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di Matteo Minelli

 

Sappiamo che l’homo sapiens corre sempre più rapido verso il baratro dell’estinzione. La distruzione degli ecosistemi e la conseguente eliminazione delle specie che li animano è la causa principale di questo viaggio della morte. Dobbiamo cambiare e dobbiamo farlo in fretta. Ma quanto cambiare? E soprattutto cosa cambiare?

Potremmo mentirci come faranno i “leader” del pianeta con la risoluzione della Cop21; potremmo raccontarci che basta ridurre le emissioni di anidride carbonica, cambiare le lampadine di casa, piantare gli abeti sopravvissuti al Natale e magari lavarsi con meno frequenza. Se avessimo più tempo e un po’ più di coraggio potremmo perfino affrontare il tema dell’impatto ambientale dell’allevamento, della pesca, dell’estrazioni di gas, delle miniere, dei residui chimici in agricoltura.

Ma francamente non staremmo svelando nessuna scomoda verità. Proprio come Al Gore non faremmo altro che ripeterci una serie di dati periodicamente snocciolati da vari esperti. Alcune cifre le conosciamo a memoria, altre sono nascoste in penombra, ma è sufficiente digitare due parole su un motore di ricerca per trovare quasi tutte le informazioni del caso.

Quindi lasciamo perdere il tema delle buone pratiche individuali, che conservano un altissimo valore morale, e quello delle proposte raffazzonate elaborate dagli uomini-guida e dal loro seguito, che sono già fallite prima di essere poste in essere, ed iniziamo col dire cosa non ci salverà. Non ci salverà il capitalismo green, non ci salverà l’eco-socialismo, non ci salveranno i partiti verdi, non ci salveranno gli ambientalisti, non ci salverà il lavoro, non ci salverà la tecnica, non ci salverà la scienza e nemmeno la religione. Con buona pace di Vandana Shiva e di Serge Latouche, che peraltro dicono parecchie cose giuste, non ci salveranno nemmeno loro.

Se ci salveremo sarà per merito di una immensa rivoluzione culturale, il cui inizio coincide con la cancellazione di un feticcio intoccabile che affligge parte della nostra specie da almeno cinquemila anni: la Civiltà.

Non pensiate che io appartenga al partito dei primitivisti, a quella frangia di dolci visionari che vorrebbero riportarci all’età della pietra, alla fame, alla miseria, alla morte prematura (ammesso che tale epoca sia mai esistita). So che è difficile non prendermi per pazzo visto che nella nostra testa il termine Civiltà condensa in una sola parola tutto ciò che di bello, buono e comodo l’uomo sembra aver realizzato: dalla democrazia allo scalda sonno, dalle mutande elasticizzate agli ospedali, dai musei allo scarico del water.

Ebbene dobbiamo prendere atto che la Civiltà è molte cose, ma non è nulla di tutto questo.

La Civiltà è prima di tutto un’idea, molto vecchia e parecchio ancorata in profondità, poi è una missione,  infine è un moloch. Un gigante affamato che si è spostato per terra e per mare alla conquista del globo, divorando, schernendo e stigmatizzando tutto ciò che Civiltà non è. Al punto che se oggi spogliassimo un cinese e un americano, un argentino e un arabo di tutti i loro abiti culturali, dei pochi autentici usi e costumi rimasti, del Natale e dello Yom Kippur, del Ramadan e dei Gosekku, vedremmo lo stesso uomo sotto la pelle. Un uomo che avvolgendo il nastro della storia al contrario ritroviamo nell’antica Babilonia e a Gerusalemme, a Roma ed Atene, a Beijing, Nuova Delhi, Tenochtitlan e Alessandria d’Egitto.

È l’uomo della Civiltà.

Un uomo che prima di essere schiavo, fabbro, artigiano, poeta e scienziato è civilizzato, ovvero seguace della più vecchia ideologia del mondo. Un’ideologia tanto totalitaria che il termine incivile, invece di indicare semplicemente chi sta fuori dalla civiltà, ha assunto e conservato nei millenni una connotazione profondamente negativa, che di solito si accompagna nell’immaginario collettivo a scene di inaudita arretratezza e terribile ferocia.

Un’ideologia che si fonda su due inamovibili assiomi. Il primo è che noi uomini saremmo straordinari, unici, eccezionali, superiori per natura ad ogni altra forma di vita. Il secondo è che in virtù di questa nostra magnifica singolarità abbiamo uno scopo alto da realizzare in questo mondo e nell’altro.

La Civiltà ci ha cresciuto secondo un dogma preciso: siamo il gradino più alto nella scala della vita. Chi sta sotto nasce, vive e muore in base alle nostre esigenze. Da tempo immemore, questa storia, in svariate lingue, liturgie e narrazioni ci è stata ripetuta nelle roboanti prediche dei conduttori di greggi, nelle elucubrazioni dei filosofi, nelle dimostrazioni dei saggi. In nome di tale superiorità ci siamo relegati ad un isolato e avvilente vagare; un vuoto pellegrinaggio di anime sconfitte, nel corso del quale ci sentiamo in diritto di calpestare, annichilire, soggiogare ogni essere vivente che ci capita a tiro.

Dopo cinquemila anni di Civiltà il viaggio della nostra specie ricorda sempre più quel vagabondare nella valle di lacrime del Salve Regina. Il bisogno di fare, di realizzarci, di diventare qualcuno e di edificare qualcosa ha ucciso la nostra primigenia essenza. Consumati da false necessità, stressati fino al midollo, logorati nella mente e nel fisico, sempre di corsa fino all’ultima ripresa, quando barcollanti per i colpi che ci siamo inferti in uno strano tenzone contro il nostro stesso essere, crolliamo sotto la leggera pressione della vita. E se dentro ci uccidiamo fuori cancelliamo una biodiversità costruita in milioni di anni.

