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di Barbara Monaco

“Le cause delle migrazioni sono le guerre nel mondo, provocate da questioni squisitamente economiche e da un’iniqua distribuzione delle ricchezze; le ragioni religiose e culturali, nemmeno da nominare quelle etniche, non c’entrano assolutamente niente”. Per affrontare la questione delle migrazioni che tanto spaventano media e di conseguenza cittadini, è utile ricordarci le basi culturali, gli elementi che ci occorrono per capire. Il virgolettato che ho appena riportato è di Raffaele Crocco, l’ideatore dell’Atlante delle Guerre e dei Conflitti, mi sembra significativo, l’ho appuntato sul mio blocchetto durante il Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina.
E siccome sono in vena di mettere in ordine questi appunti, lo faccio su questo fogli virtuali, con voi lettori.

 

La guerra del calcio. Un episodio emblematico. 1969, Centro America: due Paesi, El Salvador e Honduras. Due dittature, due nazionali di calcio in lotta per qualificarsi ai mondiali che, per la prima volta, si giocheranno in Messico l’anno successivo. Questa sfida fomenta i nazionalismi e i tifosi salvadoregni attaccano l’albergo che ospita la squadra dell’Honduras che viene sconfitta. La figlia di un generale honduregno resta talmente turbata da ricorrere al suicidio. Alla seconda partita accade il contrario e sono i tifosi dell’Honduras ad attaccare El Salvador. La “bella” si disputa in Messico e, ai tempi supplementari, è El Salvador a qualificarsi definitivamente: immediatamente dopo scoppia la guerra, i due Paesi s’invadono a vicenda e i morti sono 15mila. Intervengono anche gli Stati Uniti e le tensioni aumentano sempre più: la popolazione dell’Honduras lamentava da tempo dell’arrivo di troppi contadini salvadoregni che emigravano per lavorare, intanto nel Paese cade il Governo e quello che s’insedia, militare e ultranazionalista, enfatizza il problema: l’impoverimento dell’Honduras è causato dai salvadoregni che invadono il Paese rubando il lavoro alla popolazione locale. Questo conflitto passerà alla Storia come La guerra del Calcio, il problema è che, ancora oggi, quotidianamente assistiamo a una nuova “guerra del calcio” e fra cent’anni ricorderemo ancora quella del ’69, in Centroamerica, per le stesse motivazioni. Il problema invece sta nelle terre. 


 
Land grabbing. Altri appunti, identica fonte. L’80 per cento della terra della Germania non è più in mano tedesca, e il gioco in effetti è sempre lo stesso: l’unica strategia utilizzata è quella di arrestare la palla e rilanciarla. Ma la catastrofe è che questo problema assume una dimensione enorme nel resto del mondo dove ben 200 milioni di ettari di terre sono passate di mano, soprattutto nell’Africa subsahariana dove non esiste la proprietà privata. Uno degli esempi più eclatanti è quello dell’ex Congo, dove tutta la terra coltivabile è di proprietà del Governo, che la affitta interamente a multinazionali straniere al prezzo di 90 centesimi ad ettaro l’anno. Paradossalmente, seppur adesso i prezzi siano calati (di circa 150/200 mila euro per Ha) fino a cinque anni fa un ettaro di vigneto in Trentino costava 3 milioni di euro. Intanto il 50 per cento del Madagascar è stato comprato dalla Corea del Sud e i Maliani vengono in Europa, dove sta rinascendo il latifondo, perché non hanno più terra da coltivare.
La disponibilità delle risorse idriche sono l’altra motivazione chiave alla base di molteplici dispute. “In questo modo si può leggere il conflitto israelo-palestinese, così come il conflitto Cina/Tibet, dato che quest’ultimo rappresenta il cuore di tutto il bacino idrico asiatico.
 
La forza lavoro. Nel 2050 la popolazione mondiale raggiungerà i 9 miliardi, ma in Europa non cresceremo: per questo ci stiamo già organizzando per la creazione di agenzie specializzate che reclutino forza lavoro in Africa grazie ad un’offerta vantaggiosa. Ma quale sarà il reale beneficio offerto a un africano per trovare un lavoro a migliaia di chilometri dal suo villaggio? “È chiaro che se mi stanno puntando una pistola alla testa, sarà sufficiente propormi un luogo più sicuro dove vivere, pensare di avere la possibilità di sopravvivere sarà sufficientemente vantaggioso per me e questo mi basterà”, così l’ha spiegato Crocco. Chi fugge tenta di andare il più vicino possibile al suo Paese, con la speranza di poter tornare a casa. Dal Sud Sudan si va in Uganda, dalla Siria in Libano o in Turchia…
250 milioni di persone non hanno la possibilità di andare a scuola o di avere acqua potabile, 970 milioni rischiano di morire di fame e la speranza di vita non supera i quarant’anni, perché è facile morire fra i due e i cinque anni. 
“Pensate di avere vostro figlio in braccio e sapete che la sua possibilità concreta di morire potrebbe arrivare a due, cinque, dieci anni…cosa fareste? Siamo figli della Dichiarazione Universale dei Diritti della Persona nata nel 1946, quando l’Europa, devastata da milioni di morti, aveva appena assistito al lancio di due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki e all’Olocausto, che non fu altro se non la distruzione ragionieristica di un popolo con meticolosa partita doppia. Chi usciva da quell’incubo voleva un mondo migliore e furono quelli gli anni delle decolonizzazioni e del riconoscimento dell’autodeterminazione dei popoli”.

