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Endosymbiosis, magma di filamenti e batteri su tela cibernetica, realizzato nel 2012 dall’artista Shoshanah Dubiner come omaggio alla biologa Lynn Margulis, occhieggia dalla copertina di Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto, edizione NOT del settembre di quest’anno, tradotta da Claudia Durastanti e Clara Ciccioni, rievocandomi istantaneamente la pochissima esperienza visiva che ho con la materia monocellulare e primordiale: l’episodio dell’evoluzione dei primi esseri viventi in Fantasia (1940) di Walt Disney, sulle note ansiose di Stravinskij, racconto rassegnato e matter-of-factly sulla implacabile violenza della natura.

Ma è possibile capovolgere il paradigma darwiniano e immaginare una soluzione diversa per sfuggire al disastro ambientale che sembra attenderci? NOT, collana italiana pubblicata da NERO, casa editrice che ha ospitato le grida dolorosissime di Mark Fisher, l’entusiasmo post-lavorista di Nick Srnicek e Alex Williams e lo xenofemminismo di Helen Hester dà spazio ora alla voce imprescindibile di Donna Haraway, zoologa e filosofa, da trent’anni capofila dell’ecofemminismo e di un sorprendente, tentacolare postumanesimo.
Se è vero che la prima parte del titolo originale, Staying with the trouble – Making kin in the Chthulucene, rimanere con il disordine del mondo che brucia attorno a noi, è ben più chiarificatrice nel descrivere la concretezza disperata delle proposte dell’autrice, è però anche innegabile la potenza musicale ed apocalittica di quello Cthulhu, incubo lovecraftiano rimaneggiato ortograficamente in “Chthulu”. Haraway ha più simpatia per Pimoa Cthulhu, dicitura tassonomica di un ragno veramente esistente, che per la creatura fantastica del ben più famoso racconto. Una differenza decisiva, quella tra il mostro e il ragno reale: da un lato l’ineluttabile catastrofe, l’«amaro cinismo» e le «politiche di estrema indifferenza» che intrappolano i rassegnati alla morte della nostra specie, dall’altro il lento e paziente lavoro di tessitura, ricostruzione della ragnatela, del gioco della matassa, della rete comune, della simpoiesi.

Se l’indubbiamente ostico lessico di Haraway può scoraggiare alla prima lettura, è anche vero che impadronirsene è un processo abbastanza rapido. Quale sguardo rimane, di fronte allo spettacolo mostruoso della nostra esistenza prossima all’apocalisse? Haraway deride fin dall’introduzione sia la risposta tecno-salvifica, di chi crede che la mano robotica del futuro si protenderà a salvarci, sia il disfattismo nichilista che non vede soluzione, anche quando sono professionisti della scienza a dichiararlo, in una rassegnazione utile solo al mantenimento dello status quo.

I tentacoli, l’uncinetto, la matassa, la ragnatela, i filamenti giallastri sulla copertina, i fili e i ragni che si incontrano nella lettura sono tutte metafore del lavoro mai risolutivo che siamo chiamati a portare avanti per vivere ancora su questo pianeta: riconoscere che siamo compromessi con esso, che non siamo figli di una purezza edenica corrotta e che, come i cyborg cari all’immaginario di Haraway, non abbiamo alcun passato paradisiaco cui regredire; che non possiamo denunciare questo mondo in nome di un mondo ideale, per usare le parole di Isabelle Stengers citate dall’autrice.

Trasferirsi in “terre vuote”, leggiamo nella terza parte dello scritto, la favola speculativa  “I bambini del compost”, è una fantasia colonialista che riecheggia il genocidio e l’orrore: bisogna piuttosto imparare a vivere nelle macerie, una sopravvivenza esattamente speculare a quella del capitalismo, che seguita ad avvinghiarsi, prosperare, avvelenare in condizioni di precarietà totale, pur essendo stato dichiarato morto o moribondo decine di volte.

Che cosa significa concretamente questo? Nella parte centrale del testo Haraway accede a storie esemplificative di collaborazione umano-animale-ambientale. Ma va anche molto oltre. Se qualcuno proponesse di ibridarsi con altri animali o piante, di “costruire parentele” (making kin del titolo originale) inaspettate e nuove, in una ricerca infinita della “giustizia multispecie” che sancirebbe la fine del dominio umano sul resto dei viventi, la reazione più immediata sarebbe quantomeno di stupore. Eppure, la proposta immaginifica e provocatoria di Haraway è fondata su consapevolezze accumulate in anni di ricerca zoologica. Forse è persino poco importante elencare le attività accademiche sviluppatesi in direzione della semiotica animale, dall’autoriconoscimento allo specchio, ai rituali di saluto, di amicizia, di ricordo, di memoria, di lutto in specie che non sono la nostra, perché lo scopo non è negare definitivamente qualunque forma di alterità umana rispetto ad un corvo o ad un babbuino, ma riuscire a costruire quella solidarietà interspecie cui l’unicità del pensiero occidentale ci ha totalmente disabituati. Ibridarsi è la forma estrema, provocatoria di quel “fare parentele” che già concretamente si realizza nelle nostre vite quotidiane di proprietari di animali domestici, o di colombofili di PigeonBlog (capitolo I), o dei pastori Navajo nel Colorado (capitolo III). In When Species Meet (2008), e nelle interviste relative, Haraway svolge una trattazione pratica del tema delle “specie compagne”, animali con cui possiamo decidere di stabilire legami, “parentele”: una pratica ecologica che esclude organizzazioni gerarchiche tra specie.

