CONDIVIDI

 

A quei tempi, che sono così vicini e oggi sembrano così lontani, in Italia l’autunno avanzava.
Buenos Aires invece si scaldava delle prime notti primaverili, tiepide come il carattere degli abitanti dell’America Latina.
Io lavoravo in un ostello al centro esatto della città, in Plaza del Congreso, di fronte al parlamento argentino.
Da quando, a diciott’anni, avevo visto “Baisers Volés” di Truffaut, mi era rimasta quell’idea che un giorno avrei fatto lavori d’ogni genere e avrei passato notti insonni alla reception di qualche hotel, trangugiando libri e godendomi la sfilata di ospiti eccentrici. La realtà non è sempre all’altezza della fantasia, ma in questo caso ci andava vicina.
La struttura era tra le più economiche della metropoli, e la distinzione tra i clochard che tentavano di intrufolarsi abusivamente e gli ospiti legittimi era una questione di sfumature. Fin verso le tre del mattino il salotto e la reception erano animati da giovani uniti dalla birra artigianale prodotta in loco. Poi, i più determinati uscivano alla volta delle attrattive mondane della città, e chi non aveva ben interpretato la serata andava a dormire. Si apriva così una finestra di quiete di un paio d’ore.
La vita continuava, da qualche parte.
Dai paraggi però si sollevava una bollente coperta di silenzio, e io provavo quella sensazione da traghettatore di anime che prova un’autista dopo che tutti i suoi passeggeri si sono messi a dormire.
A quell’ora tutti si concedevano una pausa, come a dire che la pantomima della vita sarebbe ricominciata, ma prima serviva incontrarsi in un posto dove si poteva fare l’amore anche senza una nuova legge elettorale.
Quel posto, ovviamente, era il regno di Morfeo, e io mi ci stavo avviando a mia volta, in perfetta armonia con i 13 milioni di persone che si spargevano a raggiera intorno a me.

C’era però una persona per la quale il momento dei sogni non era ancora arrivato, e il caso volle che quella persona, alle tre in punto, suonasse al campanello. Si trattava di un brasiliano sulla quarantina, negro, sovrappeso eppur disinvolto nel trascinarsi per le scale insieme a un violoncello che lo superava per statura. Lo salutai con l’entusiasmo con cui ci si alza per fare pipì durante un sogno in cui s’impersona Hugh Hefner. Disse che si chiamava “Batato”, o forse capii male io.
Disse anche di avere una prenotazione per il giorno successivo, anche se dal calendario in mio possesso ciò non risultava.
Gli dissi che gli avrei comunque dato una camera, ma non prima del mattino, e che nel frattempo si poteva accomodare in salotto.
Lui si accomodò ed io fui felice di non doverlo accompagnare in camera.
Come Renzo e Lucia dopo il rapimento dei bravi, le mie palpebre tornarono al loro compito di dare un lieto e sonnolento fine a questa storia. Quando sembrava che il peggio fosse passato però, un’ombra sporcò l’ultimo fascio di luce che le pupille intendevano condividere con la lampada sfarfallante nel corridoio. Era “Batato”, cioè sempre lui. Non ricordo di aver incoraggiato la sua vena narrativa, eppure mi trovai a ricevere varie informazioni biografiche.
Mi disse di essere un musicista e di avere in programma due importanti date nella capitale Argentina. Non misi in dubbio l’importanza dei concerti, seppur fosse insolito che un grande musicista alloggiasse in un ostello che non aveva stuccato i muri dai tempi della dittatura militare. Disse di essere di Belo Horizonte, e che aveva imparato a suonare il jazz dentro la favela, insieme a suo fratello morto per mano della polizia.
Disse che voleva andarsene dal Brasile perché i negri lì non potevano fare carriera, che un giorno era arrivato ad un appuntamento con un produttore e che non era stato ricevuto perché il signore “non faceva colloqui con i negri”.
Poi mi chiese scusa e disse che non voleva disturbarmi con questioni che io, venendo da un paese civile, non potevo capire.
La raffica d’informazioni fu tale che non ebbi la prontezza di rispondere, e quando schematizzai mentalmente il tutto, lui era già tornato al suo divanetto ed io stavo ormai dormendo.

