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di Francesco Merlino

 

Capita che un giorno ci si innamori.

E magari capita che ci si innamori anche il giorno dopo, e quello dopo e dopo ancora e sempre della stessa persona.

I soldi sono pochi, sono pochi ovunque, ma scriverlo non ha senso, la povertà si vive, non si racconta.

La Polonia sembra uscita ieri dalla guerra e dalla dittatura, o meglio dalle guerre e dalle dittature: il presente non esiste, l’oggi è un incastro tra lo choc del giorno prima e la speranza, forse effimera, riposta nel giorno dopo.

Ma di quale speranza può parlarsi a Varsavia negli anni 80? L’infinita pianura che la possiede sembra rendere interminabile la fuga da questa città: non si scappa da quella pianura solo con la fede e le patate. Forse con la passione, con la passione si va dappertutto specialmente quando si è ammalati di romanticismo e ci si continua ad innamorare giorno dopo giorno.

Non è una storia d’amore questa, le storie d’amore sono spesso falsità, sono il pensiero superficiale che se si conquista qualcuno un giorno lo si ha per sempre. È una storia di innamoramento, di quelle vere, per quanto rare, come i miracoli.

E l’innamoramento spinge alla follia e la follia può spingere a salvarsi anche quando la salvezza sembra impossibile.

Così, un giorno in cui ancora ci si innamora, ma più forte degli altri, si sente l’esigenza di esaltare l’amore, di fare qualcosa, dire qualcosa di scuotente.

“Mi vuoi sposare?”

“Si.”

Gli impiegati ed i contabili si sposano per sposarsi, ma due romantici a Varsavia, poveri artisti innamorati, dicono “mi vuoi sposare” solo per far battere il cuore ancora più forte, per le conseguenze delle parole. Domani vorrò sposarmi? Ieri volevo? Non importa..

E allora due bei vestiti, se non belli quanto meno i migliori, il prete e qualche fiore raccolto il giorno prima nei campi.

Varsavia è bella, Varsavia è piena di ricordi e di promesse e soprattutto Varsavia è casa. Ma bisogna ingoiare le lacrime che vengono prima che escano, prima che diventino un segno di cedimento. A Varsavia non si può più cedere altrimenti si sprofonda, bisogna rimboccarsi le maniche e ricominciare tutto. Bisogna essere sordi per non sentire le urla dei deportati, muti per non dire ciò che si vorrebbe dire ma ti farebbe rischiare la pelle, ciechi per non vedere un muro che finché è di calce e mattoni divide Berlino, ma il cui prolungamento ideale divide tutto un continente.

Ma se si ama si è pazzi ed equivale ad essere ciechi se pur vedendo il muro decidi di attraversarlo.

Esprimere amore in polacco è reso complicato dallo stridere dei suoni delle zeta, delle kappa e delle i lunghe che, apparentemente incompatibili, si trovano una a fianco alle altre.

“Ti amo” è più facile ed è quasi universale. Allora si va via, in Italia, per la luna di miele, per dire meglio “ti amo” o “mi sono innamorato di te”. Tanto il muro non lo si vede e la volontà ha di gran lunga più potere dei soldi. Qualche spiccio così lo si raduna, tanto basta per trasformare un’illusione in realtà e salvarsi, anche se per poco.

La valigia è vuota o poco più, un po’ per impossibilità di riempirla un po’ per guadagnare anche gli ultimi minuti sui preparativi e partire.

Varsavia rimane dietro ma con quella pianura la si vede anche da chilometri e chilometri di distanza, anche con lo sguardo rivolto dall’altra parte. Ma non ci si può voltare, non si può dubitare; quando si è giovani ed innamorati si vive per avere mille rimorsi ma nessun rimpianto.

Si arriva in Italia, senza mai guardare indietro, almeno con gli occhi. E si continua ad innamorarsi in Italia anche se la luna di miele a volte sa del sale delle lacrime che si continuano ad ingoiare quando si pensa alla Polonia, che è un gran casino.

Ma, si sa, gli artisti sono emotivi. Eppure la loro emotività spesso li porta al sublime, che non si sa bene se sia una cosa bella o brutta, felice o infelice, piuttosto è  una scatola strabordante di tutte le emozioni umane mescolate assieme.

“Mi vuoi sposare?”

“Ma ti ho già sposato!”

Un sorriso e passa tutto.

Roma, Firenze, Venezia … toccata e fuga, costano troppo.

Perugia. Perugia è perfetta.

Lo scenario è da favola. Ignota e schiva quanto basta per costruirci sopra una storia che si ricordi.

Capita che un giorno ci si innamori. E capita che ci si innamori anche il giorno dopo e quello dopo ancora e sempre dello stesso posto.

“La luna di miele è finita.”

“Rimaniamo qui ti prego.”

“E Varsavia?”

“Varsavia si vede anche da chilometri e chilometri di distanza.”

Le lacrime sono infami, sanno sempre e solo di sale, così che non si riesce a distinguere se siano di dolore o di gioia.

Capita, raramente, di capire che bisogna essere pazzi o che si ha la fortuna di avere una forza che ti costringe ad esserlo.

Perugia è una città che si nasconde e che nasconde. Non si tratta sempre di palazzi, di storie di nobili, d’arte e d’artisti importanti. Nascoste a Perugia ci sono anche storie di ordinaria follia e di grande amore che sono opere d’arte incorporee che si librano nell’aria e nella suggestione che dà la città stessa.

Così un uomo e una donna vivono ora in quella Perugia che doveva essere solo lo scenario da sogno di una gioia effimera. Non diventeranno mai artisti famosi e forse non lo desiderano nemmeno più, però sono diventati una poesia.

Continuano a pensare a Varsavia e qualche volta sentono in gola ancora il sapore del sale. Ma quando la follia è un sentimento vero non ammette rimorsi ed è l’unico modo conosciuto per continuarsi ad innamorare.

“Mi vuoi sposare?”

Un sorriso e passa tutto.

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