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Pensateci: non avete vissuto una sola esperienza
che non vi vedesse al suo centro esatto.

David Foster Wallace

Non mi pagano per scrivere quello che sto scrivendo, ma certamente vorrei. Con i soldi comprerei la possibilità di continuare a scrivere, senza più dover avere paura del futuro. Poco male comunque. Quando tutto questo è cominciato, volevo soprattutto fuggire da quello che stavo diventando. Salvare me e gli altri. Sapete, quelli che ami e che ti amano.

Conoscere davvero una persona, una qualsiasi, è molto difficile; perfino conoscere se stessi lo è. Dopo averci pensato a fondo, sono abbastanza convinto che tutte le persone del mondo nascano infinitamente buone. Poi qualcosa cambia. C’è un primo intoppo che comincia a mandare tutto a rotoli. Così nasce l’odio. Non so ancora cosa sia di preciso, né come nasca, ma so che dall’odio nasce poi la paura, o viceversa. In ogni caso sono due cose estremamente connesse. L’odio è un virus che attacca le persone che hanno paura. E io, a un certo punto della mia vita, ero veramente stufo di odiare e avere paura. Ho capito che odiando qualcuno non fai altro che odiare qualcosa di te stesso, qualcosa che spesso risiede nel tuo passato.

Siamo cresciuti come se fossimo all’interno di scatole. A volte alziamo il coperchio, sbirciamo quello che succede fuori, poi rientriamo. Inutile dire che capiamo poco o niente. Quello che sappiamo del mondo, in verità, credo che non lo sappiamo affatto. L’unica cosa che conosciamo sono le nostre ferite e quale sia il modo più rapido per tentare di guarirle. Spesso la cura è l’egocentrismo. L’egocentrismo di cui parlo è una cosa più simile al solipsismo, ovvero il fatto che il mondo, per come lo percepiamo, non è altro che la proiezione della nostra coscienza. Vederci come il centro esatto di ogni esperienza che viviamo, come diceva David Foster Wallace, è il modo più semplice per continuare ad andare avanti di giorno in giorno. Può capitare, però, che ci si accorga della finzione, e da quel momento è difficile tornare indietro. D’improvviso tutto quello in cui credi, tutto ciò che stai facendo, diventa poco importante.

Un giorno una professoressa di matematica ci disse che per risolvere un problema apparentemente difficile bisogna guardarlo con distacco. Ci disse che gli alpinisti più esperti si approcciano così alla scalata: guardando la montagna da lontano. Quella dritta mi è rimasta impressa. La vedo come una specie di legge universale, che applico ancora oggi, anche e soprattutto alle persone. Se riesci a guardare da lontano la vita in cui ti ritrovi, ti accorgi come tutti siano così incredibilmente privi di ogni colpa. E tutti tornano a essere buoni. Non è semplice, o comunque è molto più semplice a dirsi che a farsi, come si sente dire. Tuttora desidero fare del male a un sacco di gente, dico davvero. E francamente ne sarei felice, lo troverei liberatorio.

Per esempio una volta sono entrato nella segreteria didattica dell’università. Era un periodo piuttosto brutto e volevo informarmi su come poter cambiare corso di laurea. Per me quell’incontro era davvero importante, quasi catartico. Mi liberavo dalla mia paura di cambiare strada, finalmente avevo trovato il coraggio. Ma mentre parlavo alla segretaria, lei guardava lo schermo del suo iPhone e tastava con le unghie, lunghe e colorate. Non c’ho più visto e le ho vomitato addosso tutte le mie frustrazioni. Le ho detto che era colpa di gente come lei se l’università andava a rotoli; che non vedevo come fosse giustificabile che una con un stipendio come il suo comprasse un iPhone. Due ragazzi che erano in fila fuori mi hanno fatto uscire, e credo di aver fatto una figura piuttosto del cazzo. Ma, insomma, passiamo la vita con la guardia alta, e può capitare prima o poi di passare all’attacco, dopo aver incassato e incassato. Iniziamo a difenderci un istante dopo aver fatto il primo passo sulla terra. Ci difendiamo dalle cicatrici che noi stessi ci siamo procurati, che nascono da quella strana convinzione di essere sbagliati. Si chiama repressione.

