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di Barbara Monaco

Periferie al centro, come spazi di rigenerazione urbana e inclusione. Nuove idee di futuro, di convivenza sociale, arte urbana e azioni contro la xenofobia. Di questo abbiamo parlato in un confronto tra amministratori e associazioni provenienti da diverse città europee, a Cecina, durante il meeting contro il razzismo organizzato dall’Arci.
 
Il modello tedesco. Seppur certo perfettibile, appare al momento uno dei migliori, ad illustrarlo André Henselmann, dell’Ong Oase e Helene Boehm della Gesobau, cooperativa sociale edile di Berlino.
“L’Oase è un’organizzazione non governativa e politicamente indipendente con sede centrale a Berlino”, afferma Henselmann, “impegnata in progetti atti a favorire l’integrazione e l’incontro, nonché consulenze e opportunità di formazione per persone con background migratorio. Il primo passo per raggiungere l’obiettivo risiede nell’educazione, dato che l’istruzione assicura la partecipazione autodeterminata alla società, per questo lavoriamo organizzando corsi di formazione e di integrazione valorizzando le risorse dei migranti secondo il principio, dell’apprendimento di successo: ciò si realizza quando i partecipanti riescono ad applicare in modo autonomo le conoscenze acquisite nella vita di tutti i giorni e a riconoscere le opportunità attraverso l’apprendimento permanente”.
 
L’obiettivo della Ong Oase. Il compito principale dell’organizzazione è quello di promuovere direttamente le diversità culturali e, parallelamente combattere le ideologie xenofobe. Il focus del progetto si basa sulla promozione, la partecipazione e l’integrazione sociale delle persone, anche grazie ai finanziamenti per il pubblico impiego e dei progetti di volontariato, assorbendo, a Berlino, una cinquantina di lavoratori. Continua Henselmann: “Attualmente l’Oase coordina progetti di consulenza atti alla gestione dei problemi relativi alle domande di asilo, fornendo assistenza individuale e supporto psicologico, organizzando corsi di lingua e promuovendo integrazione e occupazione creando occasioni di incontro tra persone con e senza passato migratorio, aprendo così nuove prospettive e lavorando all’azzeramento della distanza e del rifiuto, smontando i pregiudizi attraverso la creazione di relazioni interpersonali mirate”. La Germania ha rafforzato i programmi di tutela dei minori. “La legge tedesca in questo caso è ottima”, sottolinea Henselmann, “poiché chiunque arrivi è protetto: certo non è né immediato né semplice, se il municipio e la polizia sono lenti, le reti territoriali al contrario sono molto più attive e reattive. In molti quartieri la gente raccoglieva vestiti, giochi, cibo per i rifugiati e molte persone volevano ospitarli a casa propria: sono stati necessari sei/sette mesi perché associazioni, autorità e privati riuscissero a organizzarsi. Al momento siamo in una situazione ancora sfumata e promiscua. Il fatto che molti migranti siano ancora ospitati nei palazzetti dello sport crea problemi, provocando manifestazioni di protesta sia di destra che di sinistra, per motivazioni naturalmente opposte. A livello di appartamenti infine il problema esiste, si stanno approntando sistemi modulari migliori ma le soluzioni sono spesso ancora transitorie: possiamo e dobbiamo attingere da modelli diversi e imparare da ogni Paese per trovare il giusto sistema europeo: le criticità e i problemi però”, conclude, “risiedono soprattutto nei modelli Dublino 2 e 3: è impensabile credere di poter confinare tutti ai margini dell’UE”.
 
