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di Antonio Brizioli

 

Viviamo nell’epoca delle immagini, su questo almeno saremo tutti d’accordo. Cerchiamo risposte attraverso schermi, applicazioni, contatti virtuali e emozioni vendute con le stesse modalità del lucido per scarpe. Se da un lato a rimetterci è la realtà, sorte ancor peggiore tocca alla sfera del misterioso, del magico, del trascendente, di tutto ciò che va oltre la dimensione fisica delle cose e che da sempre fa parte delle necessità esistenziali dell’uomo.

Pensavo questo mentre preferivo alla visione di uno dei tanti film in lista d’attesa sulla mia scrivania, una gita in quella valle che attraversa l’Umbria sud-orientale fino al punto in cui il fiume Nera sfocia nel più importante, lungo e famoso Tevere: la Valnerina appunto. Se penso che tanti fan del brivido, me compreso, hanno speso intere serate a fantasticare sulla vita dopo la morte, sui fantasmi, i vampiri, Dracula e i demoni (per citare alcuni elementi in ordine sparso); a tutti costoro mi viene da dire “Andate in Valnerina”, una Transilvania di misteri a portata di mano. E andateci come ho fatto io in una grigia giornata di pioggia che possa contribuire a far vacillare le vostre certezze e potenziare le vostre capacità sensoriali.

Su questi presupposti un giorno abbiamo preso la macchina e siamo andati a Ferentillo: capitale morale di questa Valnerina del terrore. 1 ora e 18 di percorrenza da Perugia, come a dire che per rischiare la vita si è disposti anche a farci il viaggio. Ci siamo andati, io e il mio amico, perché ci avevano detto che lì, qualcuno, aveva trovato il modo di sconfiggere la morte.

Parcheggiamo a Precetto, il borgo magico che sta dall’altro lato della strada rispetto al centro del paese. Poggiamo il primo piede sul terreno accidentato, sovrastati da una parete rocciosa che sovente viene sfidata dagli scalatori e cullati dallo scorrere inquietante di un ruscelletto. L’umidità ricopre la macchine e le case, il rigido clima sembra essere ben più di una condizione meteorologica.

Facciamo anzitutto un giro in paese, la cui architettura non ricorda nemmeno da lontano il nostro modo di intendere il borgo umbro. Le vie sono scavate nella pietra, la chiesa di Santo Stefano ha un ché di mitteleuropeo e l’orologio dipinto sul campanile non sembra indicare l’ora del giorno ma i minuti che ti separano dalla morte. Il paese è pressoché deserto, le poche anime rilevate, molto diffidenti, parlano lingue a me sconosciute (direi polacco se dovessi scommettere), sui campanelli delle abitazioni campeggiano eloquenti messaggi d’accoglienza tipo “Fatevi i cazzi e stracazzi vostri”… Perfino l’unico italiano incontrato fa fatica ad esprimersi nella sua lingua e – con i tre denti che il Signore si è degnato di lasciargli appesi alle gengive – ci indica la nostra destinazione.

Io e il mio amico ci capiamo senza bisogno di parole e con uno sguardo d’intesa sembriamo comunicarci all’unisono: “Visitiamo ciò che dobbiamo e andiamocene prima che faccia buio”.

Ci addentriamo dunque nella cripta che sottostà la chiesa di Santo Stefano e che contiene, non ho dubbi nell’affermarlo, il più grande e affascinante mistero di quell’Umbria del terrore che da tempo ci sforziamo di mappare: il museo delle mummie.

Cerchiamo di capirci subito. Le mummie egizie, quelle che avete studiato alle elementari, quei faraoni a cui veniva tolto il cervello dal naso tramite uncini, gli organi interni tramite un’incisione, disidratati col sale, avvolti in bende, non c’entrano assolutamente nulla con ciò che qui si può ammirare… Qui si parla di mummificazione naturale, un processo che avviene rarissimamente e senza alcun intervento esterno; semplicemente grazie a una concomitanza di circostanze particolari.

Alla fine del XV secolo, nel borgo di Precetto, la nobile famiglia Cybo decide di edificare la nuova chiesa di Santo Stefano al di sopra della precedente chiesa medievale, che viene quindi usata come sostegno e diventa cripta. Quest’ultima rinuncia a metà della propria altezza perché riempita con i materiali di scarto del processo costruttivo e diventa luogo deputato alla sepoltura dei morti del borgo. Nel 1806 Napoleone (al tempo proprietario dell’Italia) emana l’Editto di Saint Cloud (più correttamente “Décret Impérial sur les Sépultures”), che impone, per scongiurare epidemie, di seppellire i morti al di fuori dei centri abitati e dunque, nel caso di Ferentillo, di smettere di inumare i corpi nella cripta di Santo Stefano e riesumare quelli ivi sepolti per collocarli nel nuovo cimitero.