Il primo passo per salvarci quindi è accettare una condizione, che per qualcuno sarà amara, ma fin troppo reale: non siamo speciali, non siamo affatto distanti dai nostri parenti biologici, non siamo il frutto più alto, bello e maturo dell’albero dell’evoluzione. Siamo un’accidente della storia, un “evento evolutivo altamente improbabile”. Ricuciamo quel distopico squarcio che ci separa dal resto del mondo e ricominciamo a vivere naturalmente. Spendiamo quel breve tempo che il destino ci ha donato su questa splendida Terra ridendo, giocando, scherzando, ascoltando, parlando, correndo, amando. Godiamo della luce del Sole, del calore della terra, della dolcezza dell’acqua.

Distruggiamo la Civiltà e tutti i suoi falsi idoli. Noi siamo uomini, noi possiamo farlo. Altrimenti finiremo per diventare i figli di quei faraoni che si facevano seppellire nell’oro convinti che pietre preziose e manufatti li avrebbero seguiti nel regno dei morti. O più probabilmente continueremo ad essere i costruttori delle piramidi degli altri.

 

Leggi anche il mio precedente articolo “L’uomo è in via d’estinzione e finge di non saperlo” e quello successivo “Oltre la Civiltà, la riscossa della Tribù nel terzo millennio”

58 commenti su “Distruggere la Civiltà per salvare la specie

  1. Molto bella anche questa seconda parte del “discorso”.
    La condivido sulla mia pagina facebook come ho fatto per la prima.
    Dopo anni di ricerche, sono arrivato alla tua stessa conclusione.

  2. Pur condividendo larga parte del discorso devo contraddirti: noi siamo diversi dagli altri esseri viventi: siamo animali pazzi. Il nostro cervello è troppo grande per le esigenze di sopravvivenza, troppo complesso, troppo psichicamente fragile. Siamo autocoscienti, la consapevolezza della morte ci accompagna per l’intera esistenza ed è insostenibile. Per sfuggirle abbiamo inventato religioni e civiltà, abbiamo inventato l’idea che siamo “superiori” al resto degli esseri viventi, che vivremo per l’eternità.
    Ne parlo qui: https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/08/31/il-trionfo-della-morte-4/

    1. Innanzitutto grazie del commento, leggerò appena possibile il tuo articolo. Personalmente credo che il problema umano sia culturale e non biologico, bene lo dimostrano i popoli tribali che vivono in perfetta armonia con l’ambiente e con gli altri esseri viventi.
      Grazie ancora.

      1. La ‘perfetta armonia’ è purtroppo un portato ideologico. Ti consiglio la lettura di “Il Mondo fino a ieri” di Jared Diamond, che personalmente ho finito da poco. La vita tribale è tutt’altro che perfetta, si va dall’elevata mortalità infantile (con l’abbandono di uno dei due nati in caso di parto gemellare per le madri nomadi, che non sarebbero in grado di accudirli entrambi) passando per l’abbandono degli anziani non autosufficienti quando le tribù si spostano, per il cannibalismo rituale in situazioni di diete a basso apporto proteico, alle guerre (non rituali) con le tribù confinanti.
        Anche l’armonia con gli altri esseri viventi è discutibile. L’arrivo dell’uomo in quattro dei cinque continenti è stato sistematicamente caratterizzato da estinzioni della macrofauna. Gli unici che si sono salvati sono gli animali africani, che essendo l’Africa la culla dell’uomo hanno imparato a diffidare di noi in epoche remote. Abbiamo sterminato con armi di pietra mammuth, elefanti, rinoceronti e leoni in Europa, cavalli in Nordamerica, marsupiali giganti in Australia. Un quadro non propriamente idilliaco.

        1. Caro Marco ho letto il libro di Diamond che anche se non è totalmente negativo come tu sostieni a mio avviso rappresenta bene un esempio del grande pregiudizio che abbiamo verso popoli tribali. Ti consiglio di leggere questo articolo con relativa presa di posizione di survival international (associazione che difende i diritti dei popoli tribali) sulle pubblicazioni di diamond che non ha le conoscenze antropologiche per avventurarsi in certe precipitose affermazioni (http://www.survival.it/notizie/9300).
          Sul fatto che gli uomini hanno estinto animali su tutti i continenti credo sia un’affermazione che supporti la mia tesi.
          I popoli tribali non sono realtà statiche ferme ad un anno zero preistorico ma rappresentano comunità in evoluzione che hanno imparato anche dai propri errori. Se attraverso tabù alimentari, riti comunitari e precise calendarizzazioni regolano la loro vita è proprio perché probabilmente non vogliono ripetere gli sbagli dei propri antenati. Non hanno raggiunto l’armonia miracolosamente ma attraverso una serie di sbagli, errori e ripartenze.
          A proposito di tribù e conservazione dell’ambiente ti invito a leggere il dossier di Survival parks ned people che spiega come i popoli tribali sia i migliori difensori dell’ambiente ad oggi esistenti.

          1. Diamond non dà giudizi di merito, non usa il termini “buono” o “cattivo” come fanno fin dal titolo gli autori dell’articolo che mi hai linkato. Quella che vedo io è la contrapposizione tra un approccio pragmatico (darwiniano) ed uno filosofico/umanistico. Per Diamond gli umani reagiscono in base alle circostanze. In epoche di scarsità si comportano in un modo, in epoche di abbondanza in un altro. I concetti di bene/male o giusto/sbagliato non si applicano. Siamo la specie più “adattiva” del pianeta. Per questo, tornando alla discussione iniziale, ritengo che l’idea di “distruggere la civiltà” sia inapplicabile. La civiltà è la diretta conseguenza di singole pulsioni, desideri ed egoismi moltiplicati per miliardi di individui. Immaginare che un’intera collettività possa diventare, da un momento all’altro, consapevole ed autodeterminata ad invertire il processo significa davvero vivere nel mondo dei sogni. E da una prospettiva, diciamo, “evoluzionistica”, è senza speranza, perché il nucleo iniziale che dovesse partire a ‘smantellare la propria civiltà’ finirebbe con l’indebolirsi rispetto agli altri gruppi.

