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Quando il Ruanda, tra l’aprile e il luglio del 1994, comparve sui nostri telegiornali, compresso fra un servizio su Tangentopoli e un collegamento dalla casa di qualche Vip, gli italiani sostanzialmente ne ignoravano l’esistenza. E l’informazione, con la i minuscola, non ne migliorò la fama. Distorcendo gli avvenimenti e celando gli antefatti, i media parlarono di una guerra civile tra due gruppi tribali combattuta a colpi di machete. Le piazze certo non si riempirono per bloccare quello che la comunità internazionale si vergognò a lungo a chiamare con il nome che meritava: genocidio. E così mentre il mondo guardava da un’altra parte nel “Paese delle mille colline” uomini e donne morivano a centinaia di migliaia. A milioni.

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Baldovino, re del Belgio, in visita in Ruanda.

In estrema e insufficiente sintesi per spiegare le origini del genocidio ruandese basta solo una parola: colonizzazione. Tedeschi prima e Belgi poi resero quella che nei secoli era divenuta una differenziazione sociale flessibile un’inflessibile divisione etnica. Hutu e Tutsi da gruppi sociali distinti ma modificabili divennero rigidi gruppi “razziali”. I colonizzatori destinarono così gli Hutu al lavoro agricolo mentre affidarono ai Tutsi, considerati degli “africani superiori” tutti i ruoli governativi, gli incarichi pubblici e amministrativi.  Questa che di fatto fu una “finzione coloniale” divenne con il passare dei decenni un’amara realtà, certificata in tutti i documenti ufficiali e personali.

Quando nel 1962 il Ruanda divenne indipendente i belgi da almeno un quinquennio avevano cambiato strategia. Comprendendo di non poter più controllare gli Hutu, che ormai componevano l’80% della popolazione, lasciarono che i Tutsi venissero deposti Così quando al governo salì il primo presidente, Kayibanda, persecuzioni e massacri non si fecero attendere. La situazione non migliorò quando Habyarimana, anch’egli Hutu, nel 1973 depose Kaybanda. Povertà, lavoro coatto, pulizia etnica, furono a lungo tenuti nascosti,  mascherati dalla propaganda e coperti dall’appoggio del Fondo Monetario Internazionale e di molti paesi Europei, che riversano milioni di dollari nelle casse bucate di questo piccolo stato.

In particolare la Francia diventa il primo partner del Ruanda; la nuova amicizia si fonda soprattutto su un appoggio logistico e sulle forniture di armi. Se Jiscard d’Estaing, non a caso detto l’Africano, tende la mano ad Habyarimana, Mitterand gli apre le braccia, anche perché il figlio, noto commerciante d’armi, diventa uno dei migliori amici del presidente del Ruanda. Così mentre il regime avanza a colpi di persecuzioni il 22% del Pil del Paese delle mille colline proviene direttamente da aiuti stranieri e contribuiti allo sviluppo della Banca Mondiale.

Ma per Habyarimana alla fine i nodi arrivano al pettine. Nel 1990 Il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), composto da esuli Tutsi e Hutu riparati in Uganda, da il via alla guerra civile. Il Fronte, sostenuto dagli USA e guidato da Paul Kagame, sembra poter vincere facilmente il conflitto, ma la Francia, preoccupata di perdere la sua posizione egemonica, interviene a gamba tesa con l’operazione Noroît. Quattro compagnie, quasi tremila effettivi, più consiglieri militari, mortai, artiglieria leggera e munizioni in abbondanza vengono spedite in Ruanda con la scusa di proteggere l’ambasciata e far evacuare i cittadini francesi. Chiaramente è una scusa. Le truppe di Parigi armano e addestrano l’esercito ruandese, che raddoppia in poco tempo i propri effettivi.  Secondo alcune fonti combattono persino contro il Fronte Patriottico. In sostanza salvano il regime.

L’FPR arretra ma non si arrende. La guerra civile continua e alla fine Habyarimana è costretto a sedersi ad un tavolo con Kagame per trattare. Ne scaturiscono gli accordi di Arusha, con cui il Fronte dovrebbe entrare nel governo e fornire il 40% dei suoi effettivi all’esercito. Viene inviata la prima missione di pace sotto l’egida delle Nazioni Unite.

L’accordo è una sconfitta per Habyarimana. L’esercito e gli Hutu più intransigenti non lo accettano. Il 6 aprile del 1994 il Falcon Mystère su cui viaggia, regalatogli dal figlio di Mitterand, viene abbattuto. Chi è stato? Gli Hutu radicali accusano il Fronte Patriottico, Kagame accusa l’esercito ruandese. Qualcuno dice che ci sia lo zampino di potenze estere. Nel Paese scoppia il caos. Agate Uwilingiayamana diventa primo ministro ad interim ma viene uccisa dall’esercito. Il generale Bagosora prende il potere. Si riaccende la guerra civile e soprattutto comincia il genocidio.

