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di Antonio Cipriani

Caro Alessandro, chissà quale regìa anima gli incontri. Quale mistero si cela dietro eventi imprescindibili, ricordi che sembrano scivolare via sul piano inclinato della memoria, accumulandosi, sovrapponendosi, scomparendo tra mille altri che il tempo va esercitando. Dimenticando e lasciando che le nostre facce, i sorrisi, le azioni, la poesia della nostra vita possano essere dimenticate. Rese innocue, lasciate in un canto. Didascalie di storie.
Ci penso, alla regia e al mistero. Ci penso mentre risuona delicata, profetica, la tua voce che narra. Che racconta a un pubblico silente e sospeso in equilibrio la storia di un cristiano. Questo il titolo del tuo lavoro teatrale: “Un cristiano”. Sottotitolo: don Giovanni Fornasini a Monte Sole. Vederlo nella Casa della Memoria, all’Isola, ha avuto un effetto benefico. Su di me, che non varco mai il confine psicologico della nuova Milano tutta cemento e specchi, boschi verticali e vergogne orizzontali a spese della collettività. Sul cubo di cemento che ospita questa memoria: per un momento l’atrio ha acquisito quella magia che solo la parola poetica può evocare. Non basta la politica, non serve solo la testimonianza se non contiene l’imprevedibilità rivoluzionaria dell’arte che scioglie nodi e accende domande. Suggerisce modalità, azione e riflessioni, sul breve periodo (oggi stesso, la necessità di scriverti questa lettera), su quello che potrebbe essere domani e dopo, uscendo fuori dal conformismo.
Perché di conformismo parliamo. La forma che annacqua i rapporti, crea una rete più potente di ogni rete, quella della riconoscibilità all’interno del consenso, delle scelte percepite sempre come necessarie, dell’accettazione passiva – anche se scintillante e intellettuale – di ogni efferatezza mediaticamente e politicamente declinata secondo interessi che non sono i nostri interessi. Che distruggono la semplicità del gesto quotidiano rivoluzionario perché semplice e innervato da coerenza. Da un pensiero di coerenza: anarchico, poetico, artistico, cristiano.
Tu l’hai incontrato quasi per caso questo sacerdote, eroe semplice, minuto e giovane, chiamato prima ancora che i nazifascisti lo ammazzassero l’Angelo di Marzabotto. Lo hai incontrato e portato tra noi, fuori dai libri e dalle attestazioni storiche. Fuori dalle medaglie e dalla ferocia impossibile della strage di Marzabotto che sarebbe meglio definire come eccidio di Montesole, per le tante stragi sulle pendici del monte nell’arco di una settimana di sangue e crudeltà.
Da una le SS di Walter Reder, i fascisti collaborazionisti e gli indifferenti, quelli che voltavano il viso dall’altra parte: il conformismo del potere. Dall’altra parte i cittadini comuni destinati a morire, chi si batteva per difenderli in montagna, la grandezza di un prete scomodo anche per la chiesa, coraggioso oltre ogni idea di coraggio, don Giovanni.
Le prime parole che pronunci in questo inseguirsi di voci, in un dialogo lungo tutta l’opera, sono: “Sto scavando un rifugio, un rifugio don Giovanni? Sì, un rifugio, dio santissimo aiutaci, vai su che adesso arrivo anch’io, c’è la famiglia di Bologna, han dei vestiti, dei cappotti, e il pane? L’han già portato il pane?” Il prete, che non ha neanche trenta anni, scava. Scava per costruire un rifugio per tutti noi. E ci chiede se abbiamo chiaro che occorra un rifugio in tempo oscuri. E il pane. Per chi non ce l’ha, per chi scappa dall’atrocità della guerra, per chi non ha colpa. Perché la guerra è la guerra. A morire sono sempre gli innocenti. E don Giovanni ha scelto da che parte stare, dalla parte degli innocenti, di chi soffre, della giustizia, di chi si batte contro l’ingiustizia. Ha scelto perché è cristiano contro corrente. Crede in quel Cristo illuso che porta sovversione nei cuori, non assuefazione temperata dai vantaggi dell’epoca.
La bicicletta è il simbolo. Il giovane prete fatica e si arrampica sulle salite e gode della dolcezza della discesa. Le tue mani, Alessandro, carezzano con i polpastrelli la tovaglia bianca sulla tavola. Pedala don Giovanni, senza paura. E continua anche tra fumi, spari e morti; tu graffiando in scena la tovaglia. Un’immagine potente, che mi riporta ai gesti essenziali. Perché il coraggio è un dettaglio essenziale. Agisce quando ci sarebbero cento buonissime ragioni per sottrarsi, per nascondersi, per chinare la testa.
L’eroe che racconti ci insegna il coraggio della vita di ogni giorno. Tirar giù i partigiani impiccati, seppellire i morti. Difendere i più deboli con la parola e con l’esempio. Una lezione importante, visto che a fronte della miseria dell’epoca, si contrappone un ardire leonesco e confuso sulle cose inutili, sui valori che non cambiano di un millimetro l’ingiustizia.
L’ultima parte del lavoro mi commuove. Il dialogo serrato, tra italiano e tedesco, tra don Giovanni che difende donne dalle Ss ubriache e il capitano è sublime. Il ragazzino in abito talare tiene testa agli stragisti. E li accusa con parole chiare. Lo dice la storia. In teatro l’artista non declama, non alza la voce, si rinchiude quasi in un sussurro: avete ucciso bambini, donne, vecchi. Nemmeno i morti ci fate seppellire. Siete bestie?
Le ultime parole di don Giovanni: quadro ritorno mi vedrete, ciao. Era uscito per andare a seppellire i morti delle stragi, era salito sulla montagna dove è stato trovato mesi e mesi dopo. Massacrato, con l’abito talare addosso, abbandonato sulla neve.
Quell’abito è sul tavolo, in scena e dall’inizio alla fine. Dico grazie per questo incontro, per la parola delicata e rivoluzionaria, per la mancanza di effetti speciali ed enfasi, per la bellezza.
Non solo di questo cristiano che già amo. Per la bellezza del mistero, per un incontro casuale tra un barbaro narratore viandante come me e un artista pieno di sorprese come Alessandro Berti. Certi fili sottili sono per sempre, dotati di energia propria che in circostanze particolari crea magia.
Anche per questo continuo ad avere questo ottimismo incredibile, nonostante tutto, per il futuro del teatro e della poesia e di questa nostra storia. Per la possibilità che le menti più belle e delicate, le meno banali e conformiste, quelle che sono lontane dallo scintillio della comunicazione mediatica, possano salvare il mondo con la loro bellezza.