            A questo punto dovrei rimandarti direttamente all’Origine delle Specie di Darwin (https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/12/02/meu-amigo-charlie-darwin/) che ho trovato un trattato di una modernità assoluta, anche ad un secolo e mezzo di distanza, e forse ti aiuterebbe a comprendere meglio l’approccio di Diamond.

          2. Gli autori dell’articolo fanno parte di un’organizzazione che difende da vari decenni i diritti dei popoli indigeni e tribali, sotto costante minaccia di estinzione. Il loro giudizio sul libro di Diamond comunque sia è oggettivo. Jared Diamond è un biologo e un ornitologo, non ha le conoscenze antropologiche per affrontare determinati temi in modo scientifico e nel libro,che ribadisco di avere letto, cita scarsissime fonti antropologiche e fa riferimento a pochissimi esempi concreti, praticamente tutti collocati nella regione guineiana che dice di conoscere, anche se vi si è recato per studiare non le popolazioni umane locali quanto piuttosto la fauna. Nel suo libro, che esprime una posizione fortemente antropocentrica, Diamond veicola l’idea che i popoli tribali siano bloccati nel tempo alla preistoria. Il titolo stesso “il mondo fino a ieri” lascia pensare che tali società, magari destinate a scomparire e vivere solo nei ricordi, siano un residuo del tempo che fu. Il passaggio sulla violenza delle società tribali poi risulta a mio avviso, e ad avviso di importanti antropologi, privo di qualsiasi studio degno di tale nome che ne sostenga le tesi. Pertanto il libro di Diamond non ha alcun valore scientifico e rappresenta un po’ quello che i libri di Pansa rappresentano in ambito storico. Delle storie romanzate che poi si possono trovare più o meno interessanti ma comunque prive della ricerca e della documentazione utile a dimostrarne la veridicità.

          3. Diamond, da ornitologo, ha ragionato a lungo sull’evoluzione delle civiltà. Fa testo il suo volume probabilmente più ‘fondamentale’: Armi, acciaio e malattie. Un’analisi ‘di processo’ che, duole dirlo, i ‘rinomati antropologi’ non sono stati in grado di partorire.
            Qui il punto non è se le culture tradizionali siano fissate o evolvano. È evidente che evolvono. Ma l’evoluzione muove a partire dalla necessità di adattamento. Una popolazione perfettamente adattata al proprio habitat (di questo stiamo ragionando, credo) non ha necessità di modificarsi se non a causa di motori esterni (mutamenti climatici, come le glaciazioni, o una recrudescenza dei predatori, o l’esaurimento delle risorse). Diamond poi è il primo a dire, in apertura ed in chiusura del suo libro, che le popolazioni tradizionali non hanno alcuna caratteristica di atavismo: a due sole generazioni dai progenitori vissuti nelle capanne sono in grado di maneggiare smartphone e tablet come qualunque occidentale.

            Sulla seconda parte del discorso: che la civiltà attuale finirà col collassare è evidente da tutti gli indicatori consultabili (e qui torniamo ancora a Diamond: “Collasso”, ma se vuoi anche ad Ugo Bardi: “La terra svuotata”).
            Il punto è che ciò accadrà spontaneamente. Non c’è modo che avvenga in maniera pianificata a tavolino, né ragionata. Avverrà perché miliardi di persone si sono abituate all’idea che ‘avere tutto’ è un diritto inalienabile, e quando le risorse cominceranno a declinare combatteranno per saccheggiare le residuali ricchezze altrui.

          4. Ho letto tutti i principali testi di Diamond, compreso Collasso e Armi, acciaio e malattie e ribadisco quello che i ho detto nel precedente commento. Sono testi interessanti ma dal mio punto di vista non assurgono a libri sacri degli argomenti che trattano. Peraltro le tesi di Diamond su agricoltura, statalizzazione a altro sono espresse in testi precedenti e quindi molto più innovative, come ad esempio Cannibali e Re di Harris.
            Sul discorso che la Civiltà crollerà in maniera distruttiva e non saremo in grado di arginare il fenomeno, a causa dell’incapacità umana di modificare la propria cultura, posso dire che io non ho una visione così determinista della storia. Cioé se pensassi fino in fondo che nulla serve ad invertire questo andamento forse nemmeno scriverei. Starei su un isola deserta, o in cima al monte, a vivere da eremita. Sono sicuro che la prospettiva di cambiamento culturale è difficilissima ma preferisco fare la mia battaglia che arrendermi senza aver “provocato battaglia”.

          5. Comincio dalla fine. La mia posizione non è ‘determinista’, individuo tuttavia quelle che definirei (rubando il termine a John Nash) ‘dinamiche dominanti’, ovvero la tendenza a riprodurre schemi e situazioni non appena se ne verifichi la possibilità. Una tra queste è la tendenza delle società umane all’inurbazione ed alla stratificazione sociale non appena le condizioni di contorno consentono un ritorno alimentare sufficientemente elevato da alimentare intere collettività. È accaduto con l’invenzione dell’agricoltura in diverse parti del mondo, come pure con la colonizzazione di habitat vergini particolarmente ricchi (Rapa Nui).

            Sistematicamente la cultura che diventa stanziale ed agricola incrementa la propria popolazione, sviluppa una mitologia di grandezza (tipicamente una discendenza divina) e si mette a far guerra alle popolazioni circostanti avendone ragione. Nell’evoluzione della civiltà possono verificarsi situazioni diverse. In alcuni casi si raggiungono i limiti delle terre gestibili e l’evoluzione si blocca (impero cinese), in altri si superano i limiti della gestibilità e l’impero collassa (impero romano), gettando semi di civiltà in territori prima vergini ed inducendo la successiva ondata espansiva. In altri casi ancora si raggiungono i limiti produttivi del territorio e si collassa sparendo del tutto (Rapa Nui, vichinghi groenlandesi).

            La nostra civiltà è al momento un unicum, si possono tentare parallelismi ma nessuno può sapere con certezza cosa accadrà. Tuttavia è evidente che gli antichi romani non si rendessero conto, nella decadenza degli ultimi secoli, che la loro civiltà si stava sgretolando. E così noi.

