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di Pancrazio Anfuso

– Mio padre ha detto che il cinema ucciderà i comici, dice Stan (Laurel).
– Ucciderà i comici senza talento, – ha risposto Charlie (Chaplin), senza guardare il suo compagno sempre più lontano, incantato dalle luci. Sente che l’ora sta arrivando, che tutto il Nordamerica è un pubblico in silenzio che aspetta di vedergli metter piede sulla costa.(…)
La sirena della nave lo scuote, gli fa aprire gli occhi chiari che hanno dentro più fuoco che mai e scopre attorno a sé la gioia dei suoi compagni della troupe che festeggiano l’arrivo. Stan sorride in fretta. Si copre il viso con le mani perché una sensazione vaga e fastidiosa lo prende al cuore e allo stomaco. Attraverso le dita aperte che recingono i suoi occhi, guarda Charlie e sente di volergli bene come a nessun altro, perché sa di essere di fronte a un vincitore.

Le chiatte si accostano alla nave e la prendono a rimorchio. Il giorno è luminoso e la nebbia s’è alzata. Alcuni attori bevono scotch e lanciano urla incomprensibili. Torneranno presto a Londra, abbracceranno mogli e figli e racconteranno l’avventura della tournée.
Stan e Charlie non hanno biglietto di ritorno. (…)
Charlie ha acceso una sigaretta e attende il suo turno sulla passarella. Non fa più parte della troupe. Un’ondata di sangue caldo inonda le vene di Stan e la sua faccia si riempie di vita. Indovina che Charlie sta scommettendo sul successo e sulla fama. Da una tasca estrae una manciata di scellini e li scaraventa con forza in mare. E’ rimasto solo e se potesse vedersi proverebbe vergogna.
– Non mi uccideranno, papà, – dice, e salta a terra.
(Osvaldo Soriano, Triste, Solitario Y Final)

Stan Laurel è stato un grande comico. In coppia con Oliver Hardy ha fatto morire dal ridere mezzo mondo, inventando un nuovo genere cinematografico. L’immagine che abbiamo di lui è quella costruita nei 107 (106?) film in cui ha recitato: ingenuo e goffo, tonto e maldestro. Il doppiaggio in italiano, poi, gli ha cucito addosso una buffa parlata dall’accento inglese che lo identifica ai nostri occhi come un’icona del passato che tutti conoscono.

Laurel è stato un pioniere. Figlio di un manager/impresario teatrale, ha seguito le orme del padre fin da piccolo e tutta la sua vita è stata consacrata alla recitazione. Dall’Inghilterra ha varcato l’oceano per la prima volta nel 1910, al seguito della Compagnia di Fred Karno, il cui comico principale era Charlie Chaplin. Di quel viaggio in piroscafo racconta l’immaginifica penna di Osvaldo Soriano, che abbiamo letto nel brano introduttivo.

Chaplin va verso il successo planetario, Stan incomincia a girare per gli Stati Uniti, provando a trovare la sua strada di comico, ma rimane in sostanza un imitatore di Charlot, di cui faceva il vice nella compagnia di Karno. Si sposa, intanto, con un’attrice australiana, che gli cambia il cognome da Jefferson a Laurel. Le comiche che gira gli regalano un minimo di successo, l’incontro con Hal Roach e la rottura con la prima moglie, ritenuta inadatta al ruolo di coprotagonista dal produttore Joe Rock. Qui, in una specie di corto circuito spazio-temporale, si innesta il racconto di un altro grande scrittore, Paco Ignacio Taibo, che racconta Stan in una immaginaria fuga messicana nel suo A quattro mani.

Il 19 luglio del 1923 verso le cinque e mezzo del pomeriggio, l’uomo avanzò sul ponte internazionale che separava El Paso (Texas) da Ciudad Juarez (Chihuahua). Faceva caldo. Quattro carri che trasportavano filo spinato verso il Messico avevano saturato l’aria di terriccio. Il doganiere messicano, dalla garitta, lanciò un’occhiata di sfuggita all’uomo magro vestito di grigio che avanzava verso di lui con una bombetta nera e una curiosa valigetta di cuoio. Non gli diede la minima importanza e tornò a immergersi nel volume di poesie di Rubén Dario che leggeva con attenzione. Stava cercando di imparare a memoria una poesia per poterla recitare sdraiato tra i cuscini di una puttana francese di sua conoscenza che adorava questo genere di cose.
L’uomo magro e sgraziato, camminando fra mulinelli di polvere, arrivò fino alla scrivania del doganiere messicano e appoggiò con discrezione la sua valigia sopra il banco, come se non volesse impicciarsi della vita di nessuno, neppure della propria. La guardia sollevò la testa persa fra fiori di acanto e uccelli dal piumaggio multicolore e studiò con cura l’uomo. Il volto sembrava conosciuto. Forse qualcuno che passava spesso la frontiera? Un rappresentante? No, lo escludeva. Faccia esageratamente pallida, orecchie a sventola, bocca che reclamava un sorriso che non usciva, occhi piccoli e spaventati. Veniva voglia di proteggerlo, magari per recitare poesie a due. Il gringo magro non guardò neppure per un attimo il funzionario messicano che lo stava studiando. Il doganiere tornò a calarsi nel suo mestiere e aprì la valigia: otto bottiglie di gin olandese minuziosamente sistemate, e nient’altro. Neanche un paio di calzini o qualche slip. Quel matto di un gringo fottuto si sarebbe fatto fuori con una sbornia colossale. Perché non si strafaceva nella sua terra, il coglione? Ma non riuscì a formulare nessuna tirata nazionalista. Decise che lo strambo americano era un compagno di mal d’amore. Un altro disgraziato rincoglionito dalla sua donna. E sentì crescere dentro una smisurata e traboccante solidarietà. Richiuse la valigia e tracciò con un gessetto bianco il segnale di via libera. Il gringo, valigia alla mano, entrò in territorio messicano senza aver pronunciato una sola parola. Il doganiere lo guardò allontanarsi tra le strade polverose di Ciudad Juarez e quando già si stava per reimmergere nella sua lettura, ricordò perché gli era così familiare quel viso magro dalle grandi orecchie e gli venne in mente persino il suo nome: Stan Laurel, uno che aveva visto nei film che proiettavano al cinema Trinidad, un attore comico.

