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BULLSHIT JOBS

“Siate onesti: se il vostro lavoro non esistesse, quanti ne sentirebbero la mancanza?”

Nel 2013, l’antropologo e giornalista americano David Graeber, pubblicò sulla rivista “Strike!” un articolo provocatorio dal titolo “Sul fenomeno dei lavori del cavolo”, in cui si interrogava sui limiti e le possibilità dei nuovi impieghi e soprattutto cercava di fugare il terribile sospetto che molti di questi fossero in realtà dei lavori senza senso, atti solo a implementare l’ipertrofia del mondo consumistico.

Nel giro di poco tempo la sua inchiesta sul mondo del lavoro aprì un dibattito torrenziale sia sul web che nei salotti di mezzo mondo. La reazione spontanea dei lettori stimolò quindi D.G. ad approfondire ulteriormente la questione: il risultato è questo saggio-inchiesta dal titolo “Bullshit jobs”.

Ne parliamo con Carolina Sansoni, co-founder di Talking Pills, che insieme a Ludovica Tofanelli ha aperto durante il primo lockdown questa seguitissima pagina instagram in cui il mondo del lavoro viene raccontato “in pillole” con approfondimenti, interviste agli esperti dei diversi settori, job alert e tanti consigli.

 

Il testo prende le mosse da un grande interrogativo, e cioè sul come mai il capitalismo, con la sua rivoluzione tecnologica, al posto che dimezzare le ore di lavoro le abbia in realtà aumentate.
Com’è possibile secondo voi che con tutti i supporti tecnologici di cui disponiamo non riusciamo ad abbassare le ore di lavoro? Come mai sembra che si debba lavorare sempre di più?

É una domanda molto interessante. La tecnologia nasce in teoria per semplificare la vita, eppure la sua stessa esistenza ha scardinato talmente tante barriere in cosi poco tempo da trasformarla in una specie di super potere, uno strumento che ci fa sentire invincibili. Ecco forse questo aspetto l’ha resa anche una vera e propria dipendenza. Per lavorare usiamo la tecnologia, per divertirci usiamo la tecnologia. È sia malattia che cura.
Siamo connessi h24, sia per bere con gli amici che per organizzare riunioni, e questo ci rallenta; troviamo tutto in un unico strumento, lasciando inconsapevolmente che questi due mondi si accavallino quando invece sono due aspetti della vita che andrebbero per quanto possibile ben separati. Sembra quasi che senza di questa non si possa far più nulla, come se il nostro cervello fosse sia più in grado di funzionare se non in abbinamento a qualche app, programma o sito. Siamo diventati più pigri e questa non è certo una scoperta.

David, dopo aver consultato una serie di workers appartenenti ai settori più disparati, trova la definizione aurea dei lavori senza senso: “un’occupazione retribuita che è così totalmente inutile, superflua o persino dannosa che nemmeno chi la svolge può giustificarne l’esistenza, anche se si sente obbligato a far finta che non sia così”
Vi capita mai tra i vostri utenti di registrare questo senso d’inutilità del proprio lavoro? In generale, con la trasformazione del mondo del lavoro, quali ritenete siano le professioni divenute del tutto superate e quindi senza senso?

Non abbiamo ricevuto questo senso d’inutilità da parte della nostra community. Credo che abbia anche a che fare con il nostro target di riferimento, che per lo più risiede nella fascia 18- 28 anni. Nonostante questa sensazione non sia “di casa” oggi, si farà sempre più strada nel tempo. Questo lo dicono i dati. Secondo un recente studio del World Economic Forum infatti entro i prossimi 20 anni,375 milioni di professionisti saranno costretti a cambiare lavoro a causa dell’impatto della digitalizzazione. È un numero altissimo.
Se devo oggi scegliere dei lavori superati scelgo, senza dubbio, alcuni di quelli che hanno a che fare con le filiere di distribuzione: magazzinieri, fattorini. Questo non perché siano risorse inutili o facilmente sostituibili con dei robot/processi automatizzati, ma perché proprio a loro sono richiesti ritmi umanamente insostenibili. Trattati come macchine, ma senza averne le fattezze. La mole di lavoro in queste aziende è volta solo ad aumentare e di conseguenza credo ci sia bisogno che il sistema che la sorregge funzioni efficientemente, senza recare danni a chi ne fa parte.