            Cmq. ti ringrazio per la chiacchierata. Ho recuperato ‘Cannibali e Re’ e prima di continuare vorrei leggermelo. Buone cose.

          6. Ringrazio io te per il contributo interessantissimo che hai dato alla discussione. Ho letto con piacere ieri sera i pezzi che hai linkato dal tuo blog e ovviamente trovo interessante quello che dici. Su quest’ultimo commento mi trovo in sintonia con parecchie delle tue affermazioni, sarà un piacere continuare il confronto quando vorrai. A presto e grazie ancora per aver animato un bel dibattito.

          7. Sulla seconda parte del discorso. Distruggere la Civiltà è impossibile? Io credo che la Civiltà sia già ad un buono stadio di autodistruzione e temo che si porterà appresso l’intera specie. Detto ciò ovviamente si può dissentire su questo punto come su tutto ciò che scrivo, anzi il dibattito è il sale della vita.

  3. scusate, sembra un’intrusione però leggendo mi sento di dire quello che penso io: oltre al fatto che ‘la teoria di evoluzione’ di Darwin mi è stata sempre imposta dalla scuola e dalle consuetudini, continuo a non apprezzarla. Anche se tutti continuano a celebrarla e farne di riferimento.
    per curiosità lessi, in giovane età, il mutuo appoggio e altri testi dello stesso autore. un geologo, aristocratico, russo: Kropotkin, nato nell’ottocento. la cosa che di lui mi piacque è che nel suo approccio nei testi, semplici e ottimistici, appariva lo studioso, il ricercatore e questo gli conferì credito ai miei occhi giovani.
    mi piaceva quello che sosteneva perché somigliava al mio modo di vedere la vita. guarda caso mostrava i due aspetti del comportamento della natura. due comportamenti in antitesi. da una parte quella di Darwin con la massima riduttiva come pensiero perno del ‘più forte sul più debole’ e cioè su come l’individuo, con alcune caratteristiche, abbia più possibilità di sopravvivenza in un ambiente ostile. e dall’altra il mutuo appoggio e la collaborazione. due aspetti della stessa medaglia! purtroppo la II viene ignorata quando è più fondamentale dell’altra. senza bisogno di libri da supportare ma dalla pratica (vedi permacultura e non solo) ci accorgeremmo di quanto avesse ragione Kropotkin!
    le piante, gli alberi, gli animali, gli insetti, tutti collaborano per raggiungere l’equilibrio, per riprodursi e vivere in equilibrio. quello che per Darwin e la maggioranza è la dura selezione naturale in un mondo ostile; è il naturale equilibrio necessario per sopravvivere insieme!!
    tutti gli elementi della natura ‘servono’ per mantenere in equilibrio l’ambiente, l’essere umano cieco, non lo vede perché non lo avverte proprio. vede solo quello che legge nei libri, non quello che la natura gli mostra.
    poi c’è un altro aspetto che per me resta oscuro nella teoria di evoluzione di D. e cioè che sia stata un evoluzione lenta e continua. per quel poco che so io, da profana, non abbiamo ancora gli anelli giusti nei fossili ritrovati. dall’homo di neanderthal all’homo sapiens. insomma sta teoria è ancora da provare. senza considerare che le teorie possono essere strumentalizzate. non a causa dell’autore, ovviamente.

    1. Cara Patrizia trovo il tuo commento assolutamente pertinente e veramente interessante. Ho letto con piacere Kropotkin, il mutuo appoggio in particolare, e sono un suo “sostenitore” accanito, poiché considero il suo pensiero uno dei più attuali nel panorama dei pensatori libertari. Attualmente sto leggendo l’origine della specie di Darwin e posso dire che mi pare un testo molto travisato e strumentalizzato, come dicevi tu per utilizzarlo nell’ambito dell’agone politico. A breve approfondirò il tema in uno specifico articolo. Ci tengo comunque già a precisare che la mia posizione, per quanto sia quella di un profano della materia, si avvicina nettamente alla tua visione e a quella di Kropotkin.

      1. ciao matteo e grazie per condividere le sue idee. Kropotkin, infatti, non ha mai voluto sostituire una teoria con quella di Darwin ma ampliarla, completarla. proprio per evitare strumentalizzazioni. non dimentichiamo inoltre, che darwin si è basato molto anche su studi sociologici di malthus. tanto per completare il quadro su quanto il capitalismo abbia sfruttato alcuni fattori oggettivi della natura. per quanto oggettivamente un aumento della popolazione umana è un problema. ma il capitalismo ha portato a un incremento indiscriminato dei popoli per via del consumismo. visti, gli incrementi, come nuove aree di mercato. insomma, sono secondo me, temi molto attuali.

    2. Le idee di Darwin sono state in genere malcomprese, se non strumentalizzate ad arte. Consiglio a tutti di andarsele a leggere nell’originale: https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/12/02/meu-amigo-charlie-darwin/
      Di quello che Darwin ha scritto in quel libro la cultura contemporanea ha trattenuto forse un 2%, e quello che ha compreso lo ha compreso male. Io ho avuto la sensazione di trovarmi al cospetto di un gigante intellettuale. Per inciso: non ha mai affermato che la sopravvivenza è “del più forte”. La sopravvivenza è delle specie più adattabili, e all’interno delle specie, degli individui che rispondono meglio alle trasformazioni ambientali.

      1. non inendo sminuire il lavoro di Darwin. sottolineo la facile strumentalizzazione di un comportamento di un ambiente che non è ostile come lo descrive Darwin o come lo descrivono le interpretazioni di altri. pensiamo a una persona che vive in città!! tutta questa ostilità? in città l’ostilità sono le persone. in campagna, idem. viviamo in europa non nella giungla. ogni ambiente a un suo riferimento. non puoi renderlo assoluto. l’uomo ha modificato l’ambiente ostile, in peggio per molti versi e meglio per pochi altri. quindi non posso dimenticare dell’importanza della collaborazione e del mutualismo nell’evoluzione dell’ambiente e dei suoi abitanti. non solo perché sarebbe più logico ma perché la natura e il pianeta sopravvive grazie a questo scambio reciproco. dovrebbero insegnarlo ai bambini… ecco perché insisto.

