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di Francesco Merlino

Nessuno sa che fine abbia fatto Mario Teràn.

Secondo alcuni si è operato recentemente alla cataratta, che lo aveva quasi reso cieco, sfruttando le cure gratuite riservate ai cittadini più poveri; secondo altri aspetta in silenzio di morire in una casa sudicia a Santa Cruz de la Sierra; secondo altri ancora avrebbe deliberatamente tentato di spiccare il volo, due anni dopo, da una finestra di La Paz, Bolivia. Due anni durante i quali il sergente Teràn ebbe sempre e solo sogni rivolti al passato e mai al futuro, e questo si chiama tormento.
Era la notte dell’8 ottobre del 1967 ed insieme ai suoi commilitoni era chiuso in una stanza della piccola scuola di La Higuara, al cospetto di un uomo che respirava appena, essendo già morto da circa un mese, da quando la retroguardia dell’esercito guidata da Joaquin era stata annientata nei pressi del Rio Grande. Nessuno guardava in faccia il prigioniero, tantomeno Mario Teràn, che fuggiva lontano dal contatto di quello sguardo, capace di trasformarlo da carnefice a vittima. L’uomo catturato era Ernesto Che Guevara. Perdeva sangue dalle gambe a causa dei proiettili che lo avevano raggiunto tra i fitti tronchi che fanno della quebrada del Yuro un morbido cuscino verde se vista dall’alto, ma una trappola per topi se vissuta da dentro. Che Guevara sapeva che sarebbe morto, ed ogni fruscio di foglia mossa dal vento mutava l’espressione del suo viso in una terribile smorfia di paura. Lo avevano catturato per colpa o merito di un contadino, Honorato Rojas, che sotto minaccia dei soldati fu costretto ad indicare il sentiero da seguire. Quando si accorse che quella volta non era il vento, ma la morte a far sibilare le foglie, si girò di scatto e disse:

“Non sparate, sono Che Guevara, vi sarò più utile da vivo che da morto”

Evidentemente si sbagliava.

Mario Teràn era solo uno dei tanti poveri servi del potere. Andava in guerra come si va in miniera, tanto quando la morte diventa una cosa normale le persone diventano sassi da distruggere col piccone. Non credo amasse uccidere, piuttosto gli era diventato indifferente. Ma quando vide entrare Che Guevara, tenuto su per le braccia, che trascinava i piedi già privi di vita lungo i due binari che tracciava con la punta delle scarpe nella terra polverosa, dovette sentire un profondo senso di vergogna. Nascondeva la paura che di lì a poco sarebbe accaduto ciò che pensava, in un remoto antro del suo cervello, senza avere coraggio di dargli un’immagine precisa.

E così accadde, pochi minuti dopo, quando il comandante Félix Rodriguez, che per ordine della CIA in Bolivia si faceva chiamare Félix Ramos, disse che qualcuno doveva sparare al prigioniero, nonostante la Convenzione di Ginevra lo impedisse. Ma forse una giustificazione c’era, perché quello lì, steso per terra davanti ai soldati, non era un uomo, ma il simbolo di una rivoluzione, se non giusta, quantomeno universale. Per questo andava eliminato. Ma nessuno in quella stanza si fece avanti, forse sapendo, ciascuno in cuor suo, che con quella morte la rivoluzione non si sarebbe estinta, ma alimentata. Così dovette intervenire la sorte a sbrogliare la matassa.

Chi avrebbe pescato dal pugno del colonnello il legnetto più corto sarebbe stato l’assassino di Che Guevara.

Lo pescò Mario Teràn.

Quando si rese conto che sarebbe toccato a lui doverlo uccidere, scappò via come un fulmine. I compagni lo inseguirono e lo riportarono dentro con la forza. Lo fecero ubriacare, perché perdesse ogni inibizione, ogni freno dettato dalla paura. Ma per quanto potesse bere il sergente Teràn continuava a sudare freddo, come se quel colpo lo dovesse piantare nel suo di cranio. Lo spinsero dentro la stanza con un mitra e gli chiusero la porta alle spalle. Gli ordinarono di colpirlo in petto, perché il volto doveva rimanere riconoscibile. Che Guevara era già morto da un mese, da quando Dio gli aveva detto basta così. Forse come gli eroi rimase calmo anche dinnanzi alla fine, ma anche Cristo pianse sulla croce. Per questo nella mia fantasia le ultime parole di Che Guevara uscirono tremolanti dalle labbra, tra vuoti dovuti all’incombere del pianto, ultimo nemico da combattere.

“Tranquillo, stai solo per uccidere un uomo” disse e dalla stanza a fianco si sentì una raffica. Quando aprirono la porta, lo sguardo di Che Guevara era già stato reso immortale dalla morte. Servì un ennesimo colpo, sparato al cuore da distanza ravvicinata, perché il sergente Teràn aveva sbagliato la mira, colpendolo al collo. In realtà non la prese affatto; sparò ad occhi chiusi, illudendosi che non guardarlo sarebbe stato come non ucciderlo affatto.

E così fu, di fatto, dal momento che ora, in qualche parte nel mondo, si sta parlando di rivoluzione, ma nessuno sa che fine abbia fatto Mario Teràn.

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