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di Sara Datturi

Partire, lasciare, andare. Umana esigenza, innata tensione verso l’ignoto. Siamo così intrecciati, vulnerabili e pieni di risorse, creativi e capaci di sognare, sperare costruendo il dopo che è adesso.

Ancora una volta in viaggio, alla scoperta d’un paese la Tanzania che racchiude in se stessa vette imponenti, mari cristallini, pianure incontaminate dove leoni, zebre ed ippopotami trovano la loro casa. Eterogeneità che si riscopre nei volti delle persone, che si mescola con la storia e i colori sgargianti e simpatici dei tessuti. Un paese di quasi cinquanta milioni d’abitanti, con un passato coloniale dominato dai portoghesi prima, i sultani dell’Oman e dopo dai tedeschi e gli inglesi. Nel 1962 si è reso indipendente trasformandosi in una Repubblica costituzionale presidenziale con oggi a capo il presidente Mr. Kikwete.

Poi c’è Zanzibar, che storicamente è stato prima centro commerciale strategico per i portoghesi e dopo i sultani dell’Oman per diventare meta di vacanza e protettorato inglese. Durante il sultanato, Zanzibar è stato al centro per la tratta della schiavitù e ancora oggi l’isola presenta un’eterogeneità culturale unica dove si respira una cultura tanto araba quanto tanzaniana. Si percepiscono un orgoglio musulmano e un’indipendenza dalla mainland forte, si incrocia un’ ingiustizia storica perpetuata nell’attuale presente.

L’uomo bianco ancora una volta diventa il simbolo di denaro, potere, di possibilità di scegliere verso una vita quotidiana dominata dalla sopravvivenza. Zanzibar è un’isola da sogno, con spiagge immacolate, acque trasparenti, barriere coralline, delfini e tartarughe giganti. Palme, cocco, papaya, manghi; il succo forte e amaro di una popolazione che sopravvive di turismo, pesca ed agricoltura, dove il prodotto interno lordo pro capite è di 656$ che è la spesa media di turista occidentale per una settimana nell’isola.

Contraddizioni che si intrecciano a tanti sguardi, sopravvivenza, creatività, concretezza, dignità. Case di pescatori costruite con rocce bianche che splendono forti nel sole tropicale dell’isola, donne con sguardi profondi, belle nei loro vestiti colorati di cotone che svolazzano al vento, bimbi che aiutano le loro mamme a raccogliere le alghe del mare e i molluschi. Alghe che saranno essiccate e vendute a compagnie cinesi capaci di usare questi micro e macro organismi marini per fare shampoo creme e altri prodotti i quali saranno venduti quattro volte tanto a noi consumatori dell’ovest e del sud est Asiatico. Ancora noi, muzungu, uomini e donne dalla pelle bianca, stranieri, con un peccato atavico sulle spalle che camminiamo nelle loro spiagge incontaminate, nuotiamo e cerchiamo ristoro, tranquillità, creiamo resort a nord dell’isola dove le spiagge diventano private e solo chi paga può averne accesso.

Tutto questo in nome del progresso, lo facciamo per sostenere l’economia locale quando in realtà sono solo pochi individui ad averne reale accesso alla ricchezza, specchio di potere.
Questo muzungo che dovunque vada porta con sé un pacchetto storico inevitabile, rappresentiamo denaro, possibilità di scegliere e avere cosa vogliamo dalla vita. Possiamo permetterci di sognare, rischiare, viaggiare, partire e lasciare, siamo così fortunati che spesso facciamo a meno di visti e possiamo, possiamo. Siamo figli del progresso, del consumo illimitato.

Il viaggio come incontro e scoperta, tempo unico e condiviso con i compagni di viaggio scelti, trovati per caso, un’opportunità nuova e atavica di connetterci con l’umanità, per rispecchiarci nelle nostre contraddizioni, crescere e leggerci dentro, continuare a porci domande dubbiosamente sane capaci di sfidare le nostre finte sicurezze, di ridimensionare priorità e problemi.

Casa, luogo sacro connesso a sicurezza, amore, tenerezza, crescita, famiglia. Casa come luogo, concetto astratto, sensazione, pensiero. Un’idea connessa ad emozioni forti, casa che cambia, si sposta, si trova e crea ovunque e da nessuna parte. Vivere in altri paesi è un privilegio, è una scelta, è crescita e scoperta continua. Richiede energia, passione, spensieratezza, un po’ di sana pazzia e tanta volontà. Le ragioni che spingono ad andare non sono sempre il frutto di una scelta serena. Per la maggior parte dei migranti, si parte perché c’è insicurezza, paura, perché non si riesce più a garantire ai propri figli un futuro e un presente dove l’infanzia e la vita umana sono rispettate.