ALLEGATO

La storia di don Giovanni Fornasini, raccontata dall’Anpi

Nato a Pianaccio di Lizzano in Belvedere (Bologna) il 23 febbraio 1915, ucciso il 13 ottobre 1944 a San Martino di Caprara (Bologna), sacerdote, Medaglia d’Oro al valor militare alla memoria.
Parroco di Sperticano, piccola parrocchia della zona di Marzabotto, don Fornasini (che era stato ordinato sacerdote nel 1942), aveva fatto suonare le campane a festa quando, il 25 luglio 1943, Mussolini era stato destituito. Il giovane sacerdote fu vicino ai partigiani della Brigata “Stella Rossa” e, durante l’occupazione, difese la popolazione inerme dalle angherie dei nazisti. Con i suoi coraggiosi interventi, don Fornasini salvò la vita a molti dei suoi parrocchiani. Sfuggito ai primi eccidi, continuò audacemente la sua missione. Mentre dava sepoltura (vietata dai nazisti), ai morti di Casaglia di Caprara, don Fornasini affrontò un ufficiale tedesco, accusandolo apertamente dei delitti compiuti nella zona di Marzabotto; il sacerdote fu immediatamente abbattuto. La massima decorazione al valor militare gli è stata concessa con questa motivazione: “Nella sua parrocchia di Sperticano, dove gli uomini validi tutti combattevano sui monti per la libertà della Patria, fu luminoso esempio di cristiana carità. Pastore di vecchi, di madri, di spose, di bambini innocenti, più volte fece loro scudo della propria persona contro efferati massacri condotti dalle SS. germaniche, molte vite sottraendo all’eccidio e tutti incoraggiando, combattenti e famiglie, ad eroica resistenza. Arrestato e miracolosamente sfuggito a morte, subito riprese arditamente il suo posto di pastore e di soldato, prima tra le rovine e le stragi della sua Sperticano distrutta, poi a San Martino di Caprara dove, pure, si era abbattuta la furia del nemico. Voce della Fede e della Patria, osava rinfacciare fieramente al tedesco l’inumana strage di tanti deboli ed innocenti, richiamando anche su di sé le barbarie dell’invasore e venendo a sua volta abbattuto, lui Pastore, sopra il gregge che, con estremo coraggio, sempre aveva protetto e guidato con la pietà e con l’esempio”. Il 18 ottobre 1998, il cardinale Biffi aprì a Marzabotto il processo canonico per la beatificazione di don Fornasini e di altri due sacerdoti (Ferdinando Casagrande e Ubaldo Marchioni), considerati i “martiri di Monte Sole”. Postulatore, il prof. Alessandro Albertazzi. A don Giovanni Fornasini, ricordato anche come “l’angelo di Marzabotto”, sono state intitolate la Scuola elementare di Porretta Terme e una via di Bologna. Un cippo lo ricorda nel cimitero di San Martino di Caprara, con altri quattro parroci della zona assassinati dalle SS.

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