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di Antonio Cipriani
Questa lettera comincia da un suono. Del picchiettare sulla tastiera per raccontare i miei passi. …con il suono delle dita si combatte una battaglia che ci porta sulle strade della gente che sa amare. E continua.

C’è una piazza a Milano che è dedicata a Gae Aulenti. Ogni tanto ci passo, non è né brutta né bella, è semplicemente un monumento assolato d’estate, ventoso d’inverno. Un inno al terziario avanzato: cuore della città da sogno fatta di grandi vetrate che impediscono la vista all’interno, di vertigini improvvise per libertà totali e inaccessibili. Ci passo con una amica e mi lancio in una filippica su questa esaltazione di simboli di felicità e ricchezza: qui hanno inventato un vero campo di grano in plastica, una spiaggia di cemento e specchi con spruzzi da balena con acqua di Lourdes, una bolla d’aria effervescente che profuma di Ghb.
Un incantamento di memoria perduta precede ogni accettazione. Tutt’intorno impiegati che si affrettano a frotte, nei deliziosi abiti stretti stretti e cravatte al vento, come se la piazza fosse il loro pontile e il buono pasto la medaglia da ammiraglio, in una vita da prendere così, strambata dopo strambata. Controvento, gli occhi socchiusi contro una libertà abbacinante Amadori-style.
La piazza è il tempio della Milano dissacrata che ha abbandonato la fede, la speranza e la carità per dedicarsi a modelline e altre mariesantissime minorenni di una religione del nostro tempo. Celebrata dagli spot, disegno che si staglia contro l’orizzonte futuro, ponendo al centro del progetto il dito puntato al cielo del palazzo dell’Unicredit. Un po’ minareto elicoidale e un po’ madonnina in equilibrio su un ago, a mostrare a Dio come funziona davvero, senza tante chiacchiere e retorica: è più facile che un cammello balli la zumba attraversando la cruna di un ago piuttosto che un povero cittadino qualunque possa cogliere la differenza tra sfruttati e sfruttatori. Deve essere il profumo nell’aria.

Ecco che spunta il Bosco Verticale e tutti sono lì come allucinati a fotografare l’orrore magnificato di alberi nati per stare a terra e che sono impiccati sui balconi dei ricchi internazionali famosi e a me sconosciuti con le guardie armate ai portoni. Alberi appesi con tiranti e costretti a soffrire per far vedere che il cemento è verde e che il futuro dei potenti è questo benessere ignorante e da favola. Mentre quello dei poveri è togliersi dalle palle e sparire nei loro appartamenti di cartongesso in periferia.
Non bastasse questo spread filosofico, la costruzione di un cavolo di decoro delle apparenze ha fatto sì che il Rasoio di Ligresti, l’incompiuta proprio al centro della sfavillante favola di Porta Nuova al confine dell’Isola, fosse completamente coperto da una sola gigantesca e prepotente pubblicità . Come se la vista di una costruzione non finita potesse offendere lo sguardo del turista o del passante. Perché la testa ormai funziona così: la pubblicità nella metropoli equivale a un monumento, a un giardino pubblico a una villa del Palladio.
Queste sono le regole del gioco, mi ha detto sapiente la mia amica. Ma le regole si possono sempre cambiare, le ho risposto. Lei ha sorriso, sa come va il mondo. E già, ma io non voglio impararla questa lezione. Sorrido anch’io. Siamo complici, dialetticamente incrociamo le lame del fioretto, ma si tratta pur sempre di amore. E questa, d’altra parte, è solamente una lettera d’amore per voi che avete nel cuore la gioia e la rivoluzione e con passi lesti vi arrampicate su ogni sentiero come lepri nel mondo.
Perché io alla fine dei giochi lo amo questo sottile purgatorio senza possibilità di alcuna grazia futura. Ne colgo in controluce la sovversione. Perché se i padri hanno scelto la resa, non è detto che i figli ne seguano le orme. Non percepite anche voi nell’aria l’effluvio di una felicità troppo precisa, rigida e troppo brutta per essere definitiva? Sì, le persone camminano soddisfatte. Le guardie stanno attente che nessuno tocchi il prato, che nessuna bicicletta entri nello spazio vietato. Che nessun pallone violi il disegno del paesaggio. Bambini finti non strappano fiori.
L’ordine e il decoro che si respirano sono educativi e simbolici. La narrazione pure. Sicuramente tossica, ha un suo ruolo: quotidianamente ci riempie di illusioni ottiche. Sappiamo un sacco di cose in più senza capire che cosa sta succedendo e che cosa ci sta succedendo. E l’eccesso, la finzione, il mondo buono cartonato rappresentano solo il primo muro (di trasparenze, nudi e sorriso accattivante). Recinti invisibili che diventano feroci, nelle periferie, sui confini del mondo. Recinti come filosofia. Come l’arena mediatica, come le zone rosse inaccessibili, come i profili delle proprie conoscenze, come la memoria che non può essere cenere da custodire, ma fuoco da proteggere. La sovversione sta nel fatto che tutti questi muri crolleranno per l’eccesso che rappresentano. La mia amica mi abbraccia e non so se lo fa per un improvviso anelito del cuore o per tacitare la filippica. In tutti e due casi, l’effetto è positivo.

E ho notato che non crescono papaveri, il che per me è grave. Troppo grave.

Un commento su “Gioia e rivoluzione. Lettera d’amore ai coltivatori di papaveri rossi

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