L’ultimo anno di liceo, quand’ero ormai prossimo alla maturità, ho avuto un grande pranzo di famiglia. Lì ho incontrato un tizio, una sorta di zio, il marito della cugina di mia madre. L’avevo visto solo un paio di volte prima di allora e non ricordo il suo nome. Eppure questo tipo, che faceva l’avvocato, con la sua cravatta, il suo orologio e i suoi viaggi a Roma, mi convinse che il modo migliore per continuare la mia vita fosse anche quello più facile: seguire le orme dei miei genitori, reprimendo le mie velleità e tutto il resto. Questo per me significava studiare economia e fare l’esame per iscrivermi all’albo. E io l’ho fatto. O meglio, ho cominciato a farlo. Ho studiato economia per tre anni, laureandomi con un voto decente. Ma già al secondo giorno avevo capito che ero finito in un mondo che non mi apparteneva affatto. Eppure ho continuato. C’è una frase di Virginia Woolf, dice: non puoi trovare pace sottraendoti a te stesso. Sono d’accordo. Ma allora non lo sapevo. Andavo avanti perché ero convinto che i miei sogni fossero insignificanti, che quello che era giusto fare fosse trovare un impiego sicuro, comprare qualche completo e andarmene elegante da questo mondo, sperando in qualcosa di meglio. Credevo che per sopravvivere bisognasse necessariamente vendere qualcosa, costruire un personaggio da spendere sul mercato, con delle capacità che qualcuno avrebbe potuto voler comprare. Sapersi presentare e parlare bene. Quello che ho imparato è che non puoi diventare proprio nessuno se vivi una vita che non ami.

Il problema è che a volte siamo portati a convincerci che una cosa sia giusta solo perché è utile. Chi ha studiato economia sa certamente cosa sono i mastrini: delle tabelle a forma di croce che si usano per fare contabilità. Tutti gli eventi contabili devono essere registrati nei mastrini, serve a far tornare i conti. Durante il poco tempo che ho trascorso nelle biblioteche dell’università ho visto tanti ragazzi che combattevano con entusiasmo sui mastrini: scrivevano, facevano conti, cancellavano e ricominciavano. Questo tipo di vita non mi è mai sembrato del tutto autentico, è solo una cosa che si fa. Molti di quei ragazzi erano totalmente stregati. Avevano scambiato ciò che è utile con ciò che è importante. Si vedevano al centro esatto del loro mondo, con le corone d’alloro in testa, lo sguardo istruito che trasuda baldanza e tutto quanto. Una parte di me spera che non si accorgano mai dell’inganno.

In questo senso, un’altra cosa che mi fa pensare sono le leggi: ne ho studiate tante, lì al dipartimento. Ora grazie a Dio non me ne ricordo più nessuna (cosa prevedibile, per questo le hanno scritte), ma ogni volta che ne leggevo una, non so perché, io pensavo alle foreste. Agli alberi e al legno dei tronchi bagnato dalla pioggia, alle foglie marce sulla terra, alla terra stessa, agli animali che ci sono ma non si fanno mai vedere. Ritenevo più importante il tempo passato a pensare alle foreste, che quello a ricordarmi le leggi, senza dubitarne per un momento. Non ho mai capito come si possa reputare tanto importante una cosa che cambia totalmente se si sale in auto e si oltrepassa il confine. Leggi, mastrini, e tutto ciò che a loro somiglia, non sono altro che il modo in cui ci appare il mondo dalla scatola. Più sicuro, ma non del tutto sincero.

Quando tutto questo è cominciato è stato difficile, ma anche bello. Può sembrare assurdo, ma cominciare a vedere tutto da lontano aiuta a capire ogni piccola cosa, ogni piccola dinamica tra la gente. In verità, e questa è una delle cose migliori, ti aiuta a capire che quella che chiamiamo “gente” esiste solo quando ti ci trovi immerso dentro. Una brodaglia uniforme da cui, se vista da una certa distanza, si iniziano a distinguere tanti piccoli puntini, divisi l’uno dall’altro. Quei puntini sono le persone. La definizione che do delle persone è: la gente quando è sola. Essere soli, per me, significa rimanere autentici, anche quando si è con gli altri. Rimanere se stessi, si direbbe, ma è più complicato. Prima che cominciasse tutto questo non avevo mai pensato alle persone quando se ne stanno da sole. Era come se da solo ci potessi stare solo io. Ma ora riesco a entrare nella solitudine di praticamente chiunque, chi più e chi meno. E lì, nella solitudine, nessuno è più qualcosa da vendere o da comprare. E per star bene bastano una guancia e delle dita che si toccano. E tutti sono così buoni, e senza colpa. Ed è più semplice riuscire a perdonare, perfino se stessi. E si odia e si ha paura un po’ di meno. Quando tutti sono fragili non lo è più nessuno.

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