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di Matteo Minelli

 

Mentre scrivo sfoglio le pagine di “Storia dell’Italia partigiana” di Giorgio Bocca. Uno di quei libri che puoi leggere e rileggere senza riuscire a immedesimarti fino in fondo nella realtà che descrive. Quella dell’Italia tra il settembre del ’43 e l’aprile del ’45: l’Italia dell’ignominiosa fuga dei Savoia, dell’evasione di Mussolini dal Gran Sasso, della Repubblica Sociale, delle stragi nazifasciste, delle torture a via Tasso, delle fosse comuni. E poi dell’insurrezione popolare e della vittoria, questa sì mutilata. È l’Italia della guerra partigiana. Una guerra ormai lontana. Un capitolo spiegato male nei libri delle superiori, conosciuto peggio, che talvolta non viene neppure avvicinato dallo scorrere dei programmi scolastici. Un ricordo talvolta sbiadito, talvolta ancora profondamente vivo nella memoria di chi quella guerra l’ha vissuta, l’ha combattuta, l’ha persa o l’ha vinta.

E, infine, una celebrazione ritualistica priva di qualsiasi apporto emozionale, di ogni tensione ideale, della benché minima spinta morale. Un’arma spuntata nelle mani di chi ancora oggi ne fa il campo di battaglia di una farsesca querelle politica. Una tenzone ridicola in cui a turno si ricoprono ruoli preconfezionati, si indossano i vestiti scoloriti di un tempo e si recita una parte che imbarazza solo a guardarla. Gli attori principali sfilano sul palchetto delle istituzioni e ogni anno ripetono la loro performance, peraltro con sempre meno spettatori desiderosi di ascoltarla. Per primi ci sono i custodi, gli istituzionali. Quelli che “sanno com’è andata veramente”, che “la democrazia è nata dalle ceneri della lotta partigiana”, che “la costituzione è figlia di quel tempo”, che “bisogna difendere i valori della Resistenza” cantando Bella Ciao con un gin tonic in mano, una camicia ben abbottonata mentre si depone un mazzo di rose olandesi su qualche lapide insudiciata dall’incuria. Poi è la volta dei detrattori. Non conoscono i tempi, i fatti, le dinamiche. Hanno poche idee e molto confuse, ma sentono il bisogno di dileggiare, offendere, calunniare. Sono quelli che “i partigiani erano vigliacchi”, che gli italiani “hanno tradito la patria”, che, mentre vanno alla multisala per vedere Rambo con un hot dog in mano, dicono che “per colpa della Resistenza siamo una colonia americana”. Dietro i delatori ci sono i modernisti. Quelli che “sono storie del passato”, che “i regimi sono tutti uguali”, che urlano “basta con le ideologie” mentre professano essi stessi un’ideologia, una delle più pericolose e mistificatorie.

Il fatto che è la storia ideale della Resistenza è morta sotto i colpi della manipolazione e dell’oblio. Una storia ideale straordinariamente complessa. La storia di uomini e donne, pochi, molti, moltissimi non è importante, che preferirono il coraggio dell’azione alla codardia dell’immobilismo. La storia di uomini e donne, comunisti, anarchici, socialisti, giellisti, cattolici e perfino monarchici, poco conta, che non lottavano solo per cacciare l’invasore o per abbattere il fascismo, ma per instaurare nel nostro paese un modello sociale, economico, politico profondamente diverso da quello che verrà realizzato nel dopoguerra. La vicenda di uomini e donne che non accettavano passivamente che la Storia transitasse sulle loro vite senza che loro ne fossero parte attiva e determinante.

È una storia, triste dirlo, che c’entra poco con ciò che è avvenuto prima e pochissimo con quello che è seguito. Non c’entra con lo stato italiano, vecchia impalcatura che si è mantenuta saldamente stabile, negli uomini, nei codici e nelle modalità operative di quella che sarebbe dovuta essere la nuova Italia. Non c’entra con la costituzione, frutto di compromessi politici, nobili o meno decidetelo voi, tra gruppi dirigenti di partititi, inquadrati in un contesto geo-politico internazionale che dava scarso adito allo spontaneismo. Non c’entra con questa democrazia, con questa economia, con questa società. Insomma l’Italia di ieri e l’Italia di oggi non c’entrano nulla con il mondo che i partigiani avrebbero voluto realizzare.

pietro bruzziNon c’entrano nulla con il sogno libertario di Pietro Buzzi, operaio, antifascista, disertore, condannato a morte in contumacia, messo al confino, catturato, torturato e fucilato per aver diffuso un giornale anarchico. Pietro voleva l’anarchia, l’abolizione dello stato, libertà totale per tutti e tutte. Il dopoguerra gli ha regalato il volo di Pino Pinelli, che durante la Resistenza, aveva combattuto in una brigata che il nome di Buzzi lo portava nello stendardo.

