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di Francesco Merlino

#MidnightInVenice

Qualche giorno fa sono stato ricevuto dalla gentilissima Signora Herrera, al secolo Fiora Gandolfi, artista, designer e scrittrice oltre che moglie del Mago, la quale mi ha fatto dono di tesori che conserverò per sempre nella mia mente, che hanno dato vita a questo articolo, e che qui ringrazio.

Come fa quel Franco Cordova, centrocampista coi piedi buoni, a spararla fuori ogni qual volta si trova a tu per tu col portiere?

Una ragione c’era.
I giocatori della Roma vendevano le partite e la notizia fece collassare il cuore integerrimo del loro allenatore, che negli anni ’70 era l’Allenatore, Helenio Herrera. Quello choc fu l’unico modo di rendere vulnerabile un cuore che pompava sangue cinquantasei volte al minuto, apparentemente indistruttibile.
E invece lo ripresero per i capelli il Mago Herrera e dopo averlo sottratto alla morte gli ordinarono di seguire una vita tranquilla, perché il suo cuore non sarebbe più stato come prima.
Ma la vita è solita nascondere la bellezza dietro il dolore e fu così che Helenio Herrera approdò a Venezia, l’unico posto al mondo che poteva garantirgli quella tranquillità per lui vitale.
Il suo arrivo nella laguna suonava come un incontro col destino.
In primo luogo perché Venezia è la città più adatta ad ospitare un poeta. Sì perché HH non era un allenatore di calcio, ma un poeta, e la sua poesia era la più ripetuta tra i banchi di scuola.

Sarti
Picchi
Burgnich Guarneri Facchetti
Bedin
Mazzola Suarez
Jair Corso Peirò

Tutti conoscevano a memoria la formazione di quella Grande Inter che aveva vinto tutto, anche più dell’Infinito di Leopardi.
In secondo luogo perché quell’uomo portava dentro di sé un legame indissolubile, quasi carnale, con il mare. Il mare che è, da sempre, l’unica casa possibile per chi è sempre in viaggio, come lui, e il cui rumore gli riportava alla mente ricordi ancestrali, persi nel tempo così come la sua origine, incerta come quella dei miti, collocabile in qualche isola nei pressi di Buenos Aires, nessuno sa bene dove, nessuno sa bene quando.
Era nato in Argentina perché il padre, anarchico di Malaga, fu costretto all’esilio dopo che un suo compagno decise di far saltare in aria il re di Spagna. Ma, nostalgico di un sogno mai avverato, come tutti gli anarchici, con il piccolo Helenio che non sapeva ancora palleggiare, trasferisce la famiglia a Casablanca, sulle rive del Marocco, da dove casa era lontana poco più di uno sguardo.
Lì costruisce una palafitta abusiva sulla spiaggia, vicina ad ogni campo da calcio immaginato sulla sabbia, e così il rumore del mare del Rio de la Plata, già presente in ricordi troppo prematuri per essere nitidi, si radica nell’animo di Helenio Herrera senza mai più uscirne.
Fu facile allora suggestionarsi ed illudersi che le onde di Casablanca l’avessero seguito fino a Mazzorbetto, isola sperduta nella laguna veneziana, dove non arriva nemmeno il vaporetto; il posto perfetto per stare lontano dai giornalisti che, novantanove volte su cento, non avevano voglia di prendere la barca a remi e mettersi a vogare per un’intervista.
Per lui vogava la moglie, al ritmo incalzante dei suoi ohé! che si sarebbero volentieri trasformati in colpi di remo se solo il cuore gliel’avesse concesso.
Ma presto quella solitudine, che tanto doveva fargli bene, iniziò a stargli troppo stretta.
Dopo sei mesi si trasferisce a San Lio, ad un passo da Rialto, dove Venezia diventa una groviera e la distanza non è più una questione di spazio ma di orientamento. Lì, quando la luce del sole è quella giusta, l’acqua diventa verde come un campo da pallone sterminato, congiungendo indole e passione, e gli accenti inusuali dei turisti si sovrappongono e diventano coro da stadio. Quando doveva prendere una decisione, dalla formazione al discorso da fare al figlio, camminava lungo il canale.
L’acqua l’aveva sempre calmato, l’aveva sempre riportato a casa.

Quando il cuore di Helenio Herrera ridusse ulteriormente i suoi battiti cardiaci la sua età era incerta.
Nella sua vita aveva inventato il ritiro calcistico, secondo la leggenda dopo aver letto gli Esercizi Spirituali di Ignazio da Loyola; aveva insegnato ai suoi giocatori a studiare l’inglese e a giocare a scacchi; era diventato il Mago, perché dicevano che le sue parole avessero il potere di trasformare le persone a cui arrivavano, di far svanire la fatica, la stanchezza, il dolore, di renderle invincibili; aveva vinto quattro campionati spagnoli, tre italiani, due coppe dei campioni e reso immortale una maglietta a strisce neroazzurre.
L’unico desiderio che ancora gli rimaneva da esprimere era di restare a Venezia, dove potesse sentire per sempre il rumore del mare.
E lì è ancora oggi, preannunciato da sciarpe colorate. Perché Helenio Herrera non era un allenatore di calcio, ma un mito. E i miti vivono per sempre e la loro casa è il mare.

0 commenti su “Helenio Herrera, dalla Grande Inter al Canal Grande

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