Partire, migrare, richiede tanto coraggio, si ha la consapevolezza di cosa si lascia ma non di ciò che si trova. Mi sento un’emigrata privilegiata, vivo in un altro paese perché l’ho scelto, non ne sono costretta, non sono vicina quotidianamente alle persone che amo anche se posso farlo.

Emigrare è un diritto, ho ancora nelle orecchie l’articolo del Guardian di due settimane fa. Partire, sognare una vita migliore, cercare di costruirla, essere curiosi d’attraversare i propri fiumi e montagne senza sapere cosa c’è al di là è una forza che nel corso della storia ha permesso alla giostra umana di continuare a girare. E’ ingegno, energia e forza, è speranza e passione.

Anche se si è soli in un altro paese senza conoscerne la lingua, le tradizioni, gli usi, il profumo dei suoi fiori e sapori si può farcela, siamo piene di risorse che spesso non sappiamo neanche d’avere finché non veniamo sfidati perché non abbiamo scelta o l’abbiamo.

Tanti occhi, famiglie, giovani e anziani che ogni giorno sfidano confini, tempeste di vento, burocrazie ottuse, lingue e mari sconosciuti, uomini senza scrupoli piene di promesse che ricattano la dignità umana in cambio di denaro sporco. Ognuna di queste vite umane ha un valore unico, incommensurabile, ognuno di loro è un eroe e l’accoglienza di questi eroi è d’obbligo, è una responsabilità ed è un dovere. Come lo è quella di noi emigrati privilegiati di raccontare cosa vuol dire essere straniero in un’altra terra che non è la propria, abbiamo l’obbligo di raccontare contraddizioni, bellezze e problemi della nostra terra d’origine, con i nostri colori, vissuto, ed ottica. Non cerchiamo perfezione solo pezzetti e scatti di vita.

Penso a tutti quelli che stanno per intraprendere un viaggio, penso a Laura la mia cugina più piccola che ha diciassette anni, come altri suoi coetanei e coetanee ha deciso di partire per un anno all’estero nell’altra parte del mondo. Ricordo ancora quando solo partita, anch’io alla sua età. Quelle sensazioni d’attesa, lo stomaco attorcigliato, un’eccitazione mescolata a tanta paura per qualcosa che non si sa ancora ma che si ha l’istinto sarà un turning point della vita. Tanto orgoglio per mostrare a tutti che si è forti, che si hanno le capacità per affrontare tutto, che nulla ti può distruggere. Ripenso ai tanti genitori che ogni giorno sorridono ai loro bimbi che mostrano sicurezza e coraggio quando dentro vogliono morire perché sanno che non hanno il potere di proteggere i loro figli dal freddo, dalla fame, dalle bombe che cadono e non c’è luogo sicuro. Ma questi genitori decidono di correre il rischio. Anche i genitori di Laura, sua sorella, i suoi nonni e zii hanno fatto una scelta ed è tanto se non più difficile ed importante di quella di chi ha deciso di partire, lasciare andare senza sapere come e se si torna indietro è una sfida richiede passione, coraggio e fiducia.

Cara Laura, partire, affrontare una sfida come quella che hai deciso di fare tu è un privilegio, una responsabilità ma dovrebbe essere anche un diritto di ogni ragazzo della tua età di poterlo fare e non solo a diciassette anni.

Cara donna che ormai sei, vivi ogni attimo ed istante dell’esperienza che andrai a vivere. Immergiti dei campi di grano e in quell’accento tanto strano che ti farà arrabbiare e innamorare allo stesso tempo. Sfida ogni giorno le tue paure ed imperfezioni, affronta e abbraccia l’altro, scoprine il vissuto e costruisci tu chi vuoi essere e diventare. Quello che vivrai, la crescita umana che sperimenterai è un raggio di sole che permetterà di far crescere contemporaneamente e anche dopo la tua famiglia e comunità. Le emozioni che vivrai mordile, vivitele, affrontale per te e per questa città umana cui siamo inevitabilmente e consapevolmente connessi, saranno anche loro la tua forza ed energia, consapevole che sei attrice e co-responsabile di questa città umana in eterna evoluzione.

Buon Viaggio a te e a tutti gli eroi che s’apprestano a partire.

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