La responsabilità come priorità sociale. “Le metamorfosi sociali, quali il cambiamento demografico o la coesistenza di persone di origini diverse non sono eventi che avranno luogo in qualche tempo e luogo imprecisati, ma stanno avvenendo qui e ora, concretamente, nelle nostre zone residenziali”, prosegue Boehm dalla Gesobau, “la nostra priorità è la responsabilità sociale; la Gesobau è una cooperativa municipale e vede se stessa come una forza positiva, impegnata socialmente ed ecologicamente per il bene comune dei suoi inquilini e dei suoi quartieri”. La Gesobau, come cooperativa edile, ha creato a Berlino un cambiamento sociale negli ultimi decenni, promuovendo progetti per bambini, giovani, famiglie e anziani, di integrazione, con l’avvio di corsi di tedesco per migranti, di assistenza, con la fornitura di infrastrutture e orientamento professionale per favorire l’autonomia di malati e invalidi. “Le autorità devono lavorare con le Ong e le associazioni no profit”, afferma Boehm, “attualmente a Berlino 3 milioni e 400 mila abitanti vivono in alloggi sociali, 40 mila cittadini in più rispetto al 2009. Dall’inizio della crisi economica mondiale le migrazioni che hanno interessato la Germania hanno visto l’arrivo di moltissimi rifugiati ma anche di molti lavoratori provenienti dall’Unione Europea: questi flussi rappresentano un’opportunità ma anche problemi. A causa della crisi, in quattro anni il 50% degli alloggi sociali sono stati venduti molti e il loro valore è diminuito tantissimo. Chi non riesce a pagare l’affitto in centro si sposta in periferia, così che vanno a formarsi sacche di povertà: sette bambini su dieci vivono in condizioni di povertà e la maggior parte dei migranti vive in alloggi sociali ma questa situazione fortunatamente non crea quei conflitti osservabili a Parigi e a Roma”. “Negli ultimi anni,- continua soddisfatta Boehm,- abbiamo costruito alloggi utilizzando tecniche sostenibili riuscendo a non aumentare i costi nemmeno di un centesimo, abbiamo costruito un parco skateboard e una biblioteca e il lavoro non è ancora finito. Raccogliamo consigli dalle persone che vivono nella zona e che sono orgogliose di vivere nel quartiere. Il mio compito è quello di tradurre il lavoro sociale nella lingua dell’economia e coltivare rapporti con le associazioni per la terza età, organizzare corsi di alfabetizzazione informatica per gli anziani, coordinare progetti di integrazione per migranti e rifugiati che vivono nel quartiere. Il Governo ha gli strumenti per dare nuova vita alle nostre periferie”, conclude, “e se c’è la volontà politica, è possibile farlo”.
 
I tessuti urbani dell’Italia. Nel nostro Paese invece il curatore di Arte Pubblica e Urbana Simone Pallotta è impegnato nella sua diffusione nel tessuto urbano, curando decine di interventi permanenti realizzati da artisti nazionali e internazionali sul territorio italiano, in collaborazione con enti pubblici, dalla provincia di Roma al comune di Torino. Nel 2010 studia la formulazione di un patto con il comune di Roma lavorando sulla creatività urbana e arrivando a un patto per la diffusione dell’Arte Pubblica nelle aree degradate di Roma. Esperto di writing, street art e arte pubblica dal 2008 è il curatore di Walls, realtà dedita all’arte pubblica e allo scambio tra la cultura figurativa, i cittadini e i territori urbani; associazione culturale che lavora all’inclusione sociale attraverso l’arte e la partecipazione attiva dei cittadini. “Il nostro equilibrio”, afferma Pallotta, “si basa su un’analisi attenta e una selezione dei migliori artisti nazionali e internazionali, coniugate con la necessità di un impegno civile quotidiano. Le nostre attività sono focalizzate sull’ideazione di progetti che puntino al potenziamento della percezione estetica dello spazio pubblico, allo sviluppo delle aree depresse e all’educazione all’arte contemporanea. Per fare questo”, aggiunge, “lavoriamo soprattutto con la Street Art che trasformiamo in arte pubblica di nuova generazione”. Progetti mai pensati come eventi, ma costruiti per durare nel tempo, ripetibili ed esportabili in ogni realtà urbana. “Crediamo”, continua Pallotta, “che sia fondamentale arricchirsi di ulteriori processi creativi e partecipativi, che siano in grado di creare una continuità temporale nei progetti, e includere una vasta varietà di attori sociali, con un interesse per le fasce di popolazione anagraficamente e socialmente escluse dai circuiti più convenzionali dell’arte contemporanea, come gli anziani, i ragazzi e i migranti. È con loro che si alimenta la coscienza dell’infinito potenziale dell’azione collettiva e partecipata sugli spazi della città, tramite un processo di alfabetizzazione ai linguaggi dell’arte”. Uno dei più importanti progetti di Walls è stato Rebibbia on the Walls, cominciato nel 2010 e proseguito per due anni all’interno della sezione di massima sicurezza del carcere romano: un percorso d’arte partecipata costruito con venti detenuti e due artisti, ideato per intervenire sull’area destinata all’ora d’aria dei detenuti.
 
