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di Antonio Brizioli

 

Poche notti fa, ti pensavo in un sogno segreto. Sentivo le tue mani iberiche calde, il loro odore di sangue. La passione dimessa con cui le muovevi in gesti d’inconsueta semplicità. Pensavo a quella notte in cui mi prendesti chiedendo di seguirti giù per quelle scale che portano al panorama. L’avremmo visto la mattina dopo, perché la notte era buia e fummo costretti dal gelo a rifugiarci nella tua piccola casa. Condivisa con tante, troppe persone.

Cecilia era molto meno scaltra di quello che le luci psichedeliche facevano sembrare. Entrata in casa, si sentì messa a nudo ancor prima di essere spogliata. Antonio sperava stupidamente di trovare in lei una di quelle immaginarie creature venute da un altro paese solo per regalare la propria carne. Creature che poi sono molto più umane del previsto, quando le vedi al di là del rossetto.

Spogliati dunque, fai presto. Mostrami le tua abilità.

Ma Cecilia no, era impacciata. Si percepisce quando baci qualcuno e stai già pensando con ansia al dopo. Cecilia tremava quasi. Spense le luci per essere più libera. Sgusciò sotto le coperte per sentirsi più protetta eppure non riusciva ad essere ciò che sognava. Ciò che forse sognavano entrambi, due eroi fatti per celebrare la notte, riprendendo a vivere il giorno dopo senza troppe riflessioni.

No, non dirmi davvero che sei fragile Cecilia, altrimenti sarò costretto a dirti che lo sono anch’io. Dai, fa’ quello che devi fare altrimenti poi dobbiamo scoprirci entrambi. E come posso dirtelo che soffro anch’io, in uno stupido giovedì sera universitario. Io che l’università l’ho finita senza fare neanche l’Erasmus. Salvami Cecilia, apri le gambe e salvami.

Cecilia sembrava non sentire i suoi pensieri. L’ansia finì per paralizzarla.

Devo dirtelo una volta per tutte, non sono quella che credi. Non sono io quella che poco fa ti prese per condurti a casa sua al solo fine di divertirsi. Non sono mai stata a letto con un uomo. Mi piace ballare, la domenica vado alla corrida con mia nonna e ho le mani calde come la mia terra. Ma non ho mai trovato quello giusto e stasera sono qui per naufragare. Ma ho paura, tanta paura.

Così Antonio le prese le mani, piano. E con le mani nelle mani le raccontò qualche piccolo pezzo della sua vita. Anche lui era stato in Spagna. Gli invidiava quella voglia di vivere sempre. Anche a lui piace cenare tardissimo e svegliarsi dopo gli altri, la notte, la birra, le sopracciglia folte. Soprattutto anche lui ha avuto paura, molto spesso, del contatto, dello sguardo, dell’amore.

Cecilia le respirava piano di fianco, con la faccia schiacciata sul petto. Raccontava a sua volta di qualche rito sacro, di come non le piacesse il calcio, della sua posizione sull’indipendenza catalana. Quanto è breve il passo da padroni della propria vita a oggetti di un naufragio senza quartiere. E quanto è difficile soprattutto, distinguere fra le due condizioni.

Facciamo colazione dai, che il sole già si è fatto largo. Al prossimo buio, magari, faremo l’amore.

 

Clicca qui per leggere anche la storia di Paolo e Vittoria.

0 commenti su “Cecilia e Antonio, l’amore rimandato

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