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Pubblicato da il 14 Mag 2017 in Articoli | 0 commenti

Papigno Blues

Papigno Blues

 

di Giovanni Gambini

 

INTRO

Si dice che con gli occhi del turista la tua mente si incuriosisce, e qualsiasi cosa diventa piacevole da esplorare. Non è con questo state of mind che abbiamo inforcato la SS3Bis, inclusa una breve sosta per un toast mal riscaldato. Ci sentivamo più come Jack Burton nel Pork Chop Express, il pulmino sbruffone che spingeva la verità nelle notti tenebrose. Con l’unica differenza che, vivaddio, era un caldo maggio umbro, e i colli erano tutti gialli di luce e nevicavano pollini fra un paesino e l’altro. Animati da uno spirito un po’ più corsaro, poi, abbiamo aspettato che il vecchietto immancabilmente seduto alla porta di casa (proprio di fronte agli Umbria Studios) entrasse un attimo, e ci siamo intrufolati nelle viscere della Balena. Quel simpatico gentiluomo, poco prima, ci raccontava che nel dopoguerra era dovuto emigrare in Francia a lavorare l’uranio, amara scelta fra l’impotenza data dalle radiazioni e il crepare di fame. Al ché, en passant, ti chiedi se nel Belpaese ‘sto benedetto lavoro consacrato dall’art. 1 Costituzione sia mai esistito.

     

STORIA

Per la storia giuridica ed economica degli Studios, si può trovare tutto il necessario in rete, quindi non ci dilungheremo. L’idea era creare una succursale di lusso di Cinecittà in Valnerina, riqualificando un vecchio stabilimento abbandonato. In società con Cinecittà partecipava anche Benigni. Nel periodo di apice, lì dentro furono girati alcuni film del grande regista toscano, “La vita è bella”, “Pinocchio”, “La tigre e la neve”. Poi c’è una storia di passivi, contenziosi ed indebitamento, finché non ci rimise tutta la cordata, e chi ha potuto si è defilato. Il progetto avrebbe dovuto trasformare quella vecchia fabbrica in una sorella minore del grande cinema italiano, ma ad oggi gli Umbria Studios somigliano piuttosto al set di un film post apocalittico. Per quanto riguarda la pioggia di soldi… non si sa mai bene che fine fanno, in questo Paese, anche quando c’è la buona fede di mezzo. Se li sarà grattati Pinocchio: si sa, quel burattino è furbo.

 

FEELINGS

Tuttavia, il posto conserva un mistero speciale e antico, incastonato in quella verde fossa: è la magia del rudere che un giorno fu vivo, come i Fori Imperiali, o le torri saracene in Sicilia. Ogni rovina che si rispetti è in uno stato deteriore e di grazia allo stesso tempo, quasi fosse uno specchio del cuore, che inizia pian piano a palpitare di immagini. Sembra di trovarsi in un vecchio maniero abbandonato in cui ogni ciclopico bastione ha un segreto da raccontare, fra rotaie giganti e scale distrutte, mentre oltre i cancelli il mondo gira normalmente, in uno dei tanti paesini italiani che ormai sono un ospizio a cielo aperto. All’interno degli Studios ci sono delle grandi strade deserte, o meglio piene di rovi ed erbacce; la Natura ci mette poco, a riprendersi ciò che gli spetta… Tre capannoni sono in stato dignitoso, mentre una parte dello stabilimento, quella che non fu mai ristrutturata, è forse la più avvincente. È una vasta aula scoperchiata, in condizioni derelitte, con un registro contabile tedesco del ’62 in terra a custodire il tempo che vola e va.

Ma il colpo al cuore è la scenografia di Pinocchio. Ne siamo quasi certi, era il Paese dei Balocchi, il sogno di ogni bambino, smontato alla bell’e meglio, impolverato, abbandonato al logorio del tempo. Chissà dov’è Mangiafuoco, lui sì che starnutirebbe, commosso, per la morte prematura di questa grande necropoli del cinema…
 

OUTRO

Vaghiamo un altro po’ fra i vasti capannoni di quel luogo dell’anima. Poi rifacciamo a ritroso la foresta di erbacce e usciamo. Il vecchietto è tornato al suo posto. Ci fa un cenno d’intesa con la coppola. Uno che ha grattato l’uranio non ha paura di vivere davanti a un cimitero di idee.

La breve storia agrodolce termina al lago di Piediluco, una perla insospettabile. Se fosse vino, sarebbe un ciliegiolo squisitamente aromatico. Quel posto, come tanti altri dell’Italia Minore, è marchiato a fuoco, a vita, dagli anni ’60. Ci sono quattro case, un piccolo, grazioso santuario francescano, un bar con l’espositore dei gelati, e un ufficetto di banca dove vi lasciamo immaginare a quale stress lavorativo sia sottoposto l’impiegato. Il luogo adatto per un esilio aureo, lì, affacciati sulle sponde di quella quiete azzurra.

Magari anche Pinocchio, quando si è stancato di giocare fra le macerie di Cinecittà, viene qui a prendere un po’ d’aria buona.

 

        

 

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