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di Luca Mikolajczak

Era contento del suo lavoro di dentista. Armeggiare trapani e seghetti sotto lo sguardo attonito di pazienti – così diversi ma così uguali nel momento in cui si adagiavano sulla sua temuta poltrona azzurra – lo divertiva, non poco.

Quei pochi gesti meccanici non erano però sufficienti a esaudire un innato ardore creativo che da piccolo lo aveva portato a monopolizzare i regoli dell’asilo per disegnare immaginari mostri ancestrali. Quanto tempo era passato…

La vita da dentista era rassicurante, non aveva di che lamentarsi: la pagnotta era garantita e i vicini lo salutavano con ossequioso rispetto.

Eppure, quando passava davanti ai vagabondi che sotto i portici del centro esponevano le loro tele per due mele, provava sempre uno strano magone e un inspiegabile senso di insoddisfazione gli appesantiva il respiro…

Meglio non pensarci.

Tra un impianto e un altro le giornate trascorrevano serene. Eccetto quella pazza idea che ogni tanto gli passava per la testa, insinuandogli un inconfessabile dubbio, come un folletto malefico.

Un boato.

La guerra non era il tripudio di motori e virilità che quegli esaltati dei futuristi avevano immaginato, ma solo teschi e depravazione.

Eccolo, seduto sulla poltrona dei pazienti, vittima di un gioco a cui non aveva chiesto di giocare.

La noia e lo squallore erano tuttavia nemici più subdoli dei nazisti.

Per rompere la monotonia di quella degenza assurda, un giorno qualsiasi aveva iniziato a dipingere su qualche tavoletta, spronato dall’amorevole Bettina che non poteva più vederlo reduce, lui era e doveva tornare ad essere artefice.

Una mattina delle tante, mentre gli portava il caffè, Bettina non riuscì a trattenere lo stupore: il colore scorreva compatto, carnale, sembrava uscire dalla tela, lucido come sangue, denso come sperma. Qualcosa di simile avrebbe fatto di lì a poco un americano, tale Jackson Pollock, ma lui non poteva saperlo, era troppo preso dallo spremere tubetti di tempere nel suo atelier di provincia.

Dannazione, ho rovinato anche qui il pavimento, pensò tra sé e sé, Bettina sarà furiosa. E invece no, Bettina lo guardava attraverso la porta socchiusa, felice di vedere suo marito finalmente felice, libero dai fantasmi della guerra e dalla zavorra del mestiere, che pure esercitava di tanto in tanto.

Bisognava pur mangiare.

E per amore, lei che dipingeva da una vita mise da parte l’arte che aveva imparato all’Accademia, appagandosi del ruolo di Musa e Vesta.

Brajo, chiamato così da quei matti dei genitori perché nato a febbraio, ormai aveva stampato sul volto un perenne ghigno di dionisiaco furore.

Non si accontentava più di spalmare colori, ora prendeva vorace quello che gli capitava tra le mani per smontarlo e rimontarlo a suo piacimento. Ferri vecchi, cavatappi, tubi di scarico, cicche, poliestere, tutto poteva prendere vita in grottesche forme ferine, totem di fatiscente ironia.

E perché non prendere in giro gli artisti con la A maiuscola, allora eccovi la “natura vivo morta” , eccovi un “morandengo”.

La casa ormai era diventata troppo piccola, nemmeno la solerte Bettina riusciva più a fare ordine tra le scartoffie del dentista-artista.

Un giorno le piombò in casa, ridendo convulsamente: aveva in mano le chiavi di una casupola a Montemalbe, ci avrebbe pensato lui ad arredarla.

Armato di pennello e audacia, sistemò alla buona quella specie di baita e per spezzare la solitudine popolò il terreno circostante con una fauna di irriverente surrealtà.

Il fanciullo che era in lui non aveva più bisogno di rubare regoli agli altri bambini per creare i suoi pupazzi fiabeschi.

La voce premurosa di Bettina interrompe il suo sogno a occhi aperti. La cena è pronta.

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