CONDIVIDI

Noi uomini desideriamo che la donna non continui a compromettersi con il suo dar lumi.
F. Nietzsche, Al di là del bene e del male

In musica il contrattempo (o controtempo) rappresenta l’ingresso, nel canto fondamentale, di una voce che entra e si avverte non nei tempi forti della misura ma in quelli deboli, creando un effetto di contrasto ritmico con le altre voci che procedono tutte insieme.
Geneviève Fraisse, filosofa e storica del pensiero femminista, in Il mondo è sessuato. Femminismo e altre sovversioni, definisce il femminismo un contrattempo della storia, a intendere che non fa mai ingresso nel corso degli eventi forti della storia ma si inserisce, a sincope e in ritardo, negli interstizi del flusso storico principale, senza mai riuscire a sovrastarlo o interromperlo.
“Andate a scuola, uscite dall’ignoranza, e vi sarà data la cittadinanza”, o ancora: “Fate la rivoluzione e all’indomani vi troverete tutti i vostri diritti nel paniere.” Ci sono dei contrattempi molto visibili nel XIX secolo, scrive la Fraisse. “Come se noi non fossimo mai là nel momento buono, ma in ritardo, o in anticipo… e così squalificate come soggetti della storia.” La situazione non cambia nel XX secolo, si pensi agli slogan usati dalle donne nella lotta per i diritti alla contraccezione e all’aborto: “Il nostro corpo ci appartiene”, “il corpo è mio e lo gestisco io”. Termini che erano propri della rivendicazione dell’habeas corpus. Nel XVII secolo.
Il femminismo non è mai in linea col proprio tempo, dunque, ma perché? La spiegazione è nella storia, in quella storia del mondo che la Fraisse definisce “sessuata”. La mente non ha sesso, diceva Poulain De La Barre, un grande pensatore e teorico dell’uguaglianza dei sessi nel XVII secolo; per la Fraisse, la storia invece sì.
Qual è l’importanza dell’affermazione della sessuazione del mondo che fa la Fraisse? È quella di superare un enorme ostacolo, uno dei più grandi, allo scardinamento del pensiero dominante o del dominio maschile, come lo definisce lei stessa: quello che ritiene la differenza dei sessi un’“essenza”, al di fuori della storia e del tempo. È proprio contro l’atemporalità della disuguaglianza dei sessi che muove le sue parole, perché se si solleva la disuguaglianza dei sessi dalla storia e la si pone in un nulla temporale, connaturata all’essenza stessa dei due sessi, allora diventa intangibile: “Sembra che i sessi non appartengano alla questione storica. La ragione di questo fatto può essere compresa in modo semplice: appartenere alla storia significa immaginare la sua possibile trasformazione, un domani differente dall’oggi.”
Al contrario, solo ammettendo la storicità dei sessi, si apre la strada alla sovversione. Contrattempo, in un’altra accezione, significa anche un ostacolo, un impedimento inatteso e per lo più spiacevole.