La Francia crea spazi di dialogo. David Lopez, direttore del settore internazionale della Ligue de l’enseignement nel Paese di Hollande illustra la filosofia della piattaforma lifelong learning programme di Bruxelles di cui è presidente: “Si tratta di una visione popolare simile a quella dell’associazione italiana Arci, l’obiettivo è quello di creare spazi di dialogo, non solo fisico: la prima azione dell’associazione, nata 150 anni fa è stata quella di promuovere una petizione per creare una scuola pubblica e gratuita per tutti, bambini e non solo”. Tutto ciò da realizzarsi nelle città, ma anche nelle zone rurali, con la creazione di librerie e servirsi dell’arte come strumento per creare cultura all’interno delle periferie. “Credo che stigmatizzare le periferie sia una forzatura che non rende giustizia alla realtà”, sottolinea Lopez, “si può provenire dal centro di Roma e amare il rap, vivere in periferia e ascoltare solo l’opera… personalmente sono di Hospitalet, a Barcellona: la cultura lì è stata creata dai Tedeschi e dai Marocchini. Visitare l’VIII arrondisement a Parigi significa soprattutto incontrare africani e in particolare algerini: per conoscere una realtà così devi visitarla e osservarla, nello stesso modo in cui faresti di fronte alla Torre Eiffel. La democrazia partecipativa purtroppo è in crisi, così come la partecipazione, ovunque in Europa stiamo assistendo a una pericolosa salita dell’estrema destra e creando un mondo settoriale: è necessario rivedere la città come bene comune, con un approccio olistico. Per far questo è assolutamente necessario che tutti gli strati culturali lavorino insieme”.
 

 

Il diritto alla partecipazione politica. Ma parlando del pressoché nullo diritto alla partecipazione dei cittadini stranieri alla vita politica italiana, cosa accade nel resto d’Europa? Una breve disamina a riguardo è affidata a Federico Amico, coordinatore della Commissione Nazionale di Lavoro di Arci “Diritti e buone pratiche culturali e educazione popolare”: “Se in Francia la situazione è disastrosa, in quanto non esiste nessuna forma di voto riservata agli stranieri, il problema in Inghilterra adesso è rappresentato dalla Brexit: in seguito all’uscita dall’UE infatti, anche i cittadini comunitari già eletti non potranno più esserlo. In Germania invece il voto è ammesso per le amministrative ma non per le politiche mentre nella Germania Est esistono Consigli di migranti in grado di influenzare la vita politica del Paese anche se non sono ancora in possesso della cittadinanza tedesca”. Riguardo alla situazione tedesca interviene ache Helene Boehm: “In Germania sono presenti moltissimi cittadini turchi che preferiscono rimanere tali e non richiedere la cittadinanza tedesca, in questo modo non partecipano alla vita politica del Paese e spesso, anche se in possesso della cittadinanza, preferiscono astenersi o, quando non lo fanno, votano spesso per l’estrema destra”. “In Italia poi”, aggiunge concludendo il presidente dell’Anci Toscana Matteo Biffoni, “la tanto dibattuta legge sulla cittadinanza, da concedere considerando non più lo ius sanguinis ma lo ius soli, come al solito, seppur approvata alla Camera l’anno scorso, è ancora oggi arenata al Senato, fra mille polemiche e una burocrazia incredibile”.

 
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