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Pubblicato da il 5 Giu 2017 in Articoli | 0 commenti

Il miracolo del cerbiatto di Vitaleta

Il miracolo del cerbiatto di Vitaleta

 
di Antonio Cipriani

Batte il tempo del mio passo lo sguardo che ondeggia. Batte il ritmo del mio respiro, che aumenta, fatica mentre sale la strada verso la linea dell’orizzonte. A destra un mare ondulato di spighe, a sinistra un mare ondulato di spighe. Gli occhi si ambientano, dentro il bosco fissano le pietre, i rami, i piedi. Appena fuori esplodono i colori.
In quel preciso istante, mentre il sole schiaffeggia il paesaggio che si delinea delicato, la scena perfetta viene spezzata da un attraversamento. Balza fuori dalla sinistra un cerbiatto, si ferma il tempo di un sospiro in mezzo alla stradina di terra, e balza verso la destra di spighe e ondulati misteri. Taglia in due l’intera storia del mondo, Si alzano in volo cornacchie e il loro gracchiare rauco spinge i balzi del cerbiatto. Credo fosse un cerbiatto, non sono così esperto da riconoscere un cerbiatto o un capriolo in un battito di ciglia, mentre l’azione teatrale ruba la battuta all’eternità carezzata dal vento.

Ce ne sono quanti ne vuoi, dice l’amico seduto sulla panchina a fronte del mio stupore narrativo. Certo, ce n’è uno per ogni strada campestre che disegna tra i cipressi questa contea, ma quello era il mio. Non importa se capriolo, cerbiatto, zebra o unicorno, quel disegno primitivo è un miracolo. L’apparizione è sacra sul palcoscenico della vita, per un figliol prodigo che tornando sui suoi passi, dopo decenni e decenni di miserie ritrova la meraviglia, assapora l’unicità magica dell’incontro. Risuona nella testa: seni come cerbiatti, gemelli di una gazzella, che pascolano fra i gigli.

La gioia, ecco, la gioia. Che ti fa capire che cosa ha spinto l’uomo preistorico a prendere qualcosa tra le dita per dipingere su una pietra un’immagine a metà tra sogno e realtà, con segno semplice e incredibile. Quel che-di-animale mi ha attraversato come una scossa elettrica. Ha senso aver scelto tutto questo, per dimenticare, per costruirsi con le mani affaticate ogni disincanto, disegnando, scrivendo lettere d’amore, lasciando vago lo sguardo all’orizzonte. Per abbattere quell’incantesimo che offende fantasia e memoria, che clona i nostri istanti e ci priva di bellezza anche quando farnetica di bellezza, arte, cultura.
È andata così. Prima sbagliando strada per andare a Vitaleta, poi il cerbiatto, quindi l’incontro astratto con due giapponesine discese da Pienza in gonnellina svolazzante e cappellino. Sorridenti, bellissime, anche loro parte del mistero e del paesaggio, capaci di volteggiare lungo il sentiero fino a sparire dalla vista. L’innamoramento agisce così, senza preavviso.

Devo questa meraviglia a due madonne. A Maria della cappella campestre che andavo a cercare per dare spiritualità al suono del mio passo. E alla madonna Valentina, che al mio fianco silente e senza fatica, mentre io mi perdevo nel ragionamento sull’intera storia dell’arte, con un semplice “guarda” mi ha fatto vedere. Ci sono momenti irripetibili che per tutta la vita saranno con me. Questo è uno.

Sul Progetto #Emergenze #Disincanto #QExperience Antonio Cipriani ha scritto:

Del tribolo, del filo e dei cipressini: l’avventura del disincanto

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