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di Gabriele Principato

#PerugiaViolenta

 

Una strage familiare si è consumata nella notte fra martedì 14 e mercoledì 15 luglio 1500 sul Colle Landone, trascinando la città di Perugia in tre giorni di omicidi e paura. I Baglioni, signori della città, sono stati assassinati nelle loro case e i loro cadaveri gettati nudi dalle finestre, sono rimasti per ore sanguinanti nelle strade, in balia degli animali randagi.

La città era appena uscita da due settimane di festeggiamenti per le nozze tra il 30enne condottiero Astorre Baglioni, figlio di Guido, il patriarca della famiglia, e Lavinia Colonna, celebrate con grande sfarzo domenica 28 giugno. Ospiti e curiosi erano arrivati da tutte le signorie dell’Italia centrale, dai castelli e dai borghi vicini delle Marche, della Toscana e perfino dall’Abruzzo, per assistere all’alleanza fra due delle principali famiglie dello Stato della Chiesa. “E chi appresentava oro, e chi argento, e chi drappe, e chi una cosa e chi un’altra; in modo che li fu donato più de doi furzieri de argento; e li presente quali lui ebbe, fu uno tesoro sano e integro”, racconta a Emergenze Francesco Matarazzo, detto Maturanzio, cronachista. Cene all’aperto, danze e spettacoli in piazza avevano animato la città. Il pranzo nuziale, dato l’altissimo numero di invitati, era stato organizzato in Piazza Maggiore.

“La famiglia di Guido, radunata quasi al completo, aveva in parte allentato le difese. Di questa rilassatezza – spiegano gli investigatori – ha pensato di servirsi Carlo di Oddo, detto ‘il Barciglia’, cugino del neosposo, per prendere il potere in città eliminando i familiari, con la complicità di alcuni rivali della casata e dei consanguinei. Tra gli altri Girolamo della Penna, Berardo della Cornia e Filippo Baglioni, detto ‘il bastardo’”. Per legittimare l’eccidio, il Barciglia ha coinvolto nella congiura delle “nozze rosse”, come è stata già ribattezzata, anche il 22enne Grifonetto Baglioni, per discendenza legittimo erede della città. “Di bellezza un altro Ganimede e quasi più ricco che alcun altro”, lo descrive al nostro giornale Maturanzio. Gli inquirenti ritengono che il Barciglia abbia utilizzato l’arma della gelosia, convincendo il giovane che la sua sposa Zenobia Sforza, lo avesse tradito con il cugino Gian Paolo, condottiero trentenne, nipote di Guido, uno degli aspiranti successori alla signoria perugina.

La notte di martedì, il momento prescelto per la carneficina, secondo le prime ricostruzioni, i congiurati sono penetrati nelle case dei Baglioni, concentrate sul Colle Landone, facendo strage. Il tonfo di una pietra, lanciata da una balaustra era il segnale che pare si fossero dati per agire in contemporanea. Nelle loro stanze sono stati trucidati Gismondo, suo padre Guido Baglioni e il cugino Simonetto Baglioni, fratello di Gian Paolo. Da alcune testimonianze pare che Filippo Baglioni, abbia sorpreso Astorre Baglioni nel sonno e dopo averlo ucciso davanti alla giovane sposa, gli abbia strappato il cuore dal petto e lo abbia morsicato in un impeto di ferocia.

Alle prime ore del 15 luglio i congiurati si sono presentati al popolo e alle magistrature perugine come i liberatori dalla tirannide ed i nuovi signori della città. Ma non hanno ottenuto consensi e il loro potere è durato un solo giorno. Non tutti i familiari della fazione di Guido infatti erano stati uccisi. Gli assassini entrati nella casa di Gian Paolo Baglioni, guidati da Grifonetto – forse per un pentimento di quest’ultimo, circostanza ancora da accertare, o forse per averlo confuso nel buio con il suo paggio – gli avevano lasciato il tempo di imbracciare la spada e difendersi, per poi trovare scampo saltando nudo sui tetti da una finestra. A quanto riferiscono i testimoni, Gian Paolo si sarebbe rifugiato nell’alloggio di alcuni studenti della Sapienza Nuova, il collegio adiacente alle case della famiglia, e aiutato da questi, nelle prime ore della mattina, sarebbe uscito dalla città per raggiungere Marsciano e chiedere aiuto all’amico e condottiero di ventura Vitellozzo Vitelli, che lì era accampato con i suoi uomini.

Dopo soli due giorni dalla strage, alla testa di un esercito, acclamato dai cittadini, Gian Paolo è rientrato in città. Carlo il Barciglia e Girolamo della Penna non hanno posto resistenza, preferendo la fuga. L’unico dei congiurati a rimanere è stato Grifonetto che – preda del rimorso, raccontano alcuni testimoni – è andato incontro a Gian Paolo, il quale per non macchiarsi del sangue di un congiunto, pare lo abbia lasciato uccidere dai propri soldati. Avvenimento per il quale Niccolò Machiavelli, fiorentino, l’ha definito “pubblico parricida”.

“Portato è in piazza su la bara, ad ore ventidue, come Astorre! Il grido ostile tacesi a un tratto. Ecco la giovenile madre china sul figlio (Grifonetto ndr) che si muore”, scrive il poeta Gabriele D’Annunzio. “Era di una tale bellezza che quando giacque morente nella piazza gialla di Perugia – riferisce Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray – coloro che l’avevano odiato non potevano trattenere le lacrime e Atalanta, che l’aveva maledetto, lo benedisse”.

In copertina e qui sotto la Deposizione (1507) di Raffaello, anche detta Pala Baglioni, in quanto commissionata da Atalanta Baglioni come omaggio al figlio Grifonetto, ritratto nel giovane che sostiene le gambe del Cristo. Vi si riconoscono anche la moglie di Grifonetto Zenobia Sforza (nella Maria Maddalena) e Atalanta stessa (nella Madonna). In origine la pala fu collocata presso la cappella dei Baglioni nella chiesa di San Francesco al Prato di Perugia, mentre nel 1608 raggiunse Roma su richiesta del pontefice Paolo V, che volle farne dono al nipote Scipione Borghese. Oggi si trova alla Galleria Borghese di Roma.

Raffaello - Deposizione (1507)

 

Leggi anche la storia dell’efferato omicidio dell’avvocato Bianchi, sgozzato in piazza Morlacchi il 30 agosto 1905.

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