LA PREZIOSA METÀ DELLA REPUBBLICA

La storia moderna della diseguaglianza dei sessi inizia come contrattempo a un evento fondamentale della storia occidentale: l’avvento della democrazia a seguito della Rivoluzione francese.
Rousseau, padre nobile della rivoluzione, dedica uno dei suoi testi più famosi, noto come il Discorso sulle disuguaglianze, tra gli altri, alle donne che definisce “la preziosa metà della repubblica”. A quella metà però, fin da subito, interdice il diritto di partecipare alla vita pubblica, interdice l’uguaglianza che andava teorizzando per ogni cittadino.
Inizia dunque l’epoca delle uguaglianze con una contraddizione enorme in seno alle stesse: uguaglianza non significa uguaglianza tra i sessi. Il “prezioso” contributo delle madri e delle figlie della rivoluzione sarà quello di mantenere, grazie alle innate bontà e grazia, la concordia all’interno dello Stato e di educare i futuri cittadini, loro sì a pieno titolo, al rispetto dei valori democratici.
Rousseau dissemina lungo tutta la sua produzione filosofica l’argomento dell’impedimento dei diritti civili alle donne e questo perché la sua visione di filosofo è lucida e lungimirante: egli stesso ha teorizzato la divisione tra il pubblico e il privato, tra il governo civile e il governo domestico. Se non si tenessero distinte le due sfere, il principio di uguaglianza dovrebbe passare dall’ambito civile a quello domestico, allora le conseguenze sarebbero dirompenti. In ogni dove il potere andrebbe diviso e condiviso con le donne creando ai suoi occhi disordine e quindi squilibrio. Questa visione di degenerazione dell’uguaglianza nella famiglia spiega la volontà di Rousseau di non estendere l’uguaglianza del contratto sociale nella sfera pubblica alle donne. E così quella di Proudhon, di Tocqueville e di molti altri. La rivoluzione francese, al suo avvento, affermerà l’uguaglianza di tutti, ma non di tutte.
Cosa c’entra il pensiero di Rousseau con la condizione delle donne contemporanee? C’entra a causa di quelli che la Fraisse chiama i ritornelli o i refrains del discorso sul dominio e sull’emancipazione. Anche a distanza di secoli gli argomenti portati a favore e contro l’uguaglianza dei sessi si somigliano sorprendentemente. Allora è necessario sottrarsi a quelle che sono le argomentazioni dominanti e compiere un gesto semplice e insieme rivoluzionario: calare il discorso femminista nella storia. Conoscere il dominio e svelarne i meccanismi sono azioni necessarie, così come la denuncia e la stigmatizzazione delle immagini, delle norme, delle strumentalizzazioni e degli stereotipi, della donna come misura e ostaggio del politico, come moneta e luogo dello scambio, ma occorre un passo in più. Ad esempio quello di indagare chi è che veicola quelle immagini e quegli stereotipi, chi li accoglie con acriticità o con indifferenza. Solo così si evita di farne icone e feticci lontani da ogni tempo e quindi eterni.
Il campo di resistenza alla disuguaglianza è un campo prima di ogni cosa politico. Se non si riconosce tale natura, si smarriscono gli elementi della storicità e del conflitto che sono gli unici grazie ai quali si può pensare di sovvertire ciò che è dato. Occorre guardarsi dalle trappole di quella che Fraisse ha definito “democrazia esclusiva”, ossia una democrazia che implicitamente (e mai platealmente, almeno negli stati occidentali) esclude e che si serve della possibilità di inclusione come di una lusinga e di un’arma. È la democrazia esclusiva la terra del dominio maschile che però è disperso e frammentato, volutamente invisibile. Un lucido pensiero femminista ha il fine di ricostruirlo, portarlo allo scoperto, ricondurlo a unità, servendosi anche di parole opposte al suo linguaggio vago e annacquato: dell’“eccesso del sesso”, dell’“indecenza dell’uguaglianza dei sessi”.

IL GODIMENTO DELLE DONNE

All’indomani della rivoluzione francese, si scatena una polemica tra il poeta Ècouchard Lebrun e Constance de Salm, poetessa e sostenitrice della rivoluzione, a proposito della scelta di essere poeta lei stessa. “Siate di ispirazione, – le dice Lebrun – ma non scrivete.” e ancora “L’Amore vedrebbe con rabbia una notte persa a poetare… Prodighereste al Genio un Bacio sterile e geloso.” Constance de Salm risponde seccamente: “Le arti sono di tutti come la felicità” e ancora “La carriera dello studio e delle arti è aperta; osiamo penetrarvi. Eh! Chi potrebbe sottrarre il diritto di conoscerle a chi può sentirle?”
Chi potrebbe sottrarre a chi lo desidera e lo sente il diritto di conoscere, di sapere, di studiare, di fare arte?
Il dominio maschile lo ha fatto nella gran parte della storia del mondo, impedendo o limitando il sapere alle donne e la loro espressione artistica. Nella seconda parte del suo libro, Geneviève Fraisse racconta la storia delle donne artiste e delle donne autrici e l’avversione per loro da parte del dominio maschile.
Lebrun, per contestare il diritto alla scrittura letteraria, usa concetti astratti, nozioni ideali, si richiama al rapporto tra amore e bellezza, genio e poesia, svelandone tutta la fragilità. Constance de Salm risponde con termini quanto mai solidi e concreti, lei parla di diritto e di felicità.
Per quanto abbiano avuto un cammino difficile e travagliato, donne artiste e donne autrici sono sempre esistite nella storia, ma erano figure singolari ed eccezionali, per questo per lo più tollerate. Con l’avvento della democrazia moderna e del principio dell’uguaglianza, la concessione del sapere alle donne diventa un pericolo generalizzato, apre le porte alla condivisione, non solo del potere, ma anche dei piaceri estetici.
Perché è questo che rivendicano le donne artiste: il godimento dell’atto della creazione.
La donna nell’arte è da sempre stata musa, utero fecondo del genio maschile. La parola musa nell’arte, scrive la Fraisse, è tutt’ora indistruttibile. L’oggetto dell’arte per eccellenza, a un certo punto della storia, diventa soggetto. Si aprono alle donne le Accademie di belle arti, è una conseguenza inevitabile dei principi democratici, è il XIX secolo, ma con delle restrizioni: l’interdizione alla copia del nudo.
Sarebbe facile ritenere che il divieto fosse legato alla pudicizia, all’ambito morale, ma l’interdizione non si limitava al corpo maschile e, inoltre, nel XIX secolo iniziavano a circolare le riproduzioni fotografiche che rendevano facilmente reperibili le immagini di nudi dell’uno e dell’altro sesso (ancora una volta, la lotta delle donne artiste per la riproduzione del nudo dal vivo era in controtempo). No, teorizza la Fraisse, il divieto alla copia del nudo aveva radici più profonde che affondavano, forse, nel legame metafisico tra lo svelamento della verità e la nudità del corpo. Concedere alle donne l’accesso alla copia del nudo, significava permettere loro di accedere alla bellezza e, per mezzo di essa, alla verità artistica.
La musa dell’arte, l’oggetto del mistero, svelava da sola la sua nudità e da sola cercava di penetrarla. L’uomo artista, per lo più, non era pronto a questa condivisione, a questa concorrenza.
“Non riuscirà mai a esprimere interamente il suo genio. I suoi libri saranno deformati e contorti. Ella scriverà con rabbia, quando dovrebbe scrivere tranquillamente. […] Parlerà di sé stessa quando dovrebbe parlare dei suoi personaggi.”, così Virginia Woolf, in Una stanza tutta per sé, parla di Charlotte Brontë e, con essa, di tutte le donne scrittrici precedenti al XX secolo.
Se impedire la copia di un nudo in un atelier era fattibile, impossibile era impedire a una donna di scrivere da sola in una stanza. Il dominio maschile nella scrittura si manifestava in una tendenza più subdola: la necessità imposta alle donne scrittrici di spiegare sempre sé stesse, confrontandosi continuamente e senza tregua con il proprio limite, prigioniere della spiegazione. Lei scrive con rabbia quando dovrebbe scrivere con calma, dice la Woolf. Parla di sé quando dovrebbe parlare di altro, dell’universale, ad esempio. Ancora oggi è rimasto qualche scampolo di quei limiti, l’idea che esistano ambiti della letteratura più congeniali a una donna, quello autobiografico per esempio. Quello che passa attraverso la sua sofferenza. È per questo che Simone de Beauvoir rappresenta un esempio eccezionale di capovolgimento del canone. Scrive Il secondo sesso, un libro che parla dell’universale, prima di scrivere Memorie d’una ragazza perbene, la propria storia. E fa anche un’altra cosa: rivendica il piacere assoluto, la jouissance della sapienza, la sua felicità, gioia, esaltazione nella lettura e nella conoscenza, potente e senza ombre. Non ha alcuna necessità di giustificare il suo accesso alla conoscenza per mezzo della sofferenza personale. Non c’è più traccia in lei della fatica e del dolore delle donne nella conquista del diritto al godimento del sapere. È una nuova era.
Se questa conquista appare il raggiungimento dell’uguaglianza, in realtà resta un privilegio. Privilegio che non spetta a tutte le donne. L’eccezione della donna sapiente e artista aumenta in numero, ma si è ancora ben lontani dal “per tutte” che è il fine dell’uguaglianza.

