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Pubblicato da il 19 Giu 2017 in Articoli | 0 commenti

L’apparizione della sibilla Teodora

L’apparizione della sibilla Teodora

Del coltivare cultura e dell’arte che sovverte; in particolare parliamo della sibilla Teodora, opera realizzata a Marcellina da Romolo Belvedere e dallo street artist Luis Gomez.

di Antonio Cipriani
L’inatteso rende fertile la vita che percorriamo. Lasciando le colline valdorciane verso i lembi cementificati della provincia di Roma, passando per Guidonia e poi salendo in direzione dei Monti Lucretili, si entra nel paese di Marcellina che è quasi notte, in uno snodarsi di viuzze strette in salita che danno un’impressione buia. Poco spazio, tante macchine ferme, marciapiedi rari. Si cammina nell’oscurità verso San Polo.
Poi, improvviso, il miracolo. Una luna tonda, quasi piena, misteriosa, illumina un gigantesco volto di donna. Emerge dalla pietra di una vecchia fornace di calcare, si affaccia placido sull’orizzonte, il fazzoletto in testa, lo sguardo disincantato. Una scritta spiega che si tratta di Teodora. Una divinità dai lineamenti antichi, le mani grandi di chi ha sempre lavorato strette in una preghiera. La luce riflette sui sassi tondi che escono dalla bocca della “calcara”, alcuni sono dorati, sembrano pepite.

Questa apparizione mistica è un’opera di Romolo Belvedere, emerge dal torpore di un paesaggio affaticato da devastazioni e incuria. Emerge, con tutte le ambiguità della scoperta, senza preavviso. “La miniera d’oro”, l’ha chiamata l’artista, per dire che con quelle mani, con le mani nodose giganti di Teodora e delle altre teodore del paese, dei loro uomini, si è creato lavoro, si è trasformato il calcare in denaro, pane per sfamare i figli e speranza per i nipoti.

La durezza della condizione di povertà, dimenticata dalle narrazioni ufficiali, tramutata in un oro della vita che scorre grazie a questo bruciar pietra, a questo raccogliere fascine e fare fuoco, fare la calce nella fornax calcaria della cava, in un luogo sperduto, e venderla a Roma. Ma anche l’oro della memoria tramandata attraverso l’arte, che è visione del mondo e seme sotto la neve.

Teodora è una sibilla. Ha radici nella storia e guarda alla contemporaneità con coraggio e libertà, rivendicando la sua centralità di moglie, madre e operaia di Marcellina. Innalza un inno poetico al futuro: che i nipoti di tutte le madonne sacre di ogni luogo di fatica e dedizione, di lavoro per sopravvivere, possano ricordare, poggiare fieri i piedi sulla terra dove sono passate leggere. Dice ai cittadini, ai figli, alle istituzioni, a chi c’era e a chi non sa, che quello è il centro del mondo. E che l’oro alchemico distillato dal sudore, dalla fatica, dalla fame, dalle paure del domani, è rappresentato dall’esserci, dall’esserci stati, dalla testimonianza vivente della propria identità irripetibile. Dialoga con le linee del paesaggio, col suo viso dipinto in un bianco e nero che dà forza: niente verrà abbandonato mai più allo sfacelo, all’oblio della dimenticanza e della bruttezza, della discarica della memoria perduta. La Sibilla rivendica come bellezza le origini. Santifica come fosse un altare la “calcara”, tempio simbolico e fornace di vita.

Lo spirito del luogo si accende come passione, ci sono giovani e meno giovani che sanno camminare domandando, vogliono continuare a sognare sogni loro e non per sentito dire, a dipingere il tramonto con la meraviglia della propria storia, con l’idea che questa Teodora possa proteggerli davvero dall’incuria dei contemporanei, dall’indifferenza, dalle malattie dell’epoca. Dove c’è quest’opera di Belvedere c’era un immondezzaio. Ora non più. La sfida non è solo proteggere dalla devastazione il loro abitare, ma far ricrescere alberi, regalare ciliegie agli sconosciuti, prendere per mano il viandante perché visiti la poesia che solo il loro territorio può esprimere. Tutto si gioca sulla fiducia e sulla cura, sull’attenzione e sul coltivare cultura.

Dedico queste righe
sull’inatteso all’artefice dell’opera, Romolo Belvedere un architetto, fotografo, artista di Marcellina, che ha avuto la forza di interpretare e di mettere in questione storia e arte, fotografia, memoria e futuro. A Luis Gomez, artista bravo e potente che ha dipinto Teodora sulla pietra col suo segno chiaro e semplice. Poi ai giovani dell’associazione Agrifoglio e ai loro progetti per restituire vita all’abitare. E dedico questo scritto all’amicizia che attraversa i decenni e matura nel tempo con delicatezza e forza spirituale. A chi sa tenere nel cuore il fuoco acceso della curiosità e che mi ha portato di fronte a questa meraviglia.

Sul tema della scoperta, di ciò che emerge dal torpore della visione contemporanea, sono usciti sempre di Antonio Cipriani questi altri due pezzi:

Del tribolo, del filo e dei cipressini: l’avventura del disincanto

Il miracolo del cerbiatto di Vitaleta

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