Eppure, attenzione, questo sguardo non presuppone una critica della tecnica o il desiderio di ritorno ad una presunta, idilliaca preistoria senza strumenti. Piuttosto, suppone il superamento della dicotomia naturale/artificiale che Haraway ha già spiegato attentamente nel Manifesto Cyborg. La tecnologia, pur osservata senza fede salvifica, è la cifra della nostra animalità, di specie in cui «la distinzione tra natura e artificio viene sempre colta all’interno di una cultura: non esiste una natura umana indipendente dalla sua cultura, natura e artificio sono “astrazioni” che si danno nel concreto che è la cultura» e la cui «natura è colta nell’agire, nell’azione, che è naturalmente tecnica» (uso le parole di Silvana Procacci nel suo Umano e postumano: una questione di definizioni? apparso in Il tramonto dell’umano?, a cura di A. Pieretti, Morlacchi Editori, 2016, p.130). E, ancora più in argomento, non si può neanche prescindere dalla riflessione zoo-antropologica sul comportamento umano come mimesi amplificata ed “epifanica” di quello animale, indagato da Roberto Marchesini: l’uomo sviluppa una serie infinita di potenzialità a partire dall’osservazione delle prassi animali («il volo di un uccello può diventare proiezione nel corpo dell’uccello e annunciare all’essere umano la dimensione del volo: non “come volare”, ma “che si può volare”», ivi, p. 108).

Ibridarsi, tornare animali, o meglio, accettarsi pienamente nella nostra animalità e proiettarsi nel futuro dell’evoluzione della nostra specie, vivere in nuove forme simbiotiche con altre, metaforicamente e non. Sono molti i passaggi in cui Haraway danza sul confine tra serietà e provocazione (per esempio, nella battuta ripetuta un paio di volte di due studiosi dal futuro che commenteranno l’ignoranza di oggi con un «pensa, erano così ignoranti che neanche sapevano leggere in Melanzana!»), ma sembra che non ci sia dubbio sul rispetto che porta alle teorie evoluzionistiche di Lynn Margulis, omaggiata anche dalla copertina, che mettono al centro la simbiogenesi come motore dell’evoluzione: rovesciamento, o se non altro ridimensionamento del darwinismo e dei meccanismi di competizione come forze di selezione principali, utili al racconto neoliberista. Un’idea che, dopo anni di negazione delle dicotomie uomo/natura e natura/cultura, è tutt’altro che esente dal rischio di focalizzarsi di nuovo su una presunta “naturalità” che dovrebbe orientare la nostra vita.

Perdonare ad Haraway il ritmo inizialmente martellante di certe ripetizioni («bisogna pensare, pensare bisogna», «generare parentele», «rimanere a contatto con il problema») si può e si deve proprio in ragione della loro centralità. Fissandosi come un verso animale o un cigolio nell’orecchio del lettore, esse sono chiavi di volta per aprire, scardinare l’intero testo: riaffiorano in mente con un senso improvvisamente rivelatore, accompagnatore. Non a caso sono spesso frasi che Haraway ha preso in prestito altrove, in conversazioni con colleghi o dalla lettura di Virginia Woolf, segno che hanno risuonato incessantemente anche nelle sue orecchie. Per il resto, la specificità e la correttezza del linguaggio segnano ogni pagina di Chthulucene. Dall’invenzione del neologismo del titolo, al fastidio per l’uso ormai diffuso del termine Antropocene, a cui il titolo vorrebbe appunto sostituirsi (come se l’”uomo” di un paese in via di sviluppo o i suoi bambini avessero un’impronta ecologica paragonabile a quelle dell’uomo occidentale, che si pretende di elevare ad Anthropos), alla cura nel riportare i nomi indigeni del “gioco del filo” in varie culture (na’atl’o’, hózhó…), che sono alla base della proposta di sopravvivenza comune, alla chiarezza chirurgica di alcune scelte nel parlato (tanto per fare un esempio, in nessuna intervista sentirete Haraway parlare di “poor areas” del mondo, solo di “extracted areas”).

Alla grande domanda di fondo sul come sia proponibile uno scenario come quello finale, in cui la bambina Camille si ibrida con una farfalla e vive in una comunità di umani-farfalla, senza temere l’incubo dell’eugenetica, o, in altre parole, come sia possibile sottrarre l’immaginabile al mercato, l’autrice sembra in dubbio, sostenendo da un lato l’impossibilità di dettare alcunché (slegare la riproduzione dalla biologia e mescolarla ad altro, sostiene Haraway, non significa certo poter imporre a chiunque di fare o non fare figli), e sottolineando dall’altro l’importanza decisiva delle policies, le attuazioni concrete, in tempi di urgenza come questo. Questa lettura richiede uno sforzo di astrazione non indifferente e potrebbe lasciarvi con più domande che risposte, come dovrebbero fare le ottime letture in generale. Ma la “vergogna prometeica”, espressione di Günther Anders, il sentirsi annichiliti, insensati come esseri umani, quando posti di fronte alle nuove minacciose potenzialità della tecnologia, si supera appunto con l’esercizio del pensiero: le facoltà immaginative che sottraggono il primato all’oggetto, all’utensile, al manufatto fisico e lo riconsegnano dialetticamente alla facoltà inesauribile di immaginare, di pensare: think we must. Una lettura non semplice, che rischia di lasciarvi con più domande che risposte. Ma questa è, in fondo, la cifra delle buone letture in generale. Pensare dobbiamo.

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