David inoltre suddivide questi bullshit jobs in cinque macro categorie, sempre raccogliendo testimonianze dirette (tirapiedi, sgherri, ricucitori, barracaselle e supervisori)*. In generale tutti gli intervistati appartenenti a queste cinque categorie lamentano una sensazione d’inutilità se non addirittura di danno ai clienti o all’azienda stessa.
Vi andrebbe di scegliere una di queste categorie e provare a offrire una soluzione per sovvertirne il meccanismo d’insensatezza che le genera? Nel complesso, come secondo voi è possibile reinventarsi o uscire da una situazione frustrante a livello professionale?

* 1) i tirapiedi (flunkies): ossia quelli che principalmente servono solo a dare lustro a qualcun altro (un esempio potrebbero essere gli usceri in divisa, così come i numerosi assistenti e segretari d’ufficio che rendono più credibile l’immagine degli uomini e delle donne d’affari per cui lavorano)
2) gli sgherri (goons): il cui lavoro prevede una certa dose di aggressività (chi opera nelle relazioni pubbliche, nel telemarketing, parte dei lobbisti e dei legali d’azienda)
3) i ricucitori (duct dapers): dipendenti chiamati a risolvere una falla nell’organizzazione, il cui compito esiste solo per un difetto strutturale del luogo in cui lavorano (un esempio è un programmatore il cui compito era quello di mistificare il malfunzionamento di un algoritmo che l’azienda si ostinava a vendere)
4) i barracaselle (box tickers): dipendenti che esistono principalmente per consentire a un’organizzazione di affermare che sta facendo qualcosa che in realtà non sta facendo (tutte le burocrazie si fondano su questo principio in cui la realtà, iper-misurata, funziona solo “sulla carta” ma non concretamente).
5) i supervisori (taskmasters): quelli il cui ruolo consiste unicamente nell’assegnazione di lavoro ad altri, o quelli che addirittura generano lavori senza senso (nelle realtà iper-stratificate spesso vengono aperte nuove posizioni al solo fine di non tagliare personale che non serve più).

Scelgo i ricucitori. Semplicemente perché continueremo a sbagliare, d’altronde siamo esseri umani, e quindi mi sento di dire che di queste figure se ne avrà sempre bisogno. Nella nostra vita privata esiste sicuramente una persona che individuiamo come problem solver; colui/colei a cui ci appiglieremmo se avessimo un’unica chiamata da spendere. La stessa figura non può non esistere in azienda. Credo che chi appartiene a questa categoria debba sentirsi collante del sistema. Per ribaltare le regole invito a giocare d’anticipo. Ad individuare il problema prima che ne vanga richiesta la risoluzione.
Uscire da una situazione frustrante e reinventarsi è una cosa che in pochi possono permettersi, una posizione da privilegiati, una mossa che può risultare vincente nel momento in cui viene alimentata da un desiderio nato spontaneamente. Una sensazione cresciuta dentro di noi a cui si vuole dare sfogo. Purtroppo il Covid ha invece portato molti lavoratori a trovarsi forzatamente in questa condizione e di conseguenza a doversi ricostruire senza averne la voglia o gli strumenti. Non credo di essere nella posizione di dare un consiglio che possa funzionare per tutti, l’unica cosa che mi sento di dire è di informarsi, di leggere il più possibile, di comprendere quali saranno gli sviluppi del mercato così da poter essere dei precursori. Non bisogna avere 20 anni per essere i primi a fare qualcosa, per specializzarsi in un settore nuovo, è una possibilità che possiamo avere tutti indipendentemente dall’età e dall’esperienza.

Arriviamo ora al punto focale: chi svolge un lavoro senza senso (seppur ben retribuito e poco faticoso) subisce una forma di “violenza psicologica” che lo porta ad essere infelice, persino depresso, poiché viene sottratto di un vero scopo. “L’uomo economico”, portato del capitalismo, è misurato in funzione del suo lavoro, come se il risultato di un incarico fosse definito dalle ore di lavoro impiegate e dal modo in cui viene comunicato, invece che dal suo valore finale.
Credete che la diffusione dello smart-working e della fluidità degli impieghi abbia in parte scardinato questo meccanismo? Quali sono secondo voi le caratteristiche che a livello umano e psicologico non possono in alcun modo mancare nella realizzazione professionale di un individuo?

