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di Francesco Merlino

Quando ero bambino avevo una tattica infallibile, seppur di dubbia moralità, per vincere a nascondino: non nascondermi.

Bisognava starsene, in assoluta assenza di movimento, uno o due passi dietro chi contava e non appena lo sventurato gridava cento!, nell’istante in cui voltandosi avrebbe cominciato la sua caccia, bastava esser lesti, allungare la mano e toccare la tana.

Tana per me!”

Ma così non vale!”

Sì, sì, ciao ciao. Io vado a comprarmi il gelato”

Nessuno ti vedeva mai quando non ti nascondevi.

E così non si nascondeva il signor Artenzi. E nessuno lo vedeva mai, nascosto alla luce del sole, dove tutti passano e si fermano ma tengono lo sguardo troppo basso, per colpa d’un quotidiano, di uno schermo luminoso o dei pensieri, oppure troppo alto, andando a Londra, Parigi, New York senza mai passare per casa propria.

Passava la vita a dipingere in quella parte del mondo nascosta solo dietro gli sguardi assenti della gente.

Un giorno, però, la luce di mezzogiorno era dritta su di lui, ed il mio sguardo se ne stava inaspettatamente sospeso a mezz’aria, tra l’assente ed il superbo, in quella landa desolata che è la normalità.

Così, per merito o per fortuna, l’ho tanato. Sono stato più lesto di lui. Eppure non mi sembrò né sorpreso né turbato quando mi vide entrare nel suo atelier, che più che un atelier era un cimitero di speranze o un baule di tesori, a seconda dello spirito con cui si entrava.

Aveva un gilet di lana, la camicia a righe e tanti anni, che non celava poi così bene dietro un paio di enormi occhiali da sole, ultimo vano nascondiglio della sua identità.

Arrivai a stento a stringergli la mano facendo slalom tra la Perugia che trovavo – nelle più disparate forme e colori – sui quadri, accatastati dovunque come se lo spazio non avesse altro scopo se non quello di essere riempito.

Quanto vuole per quello? Mi piace molto.”

Indicai un olio su tela con la città tutta innevata.

Se fossimo a Venezia l’avrei venduto per tremila. Ne voglio duecentocinquanta.”

Bastava molto meno per farmi innamorare.

Lo prendo.”

Aveva l’atteggiamento di chi ha sempre vissuto in disparte. Ho sempre pensato che un artista deve sapere prima di tutto osservare e lui sembrava aver osservato ogni angolo ed ogni vita della città.

Aveva l’atteggiamento di chi ha sempre accettato le cose in silenzio, ma adesso, con gli anni che avanzano e questo misero buco dove dipingere e mai nessuno che si fermasse…

Cercava un po’ di rivincita, senza insistenza, come se pensasse che gli fosse dovuta.

Lo sa che ho studiato da Gerardo Dottori, guardi… mi ha insegnato lui a farle così le case, quadrate.”

Non gli dissi che il suo stile non mi ricordava affatto Dottori. A dirla tutta mi ricordava più quello dei bambini che usano i pastelli e fanno il cielo tutto celeste e le case tutte uguali ed ogni tanto sfumano il colore col dito. Semplice, semplice. Intanto mi incartava il quadro con tanto di cornice, con le mani lerce di colore. Ma non credo potesse concepirle diversamente le sue mani, quella che per me era sporcizia, per lui era vita.

Guardai un altro quadro.

E quello invece? Quanto viene?”

Per i primi cinque secondi non disse nulla, poi con la bocca indecisa tra il sorridermi o parlare, mi disse rassegnato:

Quanto mi vuoi dare?”

E poi subito, pentito forse di una eccessiva rassegnazione:

Quattrocento.”

Troppo per le mie tasche.

Nel frattempo entra una turista, indica lo stesso quadro senza dire nulla, tradita dall’aver scelto il corso di spagnolo alla High School.

Non è in vendita.”

La turista esce, non senza palesare disappunto. Probabilmente lei non avrebbe compreso la differenza tra Venezia e Perugia ed avrebbe speso più di quanto non avesse già fatto per una Gucci, a Firenze, il weekend precedente.

Così lo guardo incredulo.

A volte è difficile staccarsi dai quadri. E poi con i tuoi due e cinquanta ormai per questo mese l’affitto l’ho pagato.”

Capisco.

Van Gogh, in vita, non ha mai avuto successo, riuscendo a vendere solo qualche quadretto qua e là al minimo indispensabile per pagare il vino, un tubetto di giallo ed un po’ di compagnia nelle notti solitarie per lui e Gauguin.

Ancora una volta mi commuovo, trovandomi in uno di quei posti in cui l’arte se ne frega. Non è marketing, non è Sotheby’s o Christie’s, non è nulla di particolarmente bello, eppure lascia qualcosa nell’aria, qualcosa di denso che quasi ti verrebbe da afferrare o da mordere ma poi recedi per non restarne escluso.

Quando finì di incartare il mio quadro e me lo diede ci misi un attimo di troppo per stringergli la mano ed andarmene. In quell’attimo riguardai i quadri e i disegni impilati l’uno sull’altro. Forse non avrebbero avuto alcun effetto su di me se non fossero stati così rudemente sparpagliati. Di vera arte ce n’è ben poca nell’arte stessa, è tutta una questione di gente speciale, ambienti straordinari, poesia e povertà.

Lo salutai senza lasciare mai quel posto e tornai tra la gente che guarda in basso o in alto ma mai diritto, ricercando la vita lontano dall’umanità che ha intorno.

Il quadro del signor Artenzi ora è appeso in salotto.

Forse sono l’unico o uno dei pochi che oggi, passando in Piazza Matteotti, si accorge di una piccola bottega chiusa.

Chi sia davvero Artenzi il pittore non lo so.

Artenzi è un nome d’arte, uno scudo dietro al quale ripararsi, un nascondiglio dietro al quale accucciarsi ogni volta che si ripresenta l’illusione di diventare come Dottori, ma anche un totem da mostrare in basso a destra di ogni dipinto venduto ed esposto.

Per molti Artenzi non esiste, come Van Gogh quando non era ancora Van Gogh, ma un povero pazzo ubriaco e con i pantaloni bucati.

Chissà dove sarà ora, incastrato in una di quelle case quadrate che ha dipinto e ridipinto.

Io intanto continuo a contare senza guardare, aspettando che approfitti dell’effetto sorpresa e allunghi la mano per fare tana.

For lot number twelve, Artenzi…

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