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Pubblicato da il 21 Giu 2017 in Articoli | 0 commenti

Nello specchio della Casa Blu

Nello specchio della Casa Blu

 
di Antonio Cipriani

Non mi sono mai chiesto che cosa pensasse mio padre quando di sabato pomeriggio o di domenica veniva alle mie gare di atletica. Era mio padre, non esisteva alcun punto di domanda, nessuna incertezza. Era forte, tutto d’un pezzo. Con le spalle larghe di chi sorregge il mondo. Era così forte quando era un giovane padre e lo è oggi che è un uomo anziano che coltiva il suo tempo e l’orto, fa parole crociate al sole.

Ci penso chiudendo La casa blu, il racconto di Massimiliano Governi per edizioni e/o che ho appena finito di leggere. Sono 141 pagine scritte con un corpo abbondante. Qualcuno potrebbe pensare: si leggono in un baleno. Invece no, sono pagine che si devono leggere così come sono state scritte, distillando attenzione. Lasciando intrecciare ricordi di un proprio lessico famigliare, con gli appunti di viaggio che rallentano il percorso, creando mondi paralleli, attraversamenti magici. Un attimo sei in viaggio verso la Svizzera, dopo una curva sei con Ágota Kristóf e oscilli lungo il confine tra visibile e invisibile, tra menzogna e verità. Poi riprendi a tessere sulla tua pelle l’oscillazione tra i mondi, tra quello che sembra impossibile e quell’istante in cui d’improvviso quello che non esisteva si accende alla mente. Come un ricordo urgente. Avete mai notato quando non ricordate qualcosa e poi: toh, ecco. Da quale cassetto della mente salta fuori all’improvviso quel “toh, ecco” che illumina la memoria?

Il padre che dice al figlio delle volte in cui lo accompagnava a giocare a calcio nei campetti di periferia. La ricerca delle strade, l’odore del campo, gli scarpini. Questa immagine ha rovesciato i miei ricordi, li ha sparpagliati, mi ha aiutato a ridiscuterli in quel “toh, ecco”, cambiando prospettiva. Lo so, il senso del libro è noto. Affronta un tema assoluto, delicato e civile, come quello dell’eutanasia. Lo fa con garbo, senza tacere e senza mostrare. Per me è importante aver capito che non è solo questo. Non è un viaggio simbolico e basta: è un sentiero dove ogni lettore può camminare, scoprire mondi, assegnare ai ricordi un peso diverso, cogliere luci e ombre, fermarsi a dialogare seduti o procedendo velocemente.

Si tratta di un dialogo ininterrotto tra padre e figlio. Tranne un frammento di ricordo silenzioso, la pietra d’angolo sulla quale poggia la storia. Il punto esatto in cui il tempo viene ripercorso al contrario, in un attimo. E il passato, il ricordo, l’azione, il viaggio, la vita e la morte, diventano la trasmissione perfetta della memoria per il futuro del figlio. Dell’adolescente che siamo noi che leggiamo e che mettiamo in questione le cose semplici.

Ho parlato di lessico famigliare, e mi salta alla mente Natalia Ginzburg.
“Cade la pioggia lenta ed uniforme
Sui prati verdi e sulle rocce nere.
Nell’aria si dileguan vaghe forme
Velate di caligini leggere.

Era semplice: prati verdi, rocce nere, ne avevo visti tante volte anch’io, in montagna. E non m’era venuto in testa che si potesse farne niente: li avevo guardati, e basta. Le poesie erano dunque così: semplici, fatte di niente; fatte delle cose che si guardavano”. Perché questo è quello che salta fuori dalla narrazione di Governi. La semplicità delle cose, la dignità delle scelte. Quella sensazione di spaesamento che ognuno di noi prova sul bilico delle proprie decisioni esistenziali. Come un ultimo viaggio, un primo passo, il senso delle cose che andiamo perdendo, quelle che riscattiamo. Con quale coraggio, quale libertà e cura riscattiamo dall’oblio di noi stessi il presente che ci affatica. In quali occhi ci dobbiamo specchiare per avere nel cuore il baluginare della purezza ribelle dell’adolescente che viaggia al nostro fianco, sempre.

Mi viene in mente un film sull’eutanasia, Le invasioni barbariche. Bello, simbolico, di una generazione sconfitta che riflette sulla propria sconfitta, specchiandosi nella vittoria dei figli in carriera. In quel film ho amato più di ogni cosa Nathalie, barbara vera. Tossicodipendente, intelligentissima, perduta nell’esistenza e straordinariamente capace di quel baluginare ribelle, di tenere in vita memoria e futuro in un solo gesto. Di avere l’anima fertile del barbaro che rigenera la vita perché cambia prospettive e modalità. Ecco, da lettore-barbaro-adolescente ne “La Casa blu” di Massimiliano Governi, e nei riflessi delle mie scelte, vedo la potenza di quell’istante in cui il dialogo si ferma. In cui ogni mondo è possibile, nella semplicità di un non detto che genera un uomo nuovo. Un uomo nuovo nel quale il lettore leggerà se stesso. Questo ho vissuto ne La casa blu, questo racconto.

Nello specchio della Casa Blu è apparso il 16 aprile del 2016 su Globalist. Lo ripropongo all’interno del Progetto Emergenze in questo solstizio d’estate, dopo aver percorso a piedi Castiglione d’Orcia, aver goduto della bellezza dell’amicizia che nasce, aver parlato a lungo del libro di Massimiliano Governi, aver ipotizzato incontri di poesia, di canti e disincanti…

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