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di Paolo Marchettoni

 

I mestieri stanno scomparendo eppure l’uomo deve continuare a lavorare.

Ci avevano avvisati: l’era del digitale segnerà la fine di quei mestieri legati soprattutto alla manualità. Negli ultimi anni, ad esempio, nel settore dell’editoria la scarsa richiesta ha fatto registrare un calo delle occupazioni, oltre che dei ricavi. Ma la lista è lunga e non riguarda solo chi ha a che fare con la carta: dagli addetti nel tessile agli allevatori, dagli autisti ai muratori, dagli elettricisti ai tappezzieri, dai falegnami agli operai e braccianti agricoli e molti altri ancora.

Questa scomparsa parrebbe inevitabile alla luce di fattori demografici, sociali e culturali: a causa del calo delle nascite e del conseguente invecchiamento della popolazione (in Italia come in Europa) il mancato ricambio generazionale porterà sempre meno giovani a inserirsi nel mondo del lavoro, provocando invece un aumento delle persone costrette a defilarsi per raggiunti limiti di età; spesso le società, pur avendone fortemente bisogno, non riconoscono un adeguato valore alle professioni in cui si richiede di saper fare qualcosa con le proprie mani ed è anche per questo motivo che molti giovani snobbano le attività manuali; infine, per un diffuso quanto sbagliato modello culturale presente nel costume italiano si tende a scindere il sapere dal saper fare, ponendo questi due aspetti in contrapposizione, come se il primo escludesse il secondo e viceversa.

Le rapide trasformazioni, spesso radicali, hanno da sempre dettato i ritmi e le modalità di lavoro e l’uomo non ha mai smesso di affannarsi per assecondare e accelerare il cambiamento. Nel corso dell’ultimo secolo abbiamo assistito a un succedersi di rivoluzioni continue nei metodi e nelle leggi che regolano il lavoro; siamo passati dall’era industriale a quella digitale quasi senza accorgercene, dal diritto a una equa retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto al Jobs Act, ma alla fine poco è cambiato e siamo sempre da capo. I mestieri sono ancora necessari. Non solo; sembra addirittura che proprio quei mestieri considerati in via di estinzione saranno i più richiesti dal mercato in un futuro prossimo.

La realtà è di per sé in costante mutamento. Allora forse sarebbe meglio essere sensibili anche ai più piccoli mutamenti (che seguono il naturale corso degli eventi), anziché pensare solamente a stravolgere tutto di continuo in nome di qualcuno o qualcosa, perché anche le intuizioni migliori, che nascono per caso, tengono conto di ogni minima e irreversibile variazione.

D’altra parte, basta andare alla radice della parola mestiere per capire che questo termine avrà sempre un posto nella società.

Nell’italiano antico questa parola d’origine toscana significa necessario. La ritroviamo in letteratura attestata anche in Dante e Petrarca, spesso nella locuzione esser mestiere (esser necessario) a indicare una necessità.

Mestiere a sua volta deriva dal termine latino ministerium, che indicava la funzione del minister, ovvero colui che doveva offrire un servizio alla comunità. Da qui deriva anche la parola italiana ministro, incarico riservato ancora oggi a chi dovrebbe assolvere la stessa funzione di servizio sempre nei confronti della comunità che lo ha scelto; che sia di elettori o di fedeli poco conta. Tuttavia secondo alcuni vocabolari mestiere sarebbe il frutto di un incrocio tra il già citato ministerium e mysterium, un altro termine della lingua latina che significa mistero.

Ho provato a darmi una spiegazione a questo processo di fusione e trasformazione davvero interessante.

Forse in Toscana nel Duecento avevano capito che il servizio del ministro era un bel mistero e quindi hanno ritenuto opportuno mischiare le due parole per fare chiarezza; mi viene in mente la famosa scena del film “Johnny Stecchino” in cui Benigni gioca con la moglie (quella vera) del ministro. Oppure più probabilmente, anche in virtù del fatto che l’italiano è nato prima come lingua scritta che parlata e quindi nel Duecento c’era più da fare che da scherzare, questi due termini furono riuniti in uno solo per esprimere una sintesi dei due diversi significati. Come a dire che i ministri, soprattutto quelli religiosi, sono indispensabili poiché necessari a svelare agli altri uomini l’esistenza dei misteri della vita. Così come i mestieri sono un servizio necessario al corretto funzionamento delle società legate contrattualmente per mezzo delle leggi e senza il quale esse dimostrerebbero tutta la loro debolezza.

Tuttavia gli antichi greci e romani chiamavano in altra maniera quelli che noi oggi definiamo mestieri. Le arti erano i mestieri. Ars – questa parola meravigliosa – ha poi modificato il suo significato originario diventato a volte oggi quasi sinonimo di inconcludenza. Lo stesso vale per i Greci che usavano il termine téchne.  La tecnica, la manualità erano fondamentali per i lavoratori, oltre che per gli artisti. Nell’antichità non credo esistesse l’arte concettuale. Ma indubbiamente c’erano le qualità e le capacità, il talento e la maestria, le cognizioni teoriche, i criteri artistici e anche l’inganno; praticamente tutti gli ingredienti che compongono un’opera d’arte.

Il presente sarà pure l’unico tempo reale in cui ci è consentito di agire, ma non l’unico da cui poter attingere. Sia chiaro che non si tratta di un passato mitico che deve nostalgicamente essere invocato e dunque tornare, bensì di una coscienza assopita che deve essere riattivata, un deposito di conoscenza sepolto che deve riemergere ed essere impiegato meglio in futuro. Così da garantire il recupero delle tradizioni, passando anche attraverso i mestieri, e il loro procedere nella storia sopravvivendo al tempo senza sgretolarsi, confutando lo spettro della fragilità del legame sociale insito nell’uomo.

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