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di Francesco Merlino

#MidnightInVenice

Era il 1964.

Alla Fondazione Giorgio Cini, sull’isola di San Giorgio Maggiore, davanti a Piazza San Marco, si celebrava l’anniversario dantesco. Molti intellettuali e letterati furono chiamati ad intervenire. Sul palco salì Eugenio Montale che, mettendo per un attimo da parte l’ermetismo, parlò più di mezz’ora, non tralasciando nulla di quanto il caso richiedeva.
Poi salì Ezra Pound.
Emise trenta secondi di versi incomprensibili e se ne andò.
Era la traduzione cinese dei primi tre versi della Divina Commedia.
Nessuno si stupì più di tanto, perché Ezra Pound era pazzo.

C’è un posto dove, quando cala la notte, Venezia diventa Copenaghen, con il vento gelido e continuo che spazza via in un baleno il calore residuo del giorno e tiene in perenne orizzontale i lembi delle sciarpe e dove anche la ruggine sulla fiancata delle navi mercantili assume una tonalità piacevole, quasi necessaria.
Qui, lungo la Fondamenta delle Zattere, dove il mare è imprigionato tra Venezia e la Giudecca, veniva a passeggiare Ezra Pound. Lasciava l’appartamento in Calle Querini circa alle diciotto e si incamminava. Allora i ragazzi veneziani appassionati di letteratura saltavano il giro in cicchetteria per vederlo passare. Massimo Cacciari, che era uno di loro, disse un giorno che vederlo era come trovarsi dinnanzi a un profeta.

Ma quell’uomo lì che passeggiava sul lungo mare era il secondo Ezra Pound che vide Venezia. Il primo non era un profeta ma un ragazzo americano appassionato di Dante e studente di filologia approdato in Europa alla ricerca di un passato che spesso manca dall’altra parte dell’Atlantico.
C’è una netta frattura nella vita di quel ragazzo, che col tempo diventò uomo, nonché poeta, anche se forse poeta lo si è da sempre se si è destinati ad esserlo. Quella frattura è il 1945.

Pound, come molti intellettuali durante il ventennio fascista, aveva aderito al regime di Mussolini e c’è da dire che non lo fece per paura ma per convinzione, poiché vedeva nel duce il garante di ideali che lui stesso serbava nella mente da tempo, su tutti la lotta all’usura e alle banche.

Ma, a differenza degli altri, Ezra Pound aveva una colpa in più: era americano.

Così, finita la guerra, fu semplice per gli alleati imprigionarlo ed accusarlo di tradimento, una colpa che avrebbe significato morte, se non fosse stato per il fatto che uccidere un poeta avrebbe reso immortali le sue idee. Ammutolire il poeta non avrebbe ammutolito le sue poesie, troppo forti per essere messe a tacere con la morte. Si pensò quindi di rinchiuderle in una cartella clinica che ne attestava la pazzia.

Quando Ezra Pound entrò nell’ospedale psichiatrico di St Elizabeths, Washington, nel 1945, era più che lecito nutrire qualche dubbio sulla sua presunta follia. Quella “incapacità di intendere e di volere” sembrava piuttosto la condanna a morte delle sue idee. Ma quando ne uscì, nel 1958, tredici anni dopo, sulla sua pazzia non v’era più ombra di dubbio.

Ciò che denuncia subito la pazzia di un uomo sono i suoi occhi, perché gli occhi dei pazzi non hanno inibizioni, dicono solo la verità. E così erano gli occhi del secondo Ezra Pound, quello che uscì di prigione senza tornare mai libero e che per anelito di libertà tornò subito a Venezia, l’unico posto al mondo in cui un apolide come lui si sente a casa. E dire che Pound non si sentiva affatto un traditore della sua patria; piuttosto un patriota, attaccato a principi di democrazia che gli Stati Uniti reclamavano tra le proprie origini, ma che sembravano aver dimenticato.

Sì perché quel pazzo fascista era un sognatore.
Pasolini disse di lui che “voleva fortemente restare nel mondo contadino”, indissolubilmente legato all’America dei pionieri e dei cow boy; credeva in Utopia, che lui stesso definì “la città nella mente indistruttibile”, a testimonianza del fatto che nessuno avrebbe mai potuto uccidere le sue idee e che esse sarebbero rimaste per sempre dentro di lui e sul suo volto, nascoste dietro ogni ruga come un sogno inespresso da parole che facevano fatica a venir fuori, in un italiano così perfettamente imperfetto da far pensare fosse quella la lingua madre di un poeta.

Era un uomo solo, abbandonato perfino dalla comunità degli intellettuali, che rifiutarono la sua candidatura al Nobel, proposta nel 1959 dal poeta svedese Johannes Edfelt, perché le sue idee non erano conformi allo spirito del premio.

È strano pensare come delle idee di libertà possano costare un’eterna prigionia.

Il profeta delle Zattere fu costretto a tenere rinchiusi i suoi sogni nella mente, lì dove nessuno poteva toccarli, ma scorgerli sì, attraverso i suoi occhi che non nascondevano nulla.
Ed i sogni sono da sempre il più evidente sintomo di follia.

Come previsto, nemmeno la morte riuscì a chiudere gli occhi di Ezra Pound. Continuano a fissare chi li incrocia, dai caratteri cubitali di una lastra di marmo nel cimitero monumentale dell’isola di San Michele, nella laguna di quella Venezia che ne aveva accolto i sogni prima e la follia dopo.

Non cercano alibi, dicono solo la verità.

La tomba di Ezra Pound

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