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di Francesco Merlino

#MidnightInVenice

Qui è già notte fonda mentre nel resto del mondo è ancora giorno.

Le calli sono affollate dalla solitudine e il silenzio è tale da amplificare ogni fruscio del vento e farlo diventare il sospiro di un fantasma.

Piazza San Marco è un’immensa vasca da bagno vuota, ma la sirena dell’acqua alta avverte che entro quattro ore si riempirà di nuovo. E allora gli ultimi romantici prenderanno per mano la persona amata e la porteranno a passeggiare sull’acqua, sfruttando l’eccezionale mutismo di un luogo che di solito parla molte lingue.

Ma quando ciò non accade, quando Piazza San Marco rimane un recipiente di cappellini con la visiera, gli ultimi romantici si spostano un po’ più in là, a pochi metri di distanza, in una calle tanto stretta che sembra messa lì a fianco per fare da antitesi perfetta.

Calle Vallaresso è a tratti claustrofobica. Ma se mai vi doveste trovare a percorrerla cercate di non avere paura e arrivate fino in fondo, dove la calle si apre sulla laguna e sulla chiesa della Salute illuminata. Lasciatevi guidare dall’unica luce che risplende nella strettoia, proveniente da due lampioni posti proprio in fondo, sopra al portone numero 1323.

È dietro quel portone in vetro fumè, che lascia intravedere tutto senza mostrare niente di nitido, lasciando fare il resto agli uomini di buona immaginazione, che i romantici si nascondono quando Venezia non rimane da sola.

L’Harry’s Bar li accoglie tutti in settanta metri quadrati.

In questa alcova di pareti di legno e tovaglie di lino Truman Capote, Peggy Guggenheim, Joe DiMaggio, Frank Lloyd Wright, Gary Cooper, Charlie Chaplin, Orson Welles, Gian Carlo Menotti, Georges Braque si ritrovavano insieme a passare in incognito le notti, bevendo Champagne o Bellini (qui inventato), nutrendosi di vita mentre contribuivano a crearla.

Giuseppe Cipriani, il proprietario dell’Harry’s, era spesso dietro il bancone e li guardava con ammirazione, ma senza mai provare a diventar loro amico, rispettando un suo personalissimo precetto morale secondo il quale un cliente deve rimanere tale.

L’unica eccezione a questa regola, sedeva spesso nel tavolino in fondo a sinistra, che dal 1949 al 1950 fu sempre riservato a colui che all’Harry’s non andava al bar, ma ad osservare la vita attraverso i suoi più grandi esponenti.

Ernest Hemingway era riconosciuto da tutti come il re dell’Harry’s Bar, l’unico a potersi dire amico di Giuseppe Cipriani: barba bianca e occhi da marinaio, inconfondibili anche se filtrati dalla rotondità manipolatrice della bottiglia di vino vuota che sempre lo precedeva, restituendolo al mondo con le stesse forme distorte con cui lui lo vedeva grazie al contenuto.

Ogni sera alle ventidue si alzava dal tavolo ed andava a scrivere un nuovo capitolo di Di là dal fiume e tra gli alberi, in cui spesso riportava i dialoghi del bar. Aveva una piccola stanza in affitto al piano superiore della Locanda di Torcello ed ogni sera chiedeva di fargli trovare in camera sei bottiglie di Amarone del Veneto, che il cameriere portava via vuote ogni mattina.

Ernest Hemingway era il re perché scriveva nello stesso modo in cui viveva, da uomo. Sempre in vena di scherzare, fino a ritrovarsi spesso a torso nudo, nonostante il freddo, a sfidare un nuovo cliente a tirare di boxe. Una sfida che non aveva mai né vincitori né vinti.

Era il re per come beveva, non con il voyeurismo stucchevole degli ubriaconi, ma con passione.

Aveva persino inventato un drink, il Montgomery Martini, che aveva proposto con successo all’attenzione di Cipriani, tanto che si trova ancora oggi nel menù. Versione “strong” del classico Dry Martini, fu chiamata così dallo scrittore stesso per la proporzione di gin e vermouth da mescolare, che doveva essere la stessa utilizzata dal Generale Montgomery nella battaglia di El Alamein: quindici soldati italiani ed uno inglese.

Quando glielo fece assaggiare, Cipriani se ne ubriacò al punto che dovette rimanere a letto per tre giorni prima di smaltire la sbornia.

Hemingway era il re.

Ma si dice che spesso i regnanti siano persone tristi e chi conosceva bene Hemingway sapeva che quel suo vitalismo, sfrenato al punto di essere quasi una religione, non era altro che un modo per nascondere la sua solitudine.

Dicono che a Venezia lasciò il sorriso, che si esaurì del tutto all’angolo sinistro dell’Harry’s Bar che fu per lui come l’angolo di un ring.

Se ne andò dalla laguna nel 1950, in cerca di nuove avventure. Quando ritornò all’Harry’s era il 1954 e aveva appena vinto il Nobel, ma non lo dava a vedere.

La vita l’aveva risucchiato fino al midollo, lui che fu una candela che bruciava dai due lati, emettendo una luce superiore alle altre, ma consumandosi prima.

Quando smise di vivere da uomo decise che sarebbe stato inutile rimanere in vita.

Così la fece finita da solo, perché solo Hemingway poteva mettere KO Hemingway.

Tentò di mandar giù un proiettile di fucile, che gli perforò la nuca. Fu la prima volta che qualcosa fu troppo forte persino per lui, che aveva mandato giù di tutto dietro il tavolino dell’Harry’s Bar, dove gli ultimi romantici possono vederlo, ancora oggi.

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