          1. lo vado a leggere! volevo aggiungere ancora solo una cosa, sempre come riflessione, in fondo. l’essere umano fa parte del piante terra e dei principi della natura, quel mistero di singolarità di cui abbiamo riempito la scienza. come elemento dello stesso insieme, l’essere umano ha modificato e modifica l’ambiente che osserva. quello però che mi chiedo è quanto l’uomo sia finito col sentirsi estraneo ai processi della vita. a quei processi naturali che hanno permesso, anche a noi di evolverci. quei stessi processi che vengono studiati. e perché ci si è così tanto allontanati, dalla natura intendo. di esempi di forme di mutualismo siamo pieni anche tra umani, dal più piccolo al più grande. è così che fà anche la natura. non vederlo è vedere solo una parte della realtà, quindi della natura di cui, tutti, facciamo parte.

        1. Darwin non descrive un ambiente ostile, descrive dinamiche. In ogni specie, inevitabilmente, nascono più individui di quanti non riescano a raggiungere l’età adulta e riprodursi. La morte fa parte del processo vitale. Anche la cooperazione non è distinguibile dalla competizione. Gli organismi cooperano per competere ad un livello superiore, di gruppo. Un singolo scimpanzé è indifeso di fronte ad un leopardo, ma un branco di scimpanzé, armati di bastoni, è in grado di fronteggiarlo.

          Sulla fascinazione della morte di cui l’umanità soffre fin dal passato più remoto ho ragionato a lungo: https://mammiferobipede.wordpress.com/2013/08/24/il-trionfo-della-morte-1/

          1. sai, non parlo di vita o di morte. anche se, per certi versi di questo si parla. ma di processi di vita e di evoluzione. la differenza rispetto a quello che tu non vedi è quanto il mutualismo e la collaborazione, in natura, porti meglio ad un’evoluzione della specie. non vedi i due aspetti. ma predomina nel tuo pensiero quello di ‘tutti contro tutti’. ma non è la realtà è solo una parte e non è neanche la la più importante: serve solo a mantenere gli equilibri. è importante per la ‘sopravvivenza’ ma non è importante per ‘l’evoluzione’. sono due aspetti complementari ma completamente diversi. dimetrialmente opposti.

          2. Non è che “non li vedo”, è che per me non esistono.
            Ho come la sensazione che per te l’evoluzione sia una finalità, quasi una necessità. Non lo è. L’evoluzione è una conseguenza indotta da tutta una serie di fattori di contorno.
            Idem per il “mutualismo” che da quello che scrivi appare prodotto da un processo di scelta. Ma le piante non scelgono, gli insetti non scelgono. Quello che avviene è che una modalità relazionale assicura vantaggi ad entrambi i soggetti, di conseguenza non viene persa. Le piante da frutto utilizzano gli animali per disperdere i propri semi, questo produce un vantaggio per la pianta e per l’animale. Ma in partenza non c’è la scelta della pianta di rendere sazio l’animale. In partenza c’è una pianta che, a causa di una mutazione, ha i semi ricoperti da sostanze nutrienti, e quella pianta ha un successo maggiore delle sue simili che hanno i semi “nudi” e non vengono mangiati. Quindi quella pianta si diffonde, finché una nuova mutazione ne produce un’altra con frutti più grossi e succosi, e da lì in poi è la nuova versione che si diffonde, fino a soppiantare la precedente.
            Allo stesso modo non c’è un ‘meglio’ o un ‘peggio’ nei processi evolutivi, c’è solo una continua trasformazione accelerata da fattori esterni. Senza le glaciazioni a spostare animali e vegetali in direzione nord-sud, spingendo specie diverse a competere per gli stessi spazi, ora avremmo forme di vita molto più rudimentali delle attuali. Senza il famoso ‘meteorite’ la Terra sarebbe ancora popolata in prevalenza da rettili.

    3. cmq mi correggo era un geografo, zoologo. ma in realtà possiamo considerarlo come un filosofo. ricordavo male.

      1. bè, non tieni conto, quindi, di cosa abbia fatto diventare il pianeta terra come è. e non vedi neanche la selezione naturale? per me l’evoluzione è una naturale conseguenza della vita. e che la natura, anche se molti non lo vedono, ricerca equilibrio e armonia. i pesciolini che vanno a ripulire le fauci dei pesci più grossi e predatori è un esempio di come la sopravvivenza e quindi la vita ha un equilibrio delicato, precario e ordinato. noi facciamo parte di tutto questo. le piante e gli animali seguono il compmortamento della natura, non è vero che non scelgono, fanno quello che devono fare, senza farsi troppe elucubrazioni, come noi. ecco perché scelgono il mutualismo alla guerra tutti contro tutti. lo fanno perché lo scelgono. sì, abbiamo decisamente opinioni diverse.

        1. Patrizia, il problema non è che non hai capito Darwin. Il problema è che non hai capito come funziona il pensiero scientifico. Che sarebbe cosa troppo lunga da spiegare.

          1. scusami, senza offesa, ma potrei dire lo stesso di te… mentre comprendo meglio di te dove la scienza ci sta portando

          2. No, non puoi.
            Vedi, Patrizia, il pensiero scientifico consiste nell’osservare ciò che esiste, e nel rifiutare ciò che non esiste. La tua concezione magico-religiosa di una natura che “ricerca equilibrio ed armonia” è l’esatta proiezione mentale di un’ideologia che parte da quello che vuole osservare ed osserva quello che vuole vedere. Il tuo è un pensiero di tipo animista, non ha nulla di scientifico.
            E non c’è niente di male, sia ben chiaro. Solo non è un terreno che ci consenta un confronto.

