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IV
Questa lunga premessa per rivendicare il diritto alle pure contraddizioni, allo spirito critico con il quale si attraversano le contraddizioni, il pane quotidiano per costruire pensiero eretico e libero. Che si sottragga alle regole già scritte e fallimentari dell’epoca e del potere. Scrivo fallimentari perché gli effetti su etica e giustizia sociale sono sotto gli occhi di tutti: di chi se ne avvantaggia e di chi, schiavo, non se ne rende conto neanche quando è travolto dagli effetti e vede vita e futuro in pericolo.
Il fallimento per tutti noi risiede nelle semplificazioni delle risposte già date, che annullano il fuoco della domanda, laddove si erigono i monumenti alla bruttezza del tempo, al razzismo, alla xenofobia, all’accettazione passiva delle ingiustizie e delle guerre, ma anche alle piccole azioni di stupidità e ferocia che appartengono a questa epoca. Il fallimento etico di tutti noi ha come contrappeso la vittoria schiacciante di un sistema che oggi si impone come immutabile. Talmente indiscutibile da sembrare emanazione divina. Che prevede il sacrificio di massa degli ideali di intere generazioni, spente nell’attesa di essere inseriti in un gioco di ruolo che mortifica e tiene in vita, nella trasformazione di vite in vite precarie, ricattabili, fragili.
V
Con una chiarezza incredibile ha detto Simone Weil, grande filosofa e mente sovversiva del Novecento, che gli oppressi di ogni tempo e luogo, umiliati e offesi, non sono in grado di interpretare il tempo e di agire per il cambiamento epocale: “Questo sentimento abita dentro di loro, ma giace così inarticolato che essi stessi non sono in grado di discernerlo”. Scrive Nicola Lagioia spiegando questo concetto: “L’esempio portato dalla Weil è quello del ladruncolo semianalfabeta che balbetta intimidito davanti al giudice, il quale, seduto comodo sopra il suo scranno, è pronto a colpirlo col maglio di una legge consustanziale al mondo che l’ha portato a errare. Se le vittime della violenza – anche di quella istituzionalizzata – non hanno voce, a propria volta, quasi immancabilmente, ‘i professionisti della parola sono del tutto incapaci di dargli espressione’ dal momento che i loro privilegi (i gerani della sovrastruttura) si fondano sullo stesso potere che è l’origine della violenza. Quando il ceto intellettuale sta difendendo pubblicamente gli ultimi, non sta forse, nove volte su dieci, lottando per ribadire la propria forza?”

I primi tre frammenti per avviare una riflessione collettiva sul coltivare cultura: abbozzo di una teoria anarchica sulla conoscenza, li trovate nel link che segue.

L’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità

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