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di Barbara Monaco
 
Hana è esile, una testa scompigliata di riccioli neri; per parlare decidiamo di andare in un bar sul mare dove io prendo un caffè freddo e lei un gelato… “adoro il gelato” mi dice ridendo, “è il mio dolce preferito”.
Hana ride, ride spesso, anche quando ti racconta le cose peggiori, anche quando ti confessa di aver pensato spesso al suicidio e poi aver deciso di no, che non ne valeva la pena, bisognava continuare a fare qualcosa.

Hana Barzinji lavora a Sulaymāniyya, nel Kurdistan iracheno per l’associazione italiana “Un Ponte per…”, nata nel 1991 subito dopo la fine dei bombardamenti sull’Iraq e l’inizio dell’embargo, con lo scopo di promuovere la cooperazione a favore della popolazione irachena colpita dalla guerra. Il suo lavoro è principalmente con i bambini e gli adolescenti, ai quali insegna anche l’inglese, in particolare i rifugiati che arrivano dalla Siria: “Quando le persone hanno cominciato a fuggire dalla guerra e dagli attacchi dell’Isis e sono arrivate in Kurdistan noi stessi non eravamo preparati”, racconta, “uscivamo per strada e li vedevamo dappertutto, intere famiglie dormivano vicino alle stazioni degli autobus, nelle piazze, davanti alle case, senza cibo né coperte. Anche il nostro Paese era stato colpito da guerre che durano da anni e, anche se le cose adesso in Kurdistan vanno un po’ meglio, non eravamo organizzati per accoglierli. È stato così che la gente comune ha cominciato a raccogliere beni di prima necessità, cibo, vestiti e, spontaneamente, glieli ha portati: ora le cose sono maggiormente organizzate, sono intervenute le associazioni come “Un Ponte per…” e “Arci”, l’UNHCR, sono arrivati anche aiuti internazionali per fronteggiare l’Isis…”.
Ma Hana non è solo questo, è volontaria in un centro che si occupa di malati di cancro ed è un artista, una bravissima pittrice e grafica.

“Quando ero bambina”, mi racconta con la sua consueta risata argentina, “adoravo dipingere, ma gli insegnanti a scuola si arrabbiavano, non dovevo farlo, era peccato! Questa è un’interpretazione errata dell’Islam che purtroppo chi non sa leggere il Corano adotta. Crescendo, per fortuna le cose sono cambiate, soprattutto io mi sono decisa a fare quello che voglio assumendomene i rischi: ora sono un’artista!”.
E in effetti i rischi se li è assunti eccome Hana, il suo primo arresto risale a cinque anni fa, quando aveva appena 17 anni: “Mi hanno trattenuta solo un paio d’ore”, dice, “soltanto perché con gli amici stavamo suonando e ballando in un parco: la polizia è arrivata, noi abbiamo tentato di fuggire ma ci ha presi tutti, picchiando i ragazzi maschi! La stessa cosa è capitata altre due volte perché ormai si era formato un gruppo di artisti che si riunivano pubblicamente per danzare, cantare, dipingere e suonare”. Per fortuna adesso le cose sono cambiate: “È stato meraviglioso”, prosegue Hana con orgoglio, “perché siamo riusciti a sensibilizzare la popolazione: la gente ha manifestato per noi, protestando per il trattamento che ci veniva riservato ogni volta. Sono scesi in piazza per dire: cosa fanno di male questi ragazzi?!”.
A questo punto non posso esimermi da chiederle se personalmente lei creda che, davvero, l’Islam censuri simili comportamenti e la sua risposta mi entusiasma: “Io credo in Dio, ma so che né il Corano né il Profeta Mohammed hanno prescritto simili regole, il problema sono le interpretazioni.