          3. scusami, ma di religioso non c’è proprio niente. sono atea, non credo in dio, insomma. la scienza va avanti per tentativi e fortuna (una mia opinione). io sto solo dicendo che l’essere umano fa parte della natura. quella che ti permette di vivere grazie al sole, la terra, l’aria, l’acqua, le piante e gli animali. a me sembra che io stia dicendo un’ovvietà. la scienza non può escludere il mutualismo e la collaborazione quando vuole studiare l’evoluzione della specie, perché esistono in natura. gli animali, le piante e gli esseri umani ed esistono i loro comportamenti. c’è questo articolo guarda caso sempre in questo sito che dimostra come gli animali facciano delle scelte e spesso molto più dignitose delle nostre. poi se si nega l’evidenza… https://www.emergenzeweb.it/2016/04/piccolo-topo-ci-insegna-a-cambiare-il-futuro/

          4. Ho menzionato l’animismo perché è una concezione filosofica che non richiede divinità: https://it.wikipedia.org/wiki/Animismo
            Per gli animisti il Mondo è la raffigurazione di determinazioni e volontà astratte (bene/male, solidarietà/competizione) e risponde quindi ad un ‘disegno superiore’. Un esempio si trova proprio nell’articolo che hai linkato:

            “Eppure X ha dentro una forza che gli dice di non premere quella leva, di non infliggere quel dolore, costi quel che costi, perché è sbagliato, perché è immorale, perché prova empatia per quell’essere come lui, e diverso da lui, che combatte e soffre per vivere.”

            Ecco, questa è una rappresentazione totalmente animista del comportamento del topo, perché chiama in ballo una “forza” non meglio identificata, spirituale, che detterebbe la sua reazione. Se dovessi descriverlo io direi che il topo, in quanto creatura sociale, possiede un istinto per la salvaguardia del gruppo che è più forte (momentaneamente) di quello per la protezione del singolo individuo. Gli istinti sono, semplificando molto, dei circuiti neurali non plastici, ovvero che appartengono agli individui indipendentemente dall’apprendimento. L’equivalente della programmazione di base di un computer. Gli animali più semplici (insetti) devono far fronte a scelte, e tutto quello che gli serve è codificato negli istinti, con solo minime possibilità di imparare dall’esperienza (anche a causa di cervelli di dimensioni ridottissime). Gli animali superiori hanno, oltre agli istinti, anche la possibilità di apprendere, in misura maggiore o minore.
            Non solo: anche gli istinti si modificano, seppur lentamente, da una generazione all’altra, per meglio adattarsi alle pressioni esterne. Il topo dell’esperimento conserva come dominante l’istinto di preservare il gruppo (il gruppo è più efficiente del singolo individuo, motivo per cui diverse specie trovano vantaggioso disporre di reazioni ‘sociali’: il gruppo è in grado di fronteggiare meglio i predatori e di trovare più facilmente cibo), gli umani l’hanno perso o ridimensionato nel corso dell’evoluzione della nostra specie (se hai voglia di annoiarti ne ragiono in un post intitolato “domesticazione umana”: http://www.crisiswhatcrisis.it/2016/04/27/domesticazione-umana/)

            Chiudo con una ultima considerazione: il pensiero scientifico ha il vantaggio di riuscire a descrivere l’esistente sulla semplice base di quanto è direttamente osservabile, non chiama in causa ‘forze’, entità o divinità dalle caratteristiche arbitrarie proprie del pensiero religioso (in senso lato). E tuttavia, se il pensiero religioso nelle sue molteplici forme esiste, è perché consente dei vantaggi ai gruppi di umani che lo adottano, quindi non è possibile liberarsene da un giorno all’altro con uno schiocco di dita. Gli umani hanno bisogno di sentire che la loro vita ha un senso semplicemente perché l’ipotesi contraria li fa soffrire troppo, o non li aiuta a superare momenti di difficoltà (altro meccanismo di selezione). C’è un ottimo articolo in inglese che discute esattamente questo tema: http://www.nytimes.com/2007/03/04/magazine/04evolution.t.html

          5. l’elemento che aggiungo, e non sono l’unica a sostenerlo ma altri studiosi, non una profana come me, è che l’evoluzione non sia determinata dalla selezione bensì dal mutualismo. questo lo discutevano gli scienziati di fine 800 inizio 900. non io. io penso solo che avessero ragione loro.

          6. scusami ma continui a non capire il mio di concetto. ti ho mostrato l’articolo per farti notare che gli animali agiscono in base a una loro logica, l’istinto? perfetto!!! per me va benissimo. il loro istinto li fa comportare in un modo oppure in un altro. il fatto che il topo sia un animale socievole non vuol dire niente, anche l’essere umano lo è. cmq non devo convincerti e non devi convincermi. però travisi per volontà o meno le mie affermazioni. e sostituire la scienza a dio non ti aiuterà a comprendere la vita né il mondo. non farai più parte della natura quando non avrai più bisogno dei suoi elementi per vivere. a volte penso che l’essere umano si senta davvero superiore… poi rispetto a cosa?!?!

          7. infatti ad esempio dall’esperimento nell’articolo quello che noto è che l’essere umano per partorire un esperimento del genere deve essere sadico e sociopatico. mentre il topo fa un figurone mostrando più umanità. tra i due l’evoluto sembra il topo! i sentimenti come l’empatia fanno parte del mondo, fa parte della natura e vengono studiati, pensa un po’!!

          8. e infine, dovresti leggere il mutuo appoggio di Kropotkin. scopriresti che le religioni e la scienza sono molto simili: sono uno strumento del potere. forse capiresti meglio il mio punto di vista.

          9. ho letto gli articoli che mi hai suggerito e non posso che confermare quello che ho scritto. non tieni conto del capitalismo. come se non fosse lui a determinare. perché più forte, più opportunista, più prepotente e più stupido… infatti ci stanno/stiamo suicidando, dove sta questa evoluzione? aver cancellato millenni di medicina orientale, degli indiani d’america, europea, etc per sostituirla con la medicina sintetica di ‘nuova generazione’ ci sta indebolendo non ci sta rinforzando nella evoluzione della specie. l’addomesticamento è indotto non è spontaneo, solo che tu non lo vedi, forse perché non è facile comprendere oltre l’apparenza. i tuoi articoli confermano quello che penso e non capisco neanche più bene cosa contesti in quello che dico. una pianta che scaglia sui muri per uscire, per avere il suo pezzo di libertà. perché religione? secondo te perché la pianta lo fa? così perché è schizzofrenica? io penso che gli unici mostri sadici e sociopatici, come dicevo, siamo noi. loro stanno in armonia, noi un po’ meno… e nella nostra pochezza distruggiamo tutto.

