domenica). Quando ancora lavorava alla Perugina e non aveva la licenza, il parente in questione lo segnalò a degli amici carabinieri perché un’uscita con un amico gli era valsa tre quintali di regine (una delle varietà di pescato tipiche del Trasimeno). Loro gli fecero la multa e gli sequestrarono le reti. Qualche settimana dopo, insieme alle reti, Giorgio ritirerà anche la licenza e sarà abilitato alla professione. A questo si sommano altri piccoli sabotaggi di cui non è mai stata accertata la paternità, ma che lui attribuisce senza dubbio alcuno allo stesso autore. Mi confessa il tutto col ghigno del vincente, che nonostante le invidie è sempre rimasto al vertice della classifica del pescato più abbondante.

Oggi, a distanza di qualche mese da quell’incontro, ho ben chiara la sua immagine china sul bordo della barca. Mi domando se mai la mia esistenza sarà tanto assorbita da un mestiere. Se nell’uomo moderno sia possibile quella costanza nel fare e rifare qualcosa. La stessa che i nostri nonni avevano nell’amarsi, e che vedo negli occhi di Giorgio che pronunciano la frase “la pesca è bella”. Insomma mi domando se sia possibile trovare la pace. Se si possa vivere per la vita, come fa lui, che non sembra nemmeno essersi reso conto della presenza di due ragazzi con una telecamera che gli fanno domande, e – con il capo nascosto all’ombra del suo berretto scolorito – incarna l’immagine di quel pescatore che “versò il vino e spezzò il pane, per chi diceva ho sete ho fame”. Dopo averci raccontato di sé e averci portato a buttare un paio di reti ci riporta a riva. Non una stretta di mano o la curiosità di sapere dove sarebbero finite le riprese che gli avevamo fatto. Finisce di mettere tutto in ordine e se ne va, rispondendo al nostro saluto con un “ce vedremo”. Quella che si svolge sulla terraferma non è che un’appendice sfocata della sua esistenza. La mente ha già spostato le lancette alle 4 del mattino seguente, quando si dovranno di nuovo fare i conti con Dio, e chissà che la fortuna non eguaglierà quella di oggi.

Intanto noi ce ne andiamo e torniamo alle nostre varie occupazioni. Non ci rassegneremo mai al fatto che la nostra vita abbia lo stesso significato di quella di un albero che asseconda il flusso del vento. Forse cercheremo di accumulare denaro, o almeno di rivestire incarichi di prestigio. Forse non saremo mai paghi per quello che ci verrà offerto. Continueremo a ripeterci che non può ridursi tutto a questo, che deve esserci qualcosa di più. Spero che allora non sarà troppo tardi per riportare la mente al Trasimeno e all’immagine di Giorgio, per ricordarci che la vita si vive un respiro alla volta, e che a prescindere dalla foga con cui si cerchi di portare a sé tutta l’aria del mondo, non abbiamo che dei modesti polmoni di uomo da nutrire.

 

Ecco il video girato al lago Trasimeno da Alberto Brizioli per il progetto “Fuori le mura”, promosso dalla fondazione Cariperugia Arte:

 

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