Mi è capitato di lavorare in una grande azienda dove si rimaneva in ufficio fino a mezzanotte, passatemi il termine, per partito preso, perché era sinonimo di poca tigna andar via ad un orario decente. Eppure si passava metà della giornata ad aspettare qualcosa o qualcuno, una mail, una correzione, un compito, uno spunto. E mi ricordo anche che di questa cosa, velatamente, me ne vantavo. Mi lamentavo con gli amici, ma allo stesso tempo esternando la mia frustrazione mi sentivo in qualche modo superiore a chi usciva dall’ufficio alle 18. Ecco, forse ci hanno cresciuto così, forse siamo stati abituati a questa visione dell’”uomo economico” ed indirettamente continueremo a fare questa associazione.
Lo smart-working, se vissuto così come concepito potrà sicuramente scardinare questo meccanismo. Molti di noi in realtà, nell’ultimo periodo, hanno lavorato da remoto, il termine più corretto è probabilmente tele lavoro. Fare le stesse identiche cose che facevamo in ufficio, nello stesso modo, seguendo gli stessi schemi e le stesse gerarchie, semplicemente facendo riunioni su zoom invece che in presenza. Lo smart-working invece contempla la suddivisione del lavoro in task, una visione del mestiere molto più imprenditoriale ed autonoma. Ma soprattutto più efficiente.
Per me ciò che non può mancare a livello umano e psicologico è la stretta nella pancia, la tachicardia, qualche tipo di risposta che ci ricordi vagamente un’emozione. Quando riceviamo una chiamata importante, quando ci viene fatto un complimento o quando sbagliamo qualcosa, quando ci viene chiesto di fare un sacrificio, quando un collega/una collega ci manda uno sguardo di approvazione. Ecco qualcosa nel corpo si deve muovere. Sono consapevole che questo possa sembrare un discorso eretico sopratutto per i lavori meno qualificati. E di fatto è un ragionamento puramente personale. Esistono diversi tipi di individui, e fortunatamente ognuno viene mosso da cose diverse. C’è chi nella routine e nella calma trova serenità e chi ne esce matto.

La proliferazione dei lavori senza senso, che D. G. riscontra soprattutto all’interno del settore terziario avanzato (quello che viene definito FIRE- finance, insurance and real estate), apre una vera e propria questione sociale. La tesi sostanziale di questo testo è che, proprio come il settore finanziario è spesso fumo negli occhi, che si auto-alimenta con la speculazione, così lo è anche la maggior parte dei lavori nel settore dell’informazione.
Prima di tutto concordate con questa tesi? Secondo voi il mondo capitalistico con la sua rivoluzione digitale come ha modificato la società e il suo modo di comunicare?

Rispondo con una provocazione: forse c’è bisogno di fare più informazione sui lavori nel settore dell’informazione? Non credo che un mestiere sia necessariamente la risposta ad un need primario. A volte è proprio un lavoro nato per passione da un solo individuo a creare un intero settore, un filone di ispirazione per altri. Questo vale soprattutto per le professioni più recenti legate alla tecnologia ed il digitale. Per esempio la concezione che gli influencer, i divulgatori, i creators non lavorino, trovo faccia parte di una mentalità retrograda. Un modo per sfuggire alla realtà , sintomo di poca conoscenza del mercato. Tra l’altro si possono usare benissimo i nuovi strumenti anche per raccontare il passato, per avvicinarci al sapere.
Detto questo, come in tutte le professioni, c’è chi fa il proprio lavoro con cognizione di causa, ricercando approfonditamente gli argomenti trattati, e chi agisce da parassita. Sta a noi decidere a chi affidarci, così come faremmo con un avvocato o un commercialista o con il nostro fruttivendolo.
Inoltre per concludere, penso che il lavoro debba essere funzionale al lavoratore stesso, non necessariamente ad uno schema più largo.

 

“Credo che questo istinto di perpetuare il lavoro inutile sia, alla base, solo paura della massa. La massa è composta (si snoda il filo del pensiero) da spregevoli animali che, se avessero tempo a disposizione, sarebbero pericolosi; ad evitare rischi, meglio che siano sempre troppo occupati per pensare”
– George Orwell “Senza un soldo a Parigi e a Londra”

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