Furono forse due ore, e sognai.
Sognai intensamente, con particolari che ricordo alla perfezione.
Sognai l’unico sogno che sarei capace di raccontare ad una psicologa in vena di interpretazioni. Fu un’emozione più che altro, ma fu tanto intensa che al solo ripensarci mi sale per la colonna vertebrale sino a darmi un colpetto alla nuca.
C’ero io in una distesa deserta, intorno solo un bianco infinito e il cielo giallo fiammante.
Mi giro e rigiro ma intorno c’è solo quel panorama immobile. Guardo da ogni parte, finchè un minuscolo punto nero compare in lontananza. Lo fisso e non capisco se è la mia concentrazione ad aumentare le sue dimensioni oppure si sta avvicinando.
In attesa di togliermi il dubbio mi siedo a terra. La superficie è ricoperta di una specie di ghiaia trasparente, come sale o ghiaccio, ma né salata né ghiacciata. Chiudo gli occhi per qualche secondo.
Li riapro.
Un essere di esorbitante statura è inchiodato in piedi a un metro da me. Io mi alzo, non sono spaventato, c’è una sorta di empatia che mi suggerisce che ci sia qualcosa di familiare tra noi. Una volta in posizione eretta capisco che la nostra statura è identica, da terra la figura si allungava in modo sproporzionato verso il cielo caldo e vicinissimo.
Lo guardo negli occhi. Sono prima neri, poi bianchi, poi un fascio di colori che mi ipnotizza. Vedo quell’essere: le sembianze di un uomo. Al tempo stesso vedo tutti gli uomini, in lui e in me. Un flusso continuo e liquido che si apre da quella figura e mi mette in contatto con più di sette miliardi di persone.
Guardo lui, senza toccarlo, e vedo l’umanità intera, e vedo me, parte di quel flusso alluvionale eppure così chiaro nei singoli elementi. Sette miliardi di persone e mi sento come se stessi conversando da solo, in una stanza buia, con ciascuna di esse.
Come se potessi sussurrare ad ogni singolo orecchio con un solo bisbiglio.
Poi vedo i miei antenati, mio nonno, mio padre, e dall’ombra emerge una figura piccola e traballante: deve essere mio figlio, anzi ne sono sicuro. C’è una sensazione di epilogo nell’aria, ma lui sta insinuando la possibilità che la vita continui.
Lo vedo, vedo mio padre e vedo con gli occhi dell’essere unico che formiamo: un elastico di cellule con tanti pensieri e infinito bisogno di riscoprire l’innocenza di quel bambino. É come un alieno, ignaro del mondo eppur così maturo rispetto alle nostre insignificanti invidie.
La sua sottile ombra cerca la via, vorrei abbracciarlo, baciarlo, ma so che devo lasciarlo andare, che lui è la vita e gli esseri umani si reggono su quelle gambe gracili. E all’improvviso siamo lì, l’umanità intera a guardarlo, a rimettere a lui il compito di portarci nel futuro, di insegnarci la morte, di confrontarsi con dio.
Lo ammiriamo, dipendiamo da lui e solo da lui, dalla sua innocenza che è l’unica nostra possibilità di perdono. Non del perdono di dio, bensì di quello di noi stessi, gli uni con gli altri. Strilliamo la corruzione e l’odio, straziati dall’eventualità di doverli covare in eterno, e il cammino del bambino si appesantisce a ogni passo di nuovi torti fino allora taciuti.
Lentamente i passi si sommano, e ogni volta i piedi si sollevano come fossero sotterrati in un cumulo di sabbia più alto del bambino stesso. Provo una pena straziante all’idea di non aver alleggerito il suo carico di un singolo peccato. Sono concentrato sulla potenza dei suoi muscoli immaturi. Li guardo e partecipo al loro sforzo.
Poi una voce mi ridesta:
“Pensa che adesso potrei fare il check-in?”
È Batato. Mi strofino il viso e alzo la testa. Lo guardo negli occhi.
Sono prima neri, poi bianchi, poi un fascio di colori che mi ipnotizza.

 

Quello che qui è raccontato è solo un sogno, non ha alcuna pretesa di significare per chi lo ha letto quello che significa per chi lo ha sognato. 

2 commenti su “Una notte, a Buenos Aires

  1. Ciao Alberto. Il mio più che un commento,e per questo non so se avrà senso, è un volerti testimoniare la meravigliosa sorpresa di scoprirti scrittore così sensibile e capace di raccontare pensieri così importanti
    Bravo. Una importante qualità nel tuo bagaglio
    Ale
    Ps.Spero di leggerne ancora!!

Rispondi a Alberto Brizioli Annulla risposta

La tua mail non verrà pubblicata, * campi obbligatori