 
I 18 muri che separano il mondo. Fu nel 1981 che tutto cambiò: “Al summit di Cancun Roland Reagan si chiese pubblicamente perché mai un Paese come gli Usa avrebbe dovuto contare quanto la Repubblica di San Marino. Quella domanda retorica pronunciata dall’allora presidente dello Stato più potente del mondo dette inizio alla situazione internazionale che stiamo vivendo; alla dichiarazione di Reagan si è subito allineata l’ideologia di Margaret Thatcher, e così va l’Europa, in un mondo che tende a dimenticare le cose e i perché, dato che l’umanità ha un rapporto curioso con la Storia, questa si avvicina e si allontana: pensiamo che il lasso di tempo intercorso fra l’epoca delle piramidi e quella di Giulio Cesare è maggiore di quello che separa la contemporaneità da Giulio Cesare. Per noi però si appiattisce tutto: siamo sicuri che la generazione che sta governando in Israele oggi non lo stia facendo in questo modo perché non ha mai vissuto la Shoah? E se l’avesse vissuta avrebbe ugualmente costruito il muro?”
Ad oggi sono 18 i muri nel mondo, 9 sono stati costruiti negli ultimi 15 anni. Il muro di Ceuta che divide la Spagna dal Marocco, è stato costruito con soldi pubblici dell’Unione Europea e molti muri sorgono in area mediterranea, seppur il Mediterraneo non sia mai stato un mare chiuso ma, al contrario, come ha sottolineato il generale Fabio Mini, un luogo d’incontro anche attraverso le guerre.
“Non si può gestire nulla se non se ne comprendono le cause e, per gestire queste ultime, è necessario dotarsi di strumenti capaci di eliminarle. Aiutiamoli a casa loro: questo è il ragionamento che fa il leader della Lega Nord Matteo Salvini, sarebbe certo meglio, e soprattutto per chi è costretto a espatriare, ma il problema è che per farlo è necessario cambiare radicalmente modello. Un esempio fra i tanti è il Sudafrica nero di Mandela che fa politiche razziste nei confronti di altri neri che vi migrano. Soltanto cambiando cultura, modificando le istituzioni internazionali qualcosa potrebbe cambiare e, ognuno, personalmente, responsabilmente, dovrebbe fare la sua parte: non esiste collettività senza un impegno e una presa di coscienza individuali. Pensiamo all’Italia: siamo andati al voto nel 2013, ricordate i programmi di politica estera di ogni partito? Credo proprio di no, visto che nessuna forza politica ne aveva uno! Anche questa è una questione di responsabilità, politica certo ma, ancora, personale, che dovrebbe radicarsi nei candidati e negli elettori che non possono concepire la possibilità di votare per una forza che non pensa alle questioni internazionali che stanno squassando il mondo intero, lasciando che le vere ragioni, ripeto, esclusivamente economiche, delle guerre diffuse, vengano spudoratamente mascherate da motivazioni ideologiche e religiose”.
 
Ahmed Andoura, consulente siriano per le Nazioni Unite e membro della National Agenda for the Future of Syria. “Sono furibondo per come in Europa si parla della guerra in Siria, non si può affermare che chi fugge lo faccia per problemi economici! Io sono un rifugiato e in Siria non posso tornare perché sono stato minacciato di morte. Come si può pensare che il problema risieda nel presunto estremismo di chi scappa quando siamo di fronte a un milione di rifugiati che fuggono dalla morte? In Siria il problema è una questione di valori, che non sono poi così diversi da quelli europei, visto che il nostro Paese non è lontano, né geograficamente, né storicamente, dall’Europa. Si preferisce investire sempre più sulla paura e sui confini, mentre io penso a 12 milioni di sfollati, 6 milioni di case distrutte, 500 mila morti e 20 milioni di persone sotto assedio permanente, costantemente bombardati”.
Linda M Al-Kalash, di Tamkeen Giordania/Rete araba contro il razzismo. Il dialogo tra la Comunità internazionale e la sponda sud del Mediterraneo è inesistente: “In Giordania abbiamo un numero enorme di rifugiati e, proprio per questa ragione, abbiamo siglato un partenariato con l’Unione Europea, ma è solo quest’ultima, di concerto con gli Stati Uniti, ad avere il diritto di dettare le regole, mentre ai Paesi del sud del Mediterraneo si chiede esclusivamente di fare da cuscinetto: noi invece dobbiamo poter cooperare, realmente”.
 
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