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Sono ormai quasi due anni che lavoro da Edicola518, di riviste me ne sono passate sotto mano parecchie. Le ho sempre sfogliate con molta curiosità, ho letto di streghe, ho letto di viaggi, di giardini magnifici, di scoperte scientifiche. Ho letto di cibo, di vino e di strane perversioni erotiche; eppure quando mi sono trovata di fronte ad Anxy è stato diverso.

Ricordo la copertina del primo numero: viola pastello, con una figura rossa al centro che rappresenta la rabbia, il tema dedicato. In particolare, ricordo di essere rimasta colpita da una scritta messa a lato, piccola, quasi a volersi far vedere solo dai meritevoli. Diceva:

Exploring our inner worlds

(Esplorando i mondi dentro di noi).

Fin da quando ero bambina, ho sempre sentito un certo disagio accompagnarmi nella crescita, nonostante l’ambiente che avevo intorno non lo potesse giustificare. Il mondo che era fuori strideva con quello che era dentro, e questo ha fatto sì che io abbia impiegato anni prima di capire realmente cosa mi stava succedendo nella testa, prima di conoscermi e venire a patti con i lati più difficili di me stessa.

Ho usato la parola “disagio” non a caso, come oggi invece si tende a fare. Non ho mai capito questa tendenza a trasformare in slogan gli stati d’animo e credo che chi si adoperi in certi utilizzi della lingua non sappia cosa sia il disagio, non sappia cosa sia l’ansia. Credo di parlare a nome di chiunque ne abbia sofferto, quando dico che chi ha provato certe cose almeno una volta nella vita non ha voglia di scherzarci su.

Per quanto mi riguarda, ho sempre sentito qualcosa dentro che non mi lasciava essere del tutto serena, del tutto spensierata come una bambina dovrebbe essere. Crescendo, questa sensazione è mutata con me, ha preso la forma dell’ansia e della paranoia, della tristezza, degli attacchi di panico e poi di tutte queste cose insieme e in quel momento, sotto l’insistenza di alcune, poche, persone (precisamente tre: mia madre, mia zia e il mio fidanzato di allora) ho cominciato a vedere una psicologa.

Di psicologia e di stati depressivi si parla sempre più, e detto così potrebbe essere considerato un bene. Purtroppo, però, la maggior parte delle informazioni che circolano, specie sulle piattaforme digitali, sono sbagliate, fuorvianti, quasi offensive.

Non è vero che lo sport cura la depressione, non è vero che, quando ti senti triste, l’unica cosa che dovresti fare è uscire e distrarti, “così non ci pensi”, come se ci fosse un posto al mondo dove si potesse smettere di pensare a quel genere di cose.

L’attività fisica è indubbiamente d’aiuto: nel prevenire perché favorisce lo sfogo di energie negative, e nella fase di ripresa perché sarà un buon modo di riprendere il contatto con il proprio corpo. Così come le amicizie e la vita mondana, sicuramente ottimi elementi di ritorno alla socialità; ma nessuno di questi fattori potrà mai sostituire il dialogo.

Non sono una psicologa, non ho fatto studi inerenti al funzionamento della mente umana, parlo solo ed esclusivamente per esperienza personale e vi dico che quando il problema diventa alzarsi dal letto, perché non si trova nemmeno un motivo per farlo, perché non si ha il minimo entusiasmo nel vedere quello che la giornata ha da riservarci, avere un’iscrizione in palestra aiuta ben poco.

Dobbiamo piuttosto allenarci al dialogo, perché quando parliamo portiamo fuori quello che abbiamo dentro, e i benefici di questa palestra sono grandissimi. Condividere certi pesi aiuta davvero a sopportarli, spiegarli a qualcuno ci aiuta a capirli. Si deve riuscire a entrare nel meccanismo mentale per cui, per mettere la persona davanti a noi nella condizione di aiutarci, dobbiamo renderla più partecipe possibile di quello che ci succede dentro.
Questo aiuta davvero a curare la depressione.

Ognuno ha i suoi mostri da sconfiggere, ma non vanno affrontati al buio, bensì alla luce, dove possiamo vederli bene e combatterli ad armi pari. Se li lasciamo crescere dentro di noi, alla fine prendono il sopravvento.

Quando nella lettera dei fondatori di Anxy, a pagina tre del primo numero, ho letto una certa frase, ho capito che questa rivista aveva davvero qualcosa in più. La frase è la seguente:

“What happens when people spend a lifetime pretending everything is OK when they aren’t? it creates the distorted perception that? we? are the troublemakers, the ones who can’t get it together, the ones who are broken, or weird. It isolates us.”

Traducendo: “Che cosa succede quando le persone passano una vita intera a fare finta che sia tutto ok quando in realtà non lo è? Si crea la percezione distorta che siamo noi le persone problematiche, siamo noi che non ce la facciamo, non funzioniamo bene, siamo strani. Questo ci isola.”

Capirete l’impatto che queste parole hanno avuto su di me, che problematica e malfunzionante mi ci sono sentita per buona parte della vita.

In Anxy la schiettezza e la delicatezza, la serietà e lo scherzo si bilanciano alla perfezione nell’affrontare il tema della salute mentale, centrando in pieno l’obiettivo espresso dai fondatori: sostenere e far sentire meno sole le persone che raccontano le loro esperienze e, soprattutto, quelle che le leggono. La rivista si propone (e, a mio avviso, ci riesce in pieno) di essere un contenitore di storie di persone, che in determinate fasi della loro vita si sono sentite più o meno vulnerabili. I racconti sono riportati per quello che sono, niente di più (per impressionare), niente di meno (per sminuire). Così, chi si ritrova in quei racconti non si sente solo su un vetriolo sotto una grande lente d’ingrandimento, ma parte di un gruppo.

Sente che il suo disagio è un fatto naturale e non straordinario. Che quei malfunzionamenti e quelle problematiche che imputavi solo a te stessa sono invece un tratto comune della vita umana.

Nel terzo numero si parla di boundaries, i limiti, i confini che poniamo tra noi e gli altri. C’è un articolo, scritto da Lily Sloane, s’intitola: “Crossing the line”. A un certo punto la scrittrice paragona il suo stato psicologico alla sensazione di essere un robottino Roomba, di quelli che puliscono i pavimenti, intrappolato in un angolo, che continua a sbattere e sbattere contro il muro.

È una sensazione che conosco molto bene, che più volte mi è capitato di descrivere con la stessa identica immagine. Lo stupore nel leggerla con le parole di qualcun altro è stata grande. Anxy crede nel racconto come esperienza catartica, per chi lo scrive e per chi lo legge; mette da parte i tecnicismi e si esprime come me (come noi).

Per sfogliare e acquistare tutti i numeri di Anxy: https://bit.ly/2Mo7oqt

 

 

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