Murales dedicato a Dante di Nanni. Gabrio.
Murales dedicato a Dante di Nanni, presso il CS Gabrio.

Non c’entrano nulla con il sogno comunista di Dante di Nanni. Ragazzo, gappista, eroe. Ferito in azione, accolse cento fascisti che erano venuti a prenderlo armato di poche bombe a mano e una pistola con venti colpi. Dopo aver resistito a lungo, da solo e ferito, senza più munizioni, uscì dal suo balcone, seminudo e coperto di sangue, salutò gli assedianti col pungo chiuso, e pochi attimi e si tuffò nel cortile del palazzo, preferendo la morte alla cattura. Dante voleva l’Unione Sovietica, giusta o sbagliata che fosse, la rivoluzione, il comunismo. A lui che tirava le bombe contro i fascisti il dopoguerra ha regalato la strategia della tensione, il terrorismo di stato, le stragi di civili.

anna_maria_enriques_agnolettiNon c’entrano nulla con il sogno cristiano-sociale di Anna Maria Enriques Agnoletti. Ebrea, convertita al cattolicesimo, paleografa, partigiana azionista. Animatrice attiva di Radio CORA, emittente clandestina usata per trasmettere informazioni agli alleati, fu arrestata e torturata nella ahimé celebre Villa Triste di Firenze dai boia della brigata Carità. Pagò il suo coraggioso silenzio con la vita. Anna Maria sognava un’Italia diversa, tollerante, egualitaria, socialmente avanzata. A lei che fu oggetto di sevizie indicibili il dopoguerra ha regalato la vergogna di Bolzaneto, il pestaggio dei cattolici della rete Lilliput, il materiale cerebrale sui corridoi della Diaz.

Pietro, Dante, Anna Maria e moltissimi non avevano in comune solo un nemico da abbattere e un coraggio senza eguali. Li accomunava l’utopia. Sapevano piegare la realtà sconfortante in cui vivevano alla convinzione, anzi alla certezza, che la loro lotta avrebbe cambiato la loro vita e la vita di tutti quelli che li circondavano. Credevano che servire una causa fosse un dovere, che avere un’ideale rappresentasse l’unico modo di essere autenticamente vivi.

Non so quando abbiamo iniziato a tradirli. Se nei giorni stessi dell’Armistizio o nell’assemblea costituente, se con l’amnistia Togliatti o con i processi ai partigiani, se nelle notti della repubblica o al tempo del terrorismo di stato. So per certo che mai li abbiamo traditi come li stiamo tradendo oggi. Ogni volta che ci ripetiamo che l’utopia è morta perché non abbiamo la forza di sognare, ogni volta che vogliamo parlare di cose concrete nascondendo la nostra debolezza, ogni volta che accettiamo passivamente il mondo attorno a noi, ogni volta che mettiamo i nostri piccoli interessi prima di tutto.

Li abbiamo traditi ogni volta che tentiamo di smitizzare non la Resistenza ma i tanti idealisti che ne fecero parte, di inglobarla in chiavi di lettura postume, in trame sotterranee, in giochi di potere e accordi di spartizione che effettivamente ci furono, ma vennero realizzati sopra le teste dei giovani, delle donne, dei lavoratori e degli intellettuali che vi parteciparono in prima la linea, sopra la testa di tutti coloro che combattevano in nome di un sogno realizzabile. E poco importa che Dante di Nanni si sia buttato veramente dal balcone o che, come vorrebbero recenti rivisitazioni storiche, lo abbiano ucciso i tedeschi dopo aver resisto per ore alla cattura, rifugiato in un nascondiglio. Resterà sempre un eroe, perché aveva lo sguardo capace di catturare quell’utopia che molti di noi oggi non riescono nemmeno a concepire.

Per questo il 25 aprile è il giorno di Dante e di tutti quelli che quotidianamente issano la bandiera dell’utopia.

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