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Pubblicato da il 11 Mag 2017 in Articoli | 0 commenti

Moder: “il rap è arte, ecco perché sono riuscito a portarlo a teatro”.

Moder: “il rap è arte, ecco perché sono riuscito a portarlo a teatro”.

di Alessandro Cascianelli

 

Ha 35 anni e fa rap da quando ne aveva solo 18, il suo ultimo disco “8 Dicembre” ha stupito tutti gli addetti ai lavori. Di recente la sua musica è stata protagonista a teatro nella colonna sonora de “Il volo, La ballata dei picchettini”.

“Il rap è arte, ecco perché sono riuscito a portarlo a teatro”, Moder – nome d’arte di Lanfranco Vicari- ribadisce più volte questo concetto durante la nostra chiacchierata. Del resto senza questa convinzione la sfida che ha accettato sarebbe stata impossibile da affrontare: non si era mai visto un rapper che si occupasse della colonna sonora di uno spettacolo teatrale, per lo più di una tragedia, ma c’è sempre una prima volta e Moder ne è uscito tra i complimenti dei critici e gli applausi del pubblico.

Quando hai iniziato a fare rap?

Ho iniziato che ero giovanissimo, avevo circa 18 anni, mi pare fosse il 2001.

Qual è stata la molla che ti ha fatto scattare l’amore per l’hip hop?

Devo molto sicuramente al mondo dello skate, già da prima che iniziassi a rappare amavo prendere la mia tavola e girare per Cervia per giornate intere. In quel periodo tutti ascoltavano il punk, io ero entrato in contatto con gente che ascoltava i rapper del tempo, come i Sangue Misto ad esempio, ero tra i pochi ad avere il rap nelle cuffiette in quegli anni.

Lo skate compare più volte anche nel video di “Viale Roma”, singolo estratto dal tuo ultimo disco “8 Dicembre”, che cosa rappresenta per te questa data?

Come ho detto in varie occasioni rappresenta l’inizio e la fine, l’8 Dicembre è la mia data di nascita e purtroppo è anche la data della morte di mio padre, che è venuto a mancare nel 1994 il giorno del mio compleanno.

A proposito di “Viale Roma”, ti faccio i complimenti per il video che ho trovato molto bello, nel pezzo dici “adolescenza mi dispiace ci hanno scollegati” , in che senso?

Ti ringrazio, mi riferisco sempre al discorso relativo alla morte di mio padre, è venuto a mancare quando avevo solo 11 anni. La mia adolescenza ovviamente è stata segnata da questo evento, da lì in poi i problemi economici mi hanno costretto a lavorare d’estate quando tutti i miei amici si godevano le vacanze; anche a livello personale sono maturato molto più in fretta rispetto ai miei coetanei, come succede spesso quando la vita ti mette di fronte a certe situazioni.

Cambiando discorso, da poco hai accettato la sfida di portare la tua musica a teatro, come è stata come esperienza?

Diciamo che la cosa non è successa dal nulla, ho collaborato con la compagnia che ha fatto lo spettacolo già da ragazzino, quindi l’ambiente mi era familiare. Mi hanno proposto di scrivere la colonna sonora di una tragedia che aveva come argomento centrale l’incidente della Mecnavi, una nave di Ravenna dove sono morte 13 persone. Il mio lavoro è stato veramente difficile: portare il rap a teatro in maniera credibile è stata una sfida a tutti gli effetti, in più il tema è molto sentito nella mia città, in quanto è stato motivo di sofferenza per moltissime famiglie, scrivere le rime per la colonna sonora è stato sicuramente più difficile del solito. Anzi, ti dico la verità, nella prima fase della scrittura ho avuto un momento di blocco, poi fortunatamente mi è venuta in soccorso l’omelia del cardinal Tonini fatta al funerale delle vittime. Da lì ho capito come approcciare la cosa e tutto è venuto molto naturale.

Qual è stata la chiave che hai usato per adattare le tue rime al mondo del teatro?

Sicuramente affrontare questa sfida con una grande sensibilità e cercare di coinvolgere il pubblico emotivamente. Credo che sia stata una delle cose più belle che abbia mai fatto, portare la musica che amo di fronte ad un pubblico che spesso la critica -o a cui non interessa nulla- e alla fine ottenere gli applausi è stato sicuramente molto gratificante. Ho capito che il rap non è un qualcosa di universale, è un’arte con un potenziale sbalorditivo, si può mescolare facilmente ad altre arti e se lo si fa bene il risultato è molto bello, come in questo caso.

Fai parte della Glory Hole, etichetta anche di Claver Gold con cui in passato hai collaborato, com’è il tuo rapporto con lui?

Con Claver ho un bellissimo rapporto, è un amico ed è sempre un piacere collaborarci. Abbiamo fatto un pezzo insieme in un mio Ep nel 2012, poi un altro nel suo disco “Mr.Nessuno” che si chiama Pollici Opponibili. Sono molto legato a quella traccia, oltre a me e a Claver ci sono diversi altri amici che rappano con noi, rappresenta il periodo in cui ci vedevamo spesso a Bologna e in cui giravamo l’Italia facendo concerti tutti insieme.

Se potessi fare un feat con un qualsiasi artista, anche internazionale, con chi lo faresti?

Te ne dico uno straniero e uno italiano: di straniero ne farei uno con Promoe dei Looptroop Rockers e Talib Kweli, mi piacerebbe metterli nello stesso pezzo. La collaborazione italiana purtroppo rimane un sogno irrealizzabile: mi sarebbe piaciuto fare un pezzo con Primo, il mio rapper preferito, che purtroppo è venuto a mancare nel 2015.

 Che progetti hai per il futuro?

Sono sincero, ancora non ho un disco in testa, sto scrivendo parecchio in questo periodo ed ho già qualche pezzo pronto. Tra “Sottovalutato” e “8 Dicembre” sono passati quasi quattro anni, sicuramente non aspetterò tutto questo tempo per far uscire qualcosa. Mi farebbe anche molto piacere di collaborare di nuovo con il mondo del teatro e di continuare ad aiutare molti ragazzi a farcela con il rap, un mondo in cui vivo da tantissimi anni e da cui non ho intenzione di andarmene a breve.

 

Ascolta “Viale Roma” di Moder:

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