IL MECCANISMO

I saggi di questa raccolta, tenuti insieme dalla continuità, in oltre quarant’anni, del pensiero della Fraisse, sempre attiva e presente nell’ambito del femminismo francese, sono legati dal filo rosso della sua volontà che è quella di sottrarsi alle parole dominanti con cui il femminismo viene raccontato e si racconta esso stesso. Guardatevi dall’inserirvi nel discorso del pensiero dominante, sembra raccomandare la Fraisse, riscoprite la forza delle parole tradizionali che hanno in loro tutto il peso del tempo e degli avvenimenti che le hanno generate e riempite: sessi, libertà, uguaglianza. Parole dai contorni semantici deboli e magmatici, come ad esempio “genere”, si prestano alla manipolazione di chi detiene il controllo del potere e della storia. È confortante parlare di famiglie monogenitoriali invece che di madri single, come lo è parlare di care invece che di servizio domestico, ma questa vaga correttezza linguistica nasconde quelli che sono dati statistici che non si possono ignorare: circa il 90% delle famiglie monogenitoriali sono composte da una donna single; circa l’80% del lavoro del care, sottostimato e sottopagato o non pagato affato, è svolto da donne (i dati si riferiscono alla Francia ma non v’è dubbio che in Italia si discostino di poco).
Il libro della Fraisse si tiene volutamente lontano da qualsiasi topos o stereotipo del pensiero femminista, non si ritroverà in esso nessuno dei temi tipici del femminismo della nostra epoca. È più che altro un manuale meccanico. La Fraisse apre la cassa e mostra il meccanismo, così com’è, usando per descriverlo le sole parole necessarie, quelle che non si possono travisare. Non fa pamphlet, non scrive con rabbia, è precisa e analitica. E, per quello, inesorabile. La storia è fatta dai sessi, un sesso storicamente prevale sull’altro. Se si conosce il meccanismo di questo dominio, si riesce a interpretarlo e a provare a correggerlo. Ricordando che i diritti conquistati fino ad oggi sono prodotti della storia e, in quanto tali, storicamente reversibili.

Lascia un commento

La tua mail non verrà pubblicata, * campi obbligatori