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Non è vero che “gli eroi son tutti giovani e belli”. E mi dispiace dissentire proprio da te Guccini. Ma se è vero che un eroe è un sovvertitore del credo stantio, qualcuno che ti salva da fatti e convinzioni che credevi ti avrebbero inevitabilmente schiacciato, che ti libera dai soprusi di chi ti fa pesare la tua diversità, allora io ho conosciuto anche eroi che non erano né giovani né, apparentemente, belli.

Il primo fu Tersite. E la sottolineatura rossa del controllo ortografico automatico dà conferma al fatto che la storia non l’ha premiato.
Tersite è l’unico codardo dell’Iliade, una figura con cui, per la verità, alcuni studiosi hanno definito il concetto di anti-eroe. Vecchio, brutto, con un naso grosso e sformato, gobbo, storpio, incapace di darle ma propenso a riceverle. Questo era Tersite, l’unico degli Achei pronto a gettare le armi e tornare a casa.
Ma propongo una rivisitazione della storia o dell’epica, a seconda di quanto credete alle favole. Perché se è vero che un eroe è chi cambia le cose, l’eroismo dipende dal contesto. Per questo credo che Tersite sia stato il più coraggioso degli eroi, l’unico, in un mare di Achille ed Ulisse, a non conformarsi al machismo omerico, probabilmente la figura più rivoluzionaria ed attuale dell’epica antica.

L’ultimo che ho conosciuto è stato Walter.
Walter è uno di quegli uomini che, passeggiando per la strada, diventerebbe il facile bersaglio degli indici puntati da madri che ti dicono che “è così che finirai se non ti laurei in giurisprudenza”. Non è molto alto, è un po’ in carne, si veste solo per coprirsi e fuma molto.
Gestisce una sala biliardo. E se è vero che il paradiso è un luogo dove gli ultimi diventano i primi, la sala biliardo di Walter è ciò che più gli assomiglia, dal momento che balordi, perdigiorno ed ammalati di normalità, lì dentro assumono una considerazione del tutto nuova.

Walter non è mai stato un ribelle.
Un giorno disse a suo padre che avrebbe voluto fare l’istituto d’arte. Dal momento che anche oggi un figlio che confessi di voler fare l’artista è, per un genitore, uno choc secondo solo al coming out, figuriamoci nei primi anni ’60.
Finisce all’istituto magistrale per prendere il diploma e diventare maestro. Ma quando si è giovani è lecito per tutti trasgredire nel modo più tradizionale, così quel ragazzo che sembrava così ben indirizzato all’insegnamento, deraglia dal binario stabilito e continua a disegnare, senza però diventare mai un artista.
“Un’opera d’arte è fatta per metà di materiale artistico e per metà di parole”, lo diceva Paul Rosenberg, il mercante che fece di Picasso il primo artista-divo dell’era moderna.
“Senza i Papi e i Principi non ci sarebbe stato il Rinascimento”, questo me l’ha detto Walter.
Ciò significa che l’arte non basta a se stessa per meritarsi di essere arte, ma deve fare i conti con le voglie del mercato, come in fondo noi tutti.
Walter non è un uomo molto loquace e finisce per sottrarsi ad un mondo fatto di parole scambiate alle mostre più che di dipinti. Preferisce continuare ad essere artista per se stesso, in questo screenshot degli anni settanta che è a metà tra una sala biliardo e un atelier. Preferisce essere rimandato a disegno, pur essendo il migliore della classe, perché “a quei tempi la testa pensava a tutto meno che alla scuola”. Preferisce non essere un laureato, perché “il professore di latino – unico esame a mancargli sul libretto – era uno stronzo”.

Preferisce gettare la spugna.
E quella sua fuga da un mondo che pur appartenendogli lo ripudiava è come la resa di un Acheo vecchio e brutto che, in un esercito di fashion blogger ante litteram, getta le armi per paura di perdere.
Ma in una realtà in cui un uomo (come un artista) deve prima di tutto saper vendere la sua immagine per potersi definire tale, eclissarsi è il vero coraggio, l’unico modo di dire “no”. Rinunciare all’ipertrofia dell’io ed accettare di fare da bersaglio a tutte quelle dita puntate contro, pronte a sparare, senza proteggersi dietro un giubbotto anti-proiettile di parole, una cravatta, o una laurea in giurisprudenza.

Per questo Walter, che come Tersite non è né giovane né bello, è comunque un eroe.
E per questo molti balordi, perdigiorno, ammalati di normalità come me, vanno a trovarlo, pur non sapendo giocare a biliardo.

2 commenti su “L’eroismo di Walter, tra tele e stecche da biliardo

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