          10. dirai che la pianta in questione vive all’aperto e cerca il suo ambiente per vivere. infatti, ma per quale assurdo motivo la mettiamo in casa quando vive all’aperto? per vedere come si comporta? bè, muore. anche noi se non rispettiamo il nostro ambiente, muoriamo

  4. Scusa Patrizia, sono arrivato a leggere fino al punto in cui definisci il topo “un animale socievole”, e lì mi sono bloccato. Io ti parlo di ‘comportamenti sociali’ e tu capisci ‘animale socievole’. È difficile portare avanti una discussione quando manca un terreno comune, viene a mancare la comprensione reciproca.

    La nozione di ‘comportamento sociale’ nelle neuroscienze individua tutta una serie di nozioni correlate. Intanto perché la socialità: le specie animali sviluppano comportamenti sociali sotto la pressione dei predatori. In diversi casi (ma non sempre) i predatori stessi sviluppano comportamenti sociali (i lupi sì, le volpi no… i leoni sì, i ghepardi no…). I comportamenti sociali richiedono lo sviluppo di aree del cervello dedicate allo scambio di informazioni, più una serie di reazioni istintive che possono essere attivate o bypassate, a seconda della complessità del cervello in questione. Evidentemente l’inferiore complessità del cervello del topo non gli consente di bypassare l’istinto di protezione dei propri simili, cosa che agli umani riesce. Ma questo non rende ipso facto il topo ‘eticamente superiore’ all’umano. Il topo ha una gamma di reazioni più ridotta perché ha un cervello più piccolo, meno differenziato e meno complesso. Non è sempre detto che un cervello più grande ed una maggior capacità elaborativa siano un vantaggio nella lotta per la sopravvivenza. A volte serve solo a rallentare le reazioni ai pericoli e a prendere decisioni sbagliate (la nostra cultura ne è un lampante esempio).

    Allo stesso modo la pianta tende verso la luce perché della luce si nutre, ma non lo fa consapevolmente. Le stesse cellule che convertono la luce in energia per mezzo della fotosintesi clorofilliana modificano l’orientamento della pianta per ottimizzare la raccolta di luce. È un meccanismo automatico che non abbisogna di consapevolezza.

    Per questo, fin dall’inizio, ho etichettato la tua visione del mondo come ‘animista’. Tendi a proiettare su animali e piante la visione che hai di te stessa: un essere senziente dominato da volontà e desideri. Animali e piante sono molto più rudimentali: di volontà e desideri non hanno alcuna necessità.

    Altro punto: la medicina non ci aiuta ad evolvere, ci aiuta a soffrire meno. Per tornare ad ‘evolvere’ dovremmo essere sottoposti ad una qualche forma di pressione selettiva: predatori particolarmente letali, condizioni ambientali estreme, scarsità di nutrienti. Stiamo facendo l’esatto opposto, e la qualità del nostro genoma non si avvantaggia da ciò.

    Da ultimo la natura non ha nessuna ‘armonia’, questa è una pura invenzione del romanticismo. La natura ha solo due imperativi: la fame e l’istinto riproduttivo. Senza la prima l’individuo muore, senza la seconda cessa di riprodursi e ‘fa spazio’ a quelli che conservano tale istinto. Non c’è altro, ad eccezione di una specie di scimmie pazze che ha sviluppato cervelli enormi e provato ad organizzare l’Universo all’interno di un sistema di idee totalmente arbitrarie.

  5. abbiamo opinioni diverse e non dobbiamo convincerci l’un l’altra. per parlare del comportamento dell’uomo non c’è bisogno di parlare di neuroscenze che hanno l’obiettivo di studiare il sistema nervoso. forse potremmo parlare in termini sociologici sul comportamento dell’essere umano. ma non è che mi interessi poi tanto… no, quello che mi contensti non lo condivido. e nel dover spiegare cosa secondo me sbagli nelle tue analisi e riflessioni dovrei parlare per ore e non mi sembra questo il luogo. così la riuassumo in poche parole: la tua visione è antropocentrica la mia no. buon proseguimento

  6. Bellissimo articolo Matteo mi trovo molto vicino alla tua visione..posso chiederti una curiosità? che tipo di studi hai svolto? io sono uno studente di biologia e sono stato sempre affascinato dal mondo tribale ma non saprei come avvicinarmi a questo ambito

    1. Grazie mille Fabio per il tuo commento.
      Io ho svolto prevalentemente studi storici. Nel mio percorso universitario ho avuto anche la fortuna di incontrare qualche bell’esame di antropologia che mi ha fatto appassionare a questa materia. Materia che poi ho approfondito in maniera del tutto autonoma.
      Per quanto riguarda la questione tribale, se ti vuoi avvicinare concretamente, al di là dei manuali di studio, ti consiglio di seguire l’attività di Survival International, associazione che difende i diritti dei popoli indigeni e tribali. Per i testi invece magari puoi partire da un manuale di base di antropologia culturale e poi approfondire con libri più specifici sugli argomenti che ti interessano maggiormente.
      Grazie ancora.