Oltre ai caschi blu dellOnu, comandati dal generale canadese Dallaire, in Ruanda ci sono sempre i francesi. La missione questa volta si chiama Amaryllis. La scusa è sempre quella di proteggere e rimpatriare i cittadini d’oltralpe. In realtà a espatriare, coperti dai militari di Parigi, sono molti elementi dell’estremismo Hutu, tra cui la moglie di Habyarimana.

Intanto mentre infuria il genocidio e la comunità internazionale sta a guardare, gli europei si preoccupano soltanto di portare a casa i propri connazionali. I belgi lanciano l’operazione Silver Back, con cui tolgono preziosi uomini alla missione ONU. Il governo italiano manda 112 uomini della Folgore, 65 uomini della marina e tre velivoli da trasporto. Il nome in codice dell’intervento è Ippocampo Rwanda. In una settimana gran parte degli europei e degli americani lasciano il Paese, senza che nessun soldato occidentale muova un dito per i ruandesi.

Anzi, in alcuni casi i soldati europei si fanno da parte o addirittura facilitano il lavoro dei miliziani del Potere Hutu  che armati di machete vanno a caccia di Tutsi. È il caso dei novanta belgi, che comandati dal colonnello Luc Lemaire, dopo aver accolto nell’École Technique Officielle moltissimi fuggitivi Tutsi, il 10 aprile abbandonano, a malincuore, su ordine di Bruxelles, la scuola. I rifugiati implorano un colpo alla nuca per non finire falciati dalle lame dei miliziani, che, puntualmente, appena partiti i belgi, lanciano granate nell’edificio e letteralmente macellano tutti sul posto.

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Soldati francesi di pattuglia in Ruanda nel luglio del 1994.

I francesi fanno di più, molto di più. A fine giugno lanciano la terza operazione Torquoise, autorizzata dalle Nazione Unite, con cui millantano di voler creare una zona umanitaria per i profughi che scappano dal conflitto. In realtà in un triangolo tra il lago Kivu, il Burundi e lo Zaire, i francesi creano un rifugio sicuro per i vertici militari Hutu che stanno perdendo la guerra civile. Da Parigi arrivano 2500 soldati, di cui trecento dei reparti speciali, cento veicoli corazzati, una batteria di mortai pesanti, otto elicotteri da guerra Puma, quattro bombardieri Jaguar, quattro jet Mirage da ricognizione, munizioni a casse. Un vero e proprio esercito che mentre riarma gli ultimi reparti delle Forze armate ruandesi interdice la zona ai ribelli del Fronte Patriottico difendendo  tutti i principali responsabili del genocidio ancora in corso.

biseseroMa questo ai francesi non basta. Nella zona posta sotto il loro controllo c’è una collina particolarmente alta e inaccessibile. Si tratta di Bisesero, luogo in cui da sempre i Tutsi hanno trovato scampo durante le persecuzioni. Al momento dell’arrivo dei militari francesi vi sono decine di migliaia di rifugiati che tengono testa alle milizie Hutu, che li attaccano praticamente ogni giorno da aprile. I francesi si accampano a poche miglia di distanza dalla collina e chiedono di poter raggiungere il luogo in cui si sono trincerati i resistenti. Si fanno accompagnare da autorità locali Hutu, che informano le milizie su come si accede ai nascondigli. Nottetempo le squadracce attaccano. I sopravvissuti Tutsi sono impreparati, anche perché i francesi gli avevano promesso che sarebbero tornati per proteggerli. È una carneficina senza eguali nel corso del genocidio. Quando tre giorni dopo i soldati di Parigi ritornano a Bisesero trovano ancora dei miliziani che stanno massacrando gli ultimi sopravvissuti con bastoni e machete.

All’inizio di Luglio il Fronte finalmente riesce a vincere il conflitto, dopo essersi perfino scontrato con l’esercito francese che ha coperto la ritirata verso lo Zaire di tutti i vertici dell’esercito e del governo che hanno preparato e diretto i massacri.

Dopo la fine della guerra civile l’ONU ha istituito ad Arusha un tribunale internazionale per giudicare i crimini del genocidio. Alla sbarra è finito il generale Bagosora,molti militari, i dirigenti del Potere Hutu, e della terribile milizia Interhamwe. Tutti rigorosamente condannati per quello che avevano fatto.

Su quei banchi però mancavano delle sedie. Parecchie sedie.

 

Matteo Minelli

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