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Berlin Quarterly, European review of culture è arrivato al Nono Numero, ma io non lo sapevo.
Aprendolo ho subito pensato: è davvero un peccato che le riviste letterarie non vadano più di moda.

Berlin Quarterly in Italia sembra non esistere.
Dal sito ufficiale della rivista, scopro che, oltre a Bolzano e a Venezia (a MagWall), accanto a Berlino, Londra, Amsterdam, Melbourne, Lisbona, Hong Kong, Parigi, Copenaghen, Chicago, Singapore, Stoccolma e poche altre città sparpagliate ai confini del globo tra cui la città di Subiaco (nella Western Australia, vicino Perth), l’unico posto della penisola in cui puoi trovare il Trimestrale berlinese, è Perugia, in fondo alle Scalette di Sant’Ercolano, in quel negozio di pazzi chiamato Edicola 518.
È davvero un peccato che le riviste letterarie non vadano più di moda.

La prima cosa da fare quando vi approcciate ad una rivista di cui non sapete assolutamente nulla è: avere una colonna sonora.
Come spesso succede è arrivata dall’amico e musicista Rob Duca, che al termine di una delle nostre sessioni di registrazioni mi ha suggerito come il reportage fotografico che divide a metà il magazine, ricordasse una carrellata di copertine del primo album degli American Football (https://spoti.fi/2Ybt76E).
Per cui innanzitutto: aprite il link, traccia due e volate alatissimi.

Quando hai davanti Berlin Quarterly, hai la sensazione di stringere qualcosa di più che una semplice rivista trimestrale, come suggerirebbe il titolo a prima vista. Non appena si volta la copertina, ci troviamo davanti ad una foto di Berlino vista dal satellite.
Anche se non ho trovato corrispondenze sulla rete, mi viene in mente che il titolo potrebbe addirittura far riferimento alle quattro aree in cui Berlino era stata suddivisa dopo la fine della seconda guerra mondiale: Usa, Inghilterra, Francia, Unione Sovietica. Uno slancio emotivo forse un po’ azzardato, ma sento che ci potrebbe stare.

Usando le parole del suo fondatore, James Guerin, ingegnere irlandese trasferitosi nella capitale tedesca nel 1994, che ha concepito il progetto insieme al giornalista italiano Cesare Alemanni, Berlin Quarterly è una rivista europea di cultura con una prospettiva globale, che combina reportage narrativi, fotografia, interviste, poesia, letteratura e arte visuale, mirando a portare ai propri lettori storie umane approfondite e interessanti da tutto il mondo.
È uno sguardo sul contemporaneo che parte da Berlino, dunque, ma che vuole prendere ispirazione e arricchirsi oltre la capitale tedesca. Una chicca per tutti coloro che sono abituati a ragionare oltre i canoni dell’editoria mainstream, dei media abitualmente preposti a spacciarci pietre per pezzi di pane, serpenti per pesci buoni da mangiare, merce per cultura, e via discorrendo.

Entrando un po’ più nello specifico, questo Nono numero arriva dopo otto uscite attraverso cui Berlin Quarterly ha portato le sue indagini negli angoli più oscuri e remoti del mondo.
I contributi escono dalle penne di autrici e autori notevoli e quelli non scritti in lingua inglese vengono proposti in lingua originale con testo a fronte.
Berlin Quarterly è una catena perfetta che non ha la pretesa di veicolare nessuna visione del mondo preimpostata. Le storie sono istantanee, sguardi che ci osservano dalle più diverse direzioni. Ogni singolo pezzo è al suo posto.

Si apre con il Reportage di un viaggio in Siria dello psicologo canadese Leonard George, che racconta dei riti di possessione attraverso cui gli oracoli nel mondo antico avevano le loro visioni e influenzavano la morte, la vita, le guerre e le paci di intere popolazioni; del vero e proprio scempio che ha colpito negli ultimi dieci anni la città di Apamea, dove il nostro reporter si è recato, e di come stiamo distruggendo la memoria di quei riti antichi che tanto altro ancora potrebbero rivelarci sulla nostra natura. L’articolo è corredato dalle immagini di alcuni dipinti della pittrice svedese Hilma af Klint, celebre per aver realizzato gran parte delle sue opere a terra, riproducendo le figure che vedeva durante le sedute spiritiche che organizzava assieme al suo gruppo di artiste “the five”, attivo dal 1922.

Xi Chuan, uno dei massimi poeti cinesi viventi, con la raccolta Drizzle ci mette addosso tutto il peso di una pioggia che non si percepisce ma che arriva a bagnarci nel profondo. Di un cambiamento culturale (in peggio) silenzioso e irreversibile che ha colpito la Cina (se ci siete stati di recente sapete di cosa parlo), ma che, in realtà, è un processo che riguarda ogni singolo aspetto della società in cui viviamo. È una muffa che riguarda la nostra vita, la mia vita e, sì, penso anche quell’idea secondo cui le riviste di letteratura non vanno più di moda.
Che la cultura in sé, non va più di moda.

Uno dei due racconti di finzione, Just The green Bit scritto da Daryl Quilin Yam, è completato da un’illustrazione a cura della disegnatrice italiana Elena Xausa che vive la sua carriera tra il veneto e Berlino. Orgoglio.

Il reportage fotografico HOMES AT NIGHT di Todd Hido è una perla rara. Se non l’avete ancora fatto sparatevi nelle orecchie The Summer Ends degli AF e guardate, immagine dopo immagine, queste case dei sobborghi americani ritratte di notte. Vi ritroverete con un cuore nel petto davanti alla meraviglia di una luce sempre accesa, un’intimità che mi sono sentito quasi di violare con i miei occhi. Vi ritroverete (se ci mescolate anche qualche bicchiere di vino rosso dei colli amerini) in lacrime di fronte alla nostra resistenza al buio che ci circonda.
Il buio di una donna che, nel racconto della defunta autrice e femminista Giapponese Taeko Kōno, si prepara ad incontrare la propria morte.
Il buio in cui si trova il senzatetto vicino di casa della poetessa Mary Ruefle nel racconto nonfiction Neighbours, quando arriva l’inverno e il suo van sopra al quale si stanno ammucchiando le multe della polizia si trova quindici gradi sotto lo zero.
Il buio da cui le più diverse culture si sono sempre strenuamente difese attraverso i riti magici con cui cacciavano dalle proprie case gli spiriti maligni all’inizio di ogni stagione, dei quali ci da una cifra l’illustre antropologo James George Frazer con l’estratto dal suo Il ramo d’oro, The periodic expulsion of evils che chiude la il nono numero della rivista berlinese.

Credo che allora il concept di quest’uscita sia proprio questo: il buio.
Il buio, e la nostra luce che, per quanto debole, resta sempre e comunque accesa.

È davvero un peccato che le riviste di cultura non vadano più di moda.

Per sfogliare e acquistare Berlin Quarterly: 

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