      1. Scusa Matteo mi piacerebbe rivolgerti un’altra domanda…dato che dubito ti lasceranno pubblicare un articolo in cui proponi il tuo pensiero riguardo a una soluzione a livello pratico appunto riguardo la distruzione della civiltà. Quindi ti chiedo se tu hai in mente qualche soluzione pratica al problema…ti ringrazio anticipatamente

        1. Guarda Fabio mi lasciano pubblicare tutto perché questo gruppo “Emergenze” di cui faccio parte non impone alcuna visione del mondo e lascia totale libertà di espressione. Non ho scritto come “distruggere la Civiltà” perché sinceramente non lo so. Sono convinto che si tratti di una grande battaglia culturale che in primis lavori sul piano del linguaggio. Civiltà è un termine che viene utilizzato sempre in accezione positiva, come sinonimo di progresso, evoluzione, umanità. In contrapposizione a tribale che afferisce all’ambito del primitivo, dell’involuzione, della barbarie.
          La Civiltà in realtà è un’ideologia, che come tale influenza sviluppo scientifico e tecnologico ma che non c’entra nulla con i livelli di sviluppo scientifico e tecnologico, tant’è che correttamente parliamo di Civiltà “precolombiane” o “minoica”. Quello che differenzia le culture civilizzate da quelle tribali non è quindi il livello di sviluppo tecnologico e tecnico. ( E da questo punto di vista non bisogna fare come chi pensa che se un gruppo tribale vuole, sottolineo dieci volte, di sua spontanea volontà, acquisire un determinato oggetto al di fuori della sua “tradizione”, si stia contaminando). La differenza tra mondo tribale e civilizzato quindi non è quantitativa ma qualitativa. Antropocentrismo, statalizzazione, gerarchie e classi sociali, queste sono le caratteristiche della Civiltà, in ogni spazio e in ogni tempo, da cui poi discendono tutta una serie di modelli culturali, sociali, politici. Quindi ribadisco la battaglia è culturale.
          Grazie per l’interessante dibattito.

    2. Se accetti anche le mie segnalazioni, io che non ho laurea, ma che comunque ho letto tanto :
      “Papalagi” gratis
      “Ishmael”
      “Una storia degli Indiani del Nordamerica”.
      Ciao Tiziano

      1. Ti ringrazio molto Tiziano e figurati non credo sia una laurea a qualificare una persona…anzi se vuoi dire la tua riguardo la domanda che ho posto a Matteo sarei felice di ascoltarti

        1. Giustamente Matteo ti ha segnalato “Survival”. Sito http://www.survivalinternational.org/ o anche http://www.survival.it Di Survival, c’è il bel libro “SIAMO TUTTI UNO”. Poi, c’è anche http://www.gfbv.it/, e https://www.facebook.com/Cr%C3%B3nicas-de-la-Tierra-sin-Mal-179465888803347/?fref=ts, poi se ti interessa la critica alla civiltà, c’è il bravissimo Derrick Jensen, i libri di Michele Vignodelli e Enrico Manicardi.
          Bellissimo anche https://www.facebook.com/Nube-che-corre-saggezza-indiana-143421255774791/?fref=ts.
          Bei libri : “Dieci Grandi Capi”, e a me piace tanto “Nobile Uomo Rosso”.

  7. Giustamente Matteo ti ha segnalato “Survival”. Sito http://www.survivalinternational.org/ o anche http://www.survival.it Di Survival, c’è il bel libro “SIAMO TUTTI UNO”. Poi, c’è anche http://www.gfbv.it/, e https://www.facebook.com/Cr%C3%B3nicas-de-la-Tierra-sin-Mal-179465888803347/?fref=ts, poi se ti interessa la critica alla civiltà, c’è il bravissimo Derrick Jensen, i libri di Michele Vignodelli e Enrico Manicardi.
    Bellissimo anche https://www.facebook.com/Nube-che-corre-saggezza-indiana-143421255774791/?fref=ts.
    Bei libri : “Dieci Grandi Capi”, e a me piace tanto “Nobile Uomo Rosso”.

  8. Vorrei se possibile, segnalarvi un nuovo libro “Il cancro del pianeta ” di Bruno Sebastiani, nel quale l’autore compie uno studio per dimostrare che l’abnorme sviluppo del cervello umano sia la causa della distruzione del pianeta ora in atto.

  9. Distruzione della civiltà :
    se lasciamo andare le cose come stanno andando, secondo me la civiltà si distruggerà con le sue stesse mani, entro il 2030.
    Il problema è che causerà la morte di tutti gli esseri umani e anche di quasi tutta la vita sulla Terra (sopravviveranno solo alcuni microrganismi).
    E’ la “Sesta Estinzione di Massa”, questa sesta è causata da noi esseri umani : non è qualcosa che avverrà, purtroppo sta già avvenendo, è compiuta oltre il 50%, e potrebbe arrivare al 99%-100% nel 2030.
    Per questo, io credo sia giusto abbandonare la civiltà adesso, e ritornare il più velocemente possibile ad una vita di caccia e raccolta, non dall’oggi al domani, ma a tappe intermedie.
    Deve essere presa la decisione a livello globale.
    .- si deve creare un codice etico per tutti, ad esempio “Noi siamo il Popolo degli Uomini, e siamo imparentati con tutti gli altri Popoli Animali e Vegetali, che hanno la stessa nostra importanza. Lasceremo pulite acqua ed aria, (non useremo il fuoco (?)). Vivremo in gruppi composti da un massimo di 100 esseri umani (tribù), totalmente autosufficienti sul territorio.”
    .- si considerano i soldi carta straccia.
    .- si chiudono banche e borse.
    .- si aboliscono gli stati.
    .- si aboliscono i commerci.
    .- si coopera e si condivide.
    .- si decresce di numero tramite stretto controllo delle nascite, senza violenza, dai 7.450.000.000 attuali, a 50.000.000 (150 volte meno di adesso).
    .- si chiudono tutte le centrali nucleari.
    .- si abbattono tutte le dighe sui fiumi.
    .- si smette di estrarre petrolio, gas e carbone.
    .- si va a scuola di sussistenza, ed i nostri insegnati saranno gli ultimi uomini e donne della natura, non-civilizzati, indigeni.
    Questa è la mia visione.

    1. Già sarebbe un buon progetto però appunto come dici tu dovrebbe essere condiviso a livello globale e questa è la difficoltà più grande che non so se si riuscirà mai a superare con tutta la disinformazione che ci sparano addosso

  10. Un appello sincero ed appassionato, lasciando da parte quella frecciatina sui primitivisti, che visto quello che scrivi evidentemente non hai letto con sufficiente attenzione.

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