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di Pancrazio Anfuso
C’è un punto, sulla strada che porta al mio paese, da cui si scorge, per la prima volta, la mia casa. La strada sale vertiginosamente, dai 1000 metri ai 1240 in 6 chilometri. Ogni tanto c’è una rampa micidiale, ma comincia con un discesone, lungo almeno un chilometro. Il primo paese che incontro uscendo dalla Salaria è completamente tritato, ruderi dell’ultima scossa ammucchiati accanto a quelli della prima. Niente che somigli a un edificio ancora in piedi.
Dopo la picchiata, comincia l’erta, dal ponte del vecchio mulino dove si portava il grano a macinare, anche di nascosto, durante la guerra, per evitare che i fascisti lo requisissero.
Il mugnaio regalò a mio nonno una Divina Commedia in formato rilegato extralusso illustrata da Gustave Doré che adesso sarà incastrata in qualche dove, dentro la casa che chissà se c’è ancora. Spingo la macchina sulle rampe, arroto deciso le curve, impaziente. Risalgo dalle quote basse del ponte sulla Neia verso la luce, e curva dopo curva avvisto la meta, ancora lontana. Tengo gli occhi sulla strada ma cerco di intuire cosa c’è e, soprattutto, se c’è.
Mi si gelano le gambe quando, in mezzo al paese, non vedo quel cubo grigio di pietre ribboccate a cemento. Mi prende la tensione e la scaccio, penso a un’altra cosa, penso alla strada, penso ai paesi che incontro e che hanno mucchi di pietre rotolate da ogni dove ammassate a bordo strada. In piazza un gruppetto di irriducibili ha allestito un tavolo con un paio di panche, davanti ai camper che fanno da alloggio già da troppo tempo.
Mangiano e sorridono, perché bisogna ridergli in faccia, a questo destino che si crede il padrone. Proseguo nel bosco rosso e salgo, salgo col cuore pesante, sento le sopracciglia e le guance che vogliono scendere giù più che possono.
Arrivo al Girone e guardo il Gran Sasso, che se ne sta lì azzurro e galleggiante, insieme ai suoi amici, alla Maiella, e prima alla Laga, e prima prima al Vettore che giura, da lontano, che non ci odia, e che la faglia lui non l’ha manco vista. Dice, ma non gli crede più nessuno.
Io avanzo, curva dopo curva. La strada è gibbosa ma pulita. Le foglie rosse. I marroni, caduti, dentro ai ricci. Il cielo blu. Dalla curva delle Cesi la vedo. Mi ci confondo, ma la vedo. C’è. Rotta scarrupata segnata da crepe con le finestre aperte la schiena gonfia. Ma è in piedi. Sia lodato il Mastro Muratore che chissà quanti secoli fa l’ha costruita. Ripenso all’atto del Notaro Borbonico che ha registrato la proprietà nel 1857 e mi chiedo mentalmente di quanto tempo più vecchia possa essere. Inagibile ma viva, che ti dice oh, questo è il posto vostro, padroni miei, io sto qui per tenervelo e per questo non crollo. Venga qui il Vettore con tutti i suoi 6 punto cosa, io sto in piedi e vi proteggo finché posso.
Sulla parete dietro ha uno spacco largo un braccio, o anche di più. Ma dentro non si vede, il muro è spesso. È venuto giù il pagliaio, anzi no. Il tetto ha tenuto, la struttura portante lo sorregge. Due pareti esterne hanno ceduto nel tratto più lungo, le pietre si sono slegate e hanno fatto due mucchi polverosi sotto. Il pavimento che divide il sopra dalla cantina che sta sotto, immagino, non c’è più.
Si vedono gli attrezzi di mio nonno, i rastrelli di legno, i manici intagliati. Fuori, gli anelli a cui si legavano le bestie, il forno del pane, il pollaio e la stalla del maiale. Li hanno costruiti perché durassero e bastassero a sostenere una famiglia intera. C’era un piccolo cassone con dentro il grano, il forno annesso, una piccola rientranza bassa per le galline, una stanzetta col trogolo per il porco, un paio d’orti, un albero di noce, un pero, tre abeti piantati da mio zio che mi ha lasciato in eredità il nome. Se demolire o no, adesso, lo deciderà chi è preposto a farlo.
La casa, noi, l’abbiamo lasciata sola. Ma lei non ci ha tradito.

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