Il Corano non è un libro semplice, è un testo antico, pieno di metafore ed ellissi concettuali che vanno ben comprese. Non credo nella punizione delle donne con la lapidazione tirando per duecento volte pietre su un’adultera! Il paradiso non esiste, esiste solo la nostra anima, tutto qui. Credere nel paradiso e nell’inferno crea un meccanismo pericoloso: la paura della punizione porta le persone a comportarsi “bene” solo per essere benvolute da Dio e salvarsi. Questo è assurdo! Come potrebbe un dio accettare un pensiero simile senza offendersi? Quando fai qualcosa di buono lo fai per le persone e solo per loro, non devi aspettarti nulla in cambio. È un argomento che affronto spesso con tanta gente”, ride ancora, “perché mi scandalizza! La religione e il rapporto che hai col tuo dio è qualcosa di molto personale”, tiene a sottolineare, “io ad esempio non prego ad orari fissi, cinque volte al giorno, come vorrebbe mia nonna, prego quando sento il bisogno di un dialogo intimo con Dio, in silenzio e solitudine…”.
In Iraq ci sono moltissime religioni e correnti diverse, più o meno ortodosse, derivanti dall’Islam e non solo: cristiani, ebrei, musulmani sunniti, sciiti, sufi, ismaeliti, wahhabiti e, infine lo Zoroastrismo o Mazdeismo, filosofia e religione monoteista, in passato diffusa in buona parte dell’Asia centrale, fondata dal profeta Zarathustra nel VI secolo a.C. e contenuta nel testo sacro dell’Avesta.
Ma Hana è musulmana…sciita o sunnita? Un’altra risata: “Quando ero bambina una compagna di scuola me lo ha chiesto e… io non sapevo cosa rispondere perché neppure conoscevo la differenza; così quando sono tornata a casa l’ho chiesto a mia madre che, evidentemente imbarazzata mi ha spiegato quanto fosse meglio non parlare di certe cose…”. Famiglia un po’ sui generis quella di Hana: padre arabo che, dopo la morte dei quattro figli maschi ha abbandonato la moglie con l’unica figlia rimasta, e madre curda… sunniti e sciiti insieme. A quel punto la madre di Hana ha deciso di rientrare in Kurdistan, lasciando Baghdad. “Mia madre è molto forte”, afferma Hana, “ormai ha capito come sono fatta e tutte le volte che ne combino una delle mie, come farmi arrestare o partecipare a manifestazioni rischiose, come al solito, confessandoglielo solo a cose fatte, mi dice: Bene! Sarai orgogliosa di te adesso!”, e ride ancora, moltissimo questa volta.

Anche per questo che ha smesso di pensare al suicidio, bisogna fare l’abitudine all’orrore per poter volgerlo al meglio e imparare, smettere di avere paura: “Ho visto morire tanta gente” racconta, “la prima volta che un uomo è morto, ucciso davanti ai miei occhi, avevo cinque anni, lo ricordo ancora, è stato orribile, ho pianto moltissimo, ora quando succede non mi fa più lo stesso effetto, certo ne soffro, ma è qualcosa che può accadere…fa parte della nostra vita…”. Le confido che quando scoppiò la guerra pensai alle vittime ma anche molto alla città di Baghdad, che purtroppo non avevo mai visitato e che consideravo una delle culle della civiltà, a quanto dolore provassi pensando alla distruzione di tanta memoria storica e artistica, alla biblioteca distrutta e saccheggiata, alla cancellazione di una parte importante della storia dell’umanità… e le domando: “Dimmi la verità, se visitassi Baghdad adesso, cosa mi troverei davanti?” Questa volta sorride e dolcemente risponde: “Io amo Baghdad, la amavo prima come adesso. C’è ancora molto di bello lì, fra le macerie e la sporcizia…tanti giovani si stanno impegnando per ridarle un volto il più decoroso possibile, tentano di pulire, riparare, gli artisti dipingono murales, organizzano eventi”. E a questo punto mi mostra un video struggente, girato in una Baghdad assediata dalle bombe dell’Isis e degli eserciti.
 


 
Un video dove la telecamera indugia sulla gente comune, sui ragazzini, che per difendersi da temperature che possono raggiungere i 120 gradi, fanno il bagno nei canali d’irrigazione, su padri e madri che, con i figli in braccio, sorridono e li presentano in camera, poi vanno nella gelateria, affollatissima, del distretto di Karrada, la più famosa della città che, periodicamente, viene bombardata. A molte persone è stato chiesto perché non si preoccupassero e continuassero ad andare lì, nonostante il rischio. La risposta, sempre la stessa: “Non ci preoccupiamo delle bombe, ci sono, sono un fatto della vita, puoi solo sperare che l’esplosione avvenga abbastanza lontano da dove ti trovi, o abbastanza vicino, per poter morire in fretta”. E poi il traffico bloccato, sempre! Gli autisti, tutti giovanissimi (l’Iraq è uno dei Paesi con l’età media più bassa del mondo) fermano le macchine, alzano il volume dell’autoradio e si mettono a ballare per strada, sopra e dentro le auto, tutti insieme, mentre il vigile che dirige il traffico, giovane come loro, ride anche lui.

Riuscire a gioire, nonostante tutto, non preoccuparsi del futuro perché è quanto mai incerto, ma non fuggirlo, desiderarlo, sognarlo per sé e per i propri figli. Ho i brividi e confesso ad Hana di star rivivendo un episodio capitatomi in Palestina nel 2003: ospiti del “Medical Relief” di Nablus ci troviamo improvvisamente sotto coprifuoco, i ragazzi della “Mezzaluna Rossa” si preparano ad intervenire in caso di necessità, ma nell’attesa accendono la musica e ci invitano a ballare la Dakba, la loro danza tradizionale.
Hana mi guarda e capisce benissimo: “Devi sapere”, conclude, “che la maggior parte dei volontari iracheni sono pazzi! Lavorano per “salvare” il loro Paese e non vogliono mostrare la tristezza dei bombardamenti, del sangue e della distruzione. Il carnevale “Baghdad, la città della pace” che organizziamo ogni anno è fatto anche per questo. Vogliamo mostrare al mondo tutto ciò che di bello abbiamo, vogliamo che vediate i nostri bambini quando sono felici”.
 
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