A questo punto però, la scoperta che si trovano di fronte gli addetti alla riesumazione è sconvolgente: i corpi seppelliti nella cripta hanno subìto un processo di mummificazione naturale che ne conserva non solo le sagome e i lembi di pelle, ma in molti casi anche unghie, denti, capelli e organi genitali. Le scienza, a seguito di studi internazionali che tuttora interessano il luogo, ci dirà che il processo si deve alle caratteristiche fortemente igroscopiche del suolo della cripta, che assorbe l’acqua e favorisce il processo di disidratazione alla base della mummificazione.

Ciò che questa concomitanza di miracoli permette di visitare all’interno consiste di 24 mummie umane, dieci teste umane e due volatili mummificati a seguito di esperimenti scientifici, oltre a 270 teschi. E già da questo catalogo riassuntivo si capirà come il museo sia un qualcosa di unico a livello non solo umbro ma nazionale. Per di più, ad aumentare il fascino misterioso e perverso del luogo, quasi tutte le mummie hanno storie particolari che vengono raccontate attraverso le pieghe del corpo e le espressioni fissate per sempre sui volti inquietanti dei cadaveri: due soldati francesi di cui uno impiccato con l’osso del collo esposto e l’altro che riporta sulle dita e le ginocchia i segni delle torture subite prima della morte; un bambino idrocefalo; la bara di un avvocato ucciso con 27 coltellate, ancora chiusa per la presenza in paese dei suoi eredi e poco distante uno dei suoi killer rimasto vittima della colluttazione omicida; due cinesi che giunsero in paese nell’anno giubilare 1750 e morirono in loco nel tentativo di raggiungere Roma; una donna morta di parto con affianco il suo sfortunato bambino; un corpo ripiegato su se stesso perché troppo grande rispetto allo spazio sepolcrale a lui garantito; una mummia maschile che conserva addirittura la barba e i capelli… E mi fermo qui perché nessuna descrizione può soppiantare la visita.

L’ultimo raggio di sole sparisce dietro le rocce e pieni di terrore corriamo alla macchina prima che sia troppo tardi. Giro la chiave nel quadro, il motore sbuffa e poi si rifiuta di innescarsi. Ci guardiamo nuovamente, la profezia si sta per avverare. “Non usciremo mai da qui, è finita”, sembrano dire i nostri occhi impietriti di terrore.

Secondo tentativo: lo sbuffo del motore è più lungo e si conclude nella più desiderata delle accensioni. Il clima si distende e lasciamo Ferentillo, felici di aver riportato la pelle insieme ad un’esperienza sensoriale ai confini della realtà. La notte seguente dormire è stato impossibile, una frase risuonava in testa, quella dipinta all’ingresso della cripta:

Oggi a me, domani a te.
Io fui quel che tu sei,
tu sarai quel che io sono.
Pensa mortal che il tuo fine è questo,
e pensa pur, che ciò sarà ben presto.

Qualche obiezione? Se sì, è respinta.

 

 

Di seguito alcune foto amatoriali della giornata:

4 commenti su “Le mummie di Ferentillo, un viaggio nell’Umbria del terrore

  1. Chi subisce un fascino per questo genere di cose consiglio caldamente la visita alla Cripta dei Cappuccini a Palermo. Se ci capitate non la perdete; è molto, molto più assortita di quella di Ferentillo; oltretutto i cadaveri sono ancora vestiti.

    1. Grazie Luigi, conosciamo la cripta e condividiamo la valutazione sul fascino del luogo. Continua a seguirci, alla prossima!

  2. Nelle vicinanze, risalendo la val Nerina fino a Borgo Cerreto, troverete un altro luogo magico e irrinunciabile: un altro museo delle mummie, questa volta tassodermiche, il museo delle mummie del dottor Baronio Vincenzi. Qui una pre-visita virtuale: http://www.museodellemummie.it.
    Allegria!

    1. Grazie mille della segnalazione Fabrizio, non conoscevamo questo luogo. Ci attrezzeremo quanto prima per una visita. Alla prossima!

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