Stan si sistemerà presso lo scalcinato Hotel Neptuno di Parral, dove assisterà, dalla finestra, attaccando la prima delle otto bottiglie di gin, all’assassinio di Pancho Villa in un agguato teso da nove uomini. Duecento i colpi sparati sulla macchina.

È un Laurel distante da quello che conosciamo, il racconto di Taibo e quello di Soriano ne ipotizzano tratti sconosciuti ai più. Soriano lo racconta, poi, anziano, assoldare uno squattrinato Philip Marlowe per indagare sul motivo del perduto successo. A quel punto Oliver Hardy è già morto, dopo una lunga scia di problemi cardiocircolatori che lo aveva portato all’infermità e al dimagrimento di 70 chili che lo aveva reso ormai irriconoscibile.
Stan confessa a Marlowe di stare per morire anche lui, e vuole sapere perché Hollywood lo ha dimenticato.

Mi viene in mente, e non caccio via il pensiero, anzi, il fumetto di Andrea Pazienza Perché Pippo sembra uno sballato. Nel fumetto Pippo è un fricchettone che bivacca in una specie di comune, dove passa il suo tempo ad alto contenuto tossico con gli amici, incalzato da un Topolino cinico e spietato che cerca di portarlo via per sfruttarne la vena comica.
Il prezzo che si paga al successo, che spesso vede il sistema sfruttare fino allo sfinimento i talenti in grado di assicurargli il massimo del profitto. A Stan Laurel e Oliver Hardy Hollywood, in un certo senso, ha succhiato il midollo. Hardy è morto nella miseria più nera, Laurel ha condotto un tenore di vita più che modesto, negli ultimi anni, avendo appena di che pagarsi un alloggio.

La coppia era nata per caso, quando Hardy era caduto rovinosamente sul set scottandosi un braccio con una pentola d’acqua bollente. Laurel, che era il regista, aveva faticato moltissimo per procurarsi questa occasione e fu vittima di una specie di crisi isterica, pensando che l’incidente avrebbe pregiudicato la realizzazione del film. Si precipitò sul set dove dette in escandescenze, battendo i pugni per terra mentre Hardy gemeva e si lamentava per il dolore.

La scena parve ad Hal Roach, il produttore, di una comicità irresistibile. Da lì in poi nacque la carriera del duo comico più famoso della storia del cinema. Laurel reinventò il cinema comico, curando personalmente la regia (pur non figurando) e lavorando minuziosamente alla costruzione delle gags irresistibili che tutti conosciamo. Una figura rivoluzionaria, di quelle in grado di codificare una forma d’arte. Il mondo rise almeno per una decina d’anni, la formula di Stan resse all’avvento del sonoro e all’allungamento dei tempi cinematografici. Poi la guerra tolse a tutti la voglia di ridere. Ma i due guadagnavano poco, non avendo accesso alle royalties sui film che facevano. I produttori li costrinsero a lavorare in contesti non all’altezza del loro talento e pretesero che Stan smettesse di partecipare al processo creativo.

Lui era angosciato dalle tormentose vicende sentimentali, in un’infinita alternanza di matrimoni e divorzi, storie sbagliate in cui era spesso costretto a subire l’invadenza delle figure femminili che gli stavano accanto. Mancanza d’amore.

La figura delicata e complessa che viene fuori dai racconti di Taibo e di Soriano sembra più in sintonia con la vita di Stan, un uomo gentile, fedele amico dell’esuberante Ollie, animato da una passione infinita per il suo lavoro. Disponibile fino all’esagerazione con i colleghi e con i tanti ammiratori che gli scrivevano, quando ormai non era che un attore famoso che nessuno conosce. Soriano ne racconta il viaggio verso l’Inghilterra, dove Laurel torna, insieme ad Hardy, per una tournée. I due giravano per l’Europa ritrovando l’applauso della gente che non li aveva dimenticati, ma la salute gli impediva di reggere i ritmi imposti dalla tournée. Quaranta anni dopo l’addio alla sua terra Stan ritrovava il padre, a cui può dire di essere ancora vivo. Il cinema non lo aveva ucciso, perché era un comico di talento.

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