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di Nicolò Doveri

La libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione cantava Giorgio Gaber nel 1972, denunciando l’ingenuità politica della deriva spontaneista assunta come ideale da parte di molti giovani e meno giovani di allora. Nella sua critica disincantata della società italiana, la fantasia del ritorno allo “stato di natura” appariva non meno illusoria della fiducia incondizionata nello “stato di diritto” e della moderna fede nella tecnica e nel progresso scientifico.
A quell’epoca avevo 8 anni e vivevo a Roma, in un quartiere della periferia sud, e su questi argomenti non avevo molte opinioni a riguardo.
Andavo a giocare in un giardino, meglio sarebbe dire un campo: un fazzoletto di campagna romana risparmiato dalle costruzioni che sorgevano tra le carreggiate rumorose di via Cristoforo Colombo e via Ardeatina.
Ricordo che in quel campo giocavo a pallone con altri bambini, raccoglievo fiori quando era la stagione ed estraevo dalla terra tessere di mosaico bianco e nero, provenienti da pavimenti di antiche ville romane andate distrutte, per la mia rustica collezione di reperti archeologici.
Nei mesi freddi, mi capitava di avvicinarmi a greggi di pecore che transumavano dal vicino Appennino, lasciando sul terreno costellazioni di escrementi lucidi e neri.
Il Comune di Roma non era tanto presente: ogni tanto tagliava l’erba e, ad un certo punto, aveva montato un’altalena per i più piccoli.
Per noi bambini, quel campo sospeso tra la città e la campagna era uno “spazio libero” dove potevamo giocare, correre, azzuffarci, fermarci a riprendere fiato e a riflettere, senza che nessuno ci dicesse come e perché farlo. Uno spazio verde che accoglieva le nostre fantasie e le trasformava magicamente in possibilità.
Poiché andavo a letto al tramonto (cioè dopo Carosello), non mi ero però accorto che nel mio giardino stava accadendo nottetempo qualcosa di brutto: una cosa davvero temibile che un signore di nome Pasolini aveva chiamato “la scomparsa delle lucciole”.
Come in un incubo, quell’oscurità senza bagliori e senza limiti ha inghiottito tutto: la libertà, la fantasia, i bambini e le pecore.
Molti anni più tardi – da quello stesso buio – ho visto uscire figure inquietanti in abbigliamento paramilitare che, armate di pistole e ricetrasmittenti, prendevano possesso dello “spazio libero” e imponevano le loro regole di “partecipazione”.

Spazio libero e concetto di libertà
Spazio libero e concetto di libertà

Milano, anno 2015. In un sabato di luglio molto caldo, tante persone passeggiano in piazza Gae Aulenti, la nuova agorà sorta ai piedi dei grattacieli più discussi di Milano: turisti, famiglie, giovani, bambini.
Per molte di esse, il desiderio di rinfrescarsi nelle acque della fontana “calpestabile” progettata da un famoso architetto diviene impellente; tanto forte da contrastare le condotte usuali, vincere le resistenze e soddisfare il bisogno comune di bagnarsi.
La pratica “partecipativa” sorta spontaneamente (si usa insieme un bene comune, si condivide un’esperienza) è stata però contrastata ed interrotta. Sulla piazza sono apparsi cartelli vietanti la “balneazione” e gli uomini della vigilanza privata che “protegge” i beni dell’Immobiliare Porta Nuova non hanno esitato ad entrare in azione. Come ha scritto Sara Regina sul Corriere della Sera del 18/07/2015: «in molti si sono avvicinati agli spruzzi per rinfrescarsi, ma i bambini che si soffermavano un po’ di più sono stati rimproverati e allontanati dai vigilantes della proprietà, che li hanno richiamati all’ordine senza lasciarsi impietosire dai 40 gradi di una delle giornate più torride dell’estate».

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La giornalista, in maniera discorsiva ma esplicita, si è posta giustamente il problema della legittimità del divieto e degli interventi coercitivi conseguenti, ovvero della validità delle regole e della facoltà di un soggetto privato di farle rispettare: «Ma chi ha deciso di privare le famiglie milanesi di questa semplice gioia? Mistero. La proprietà fa rispondere che è stato il Comune (…). Dal Comune rispondono che sì, effettivamente, il Regolamento del verde vieta di fare il bagno nelle fontane, salvo esplicita indicazione, ma sottolineano anche che la polizia locale in questi giorni di emergenza caldo ha ben altre priorità».
Forse si è trattato di un errore, un abuso di potere fortuito dettato dallo smarrimento conseguente alla calura estiva: di certo spiacevole ma non per questo indicativo di un sistema di repressione intenzionale.
Qualche mese più tardi, però, ho assistito nello stesso luogo ad un episodio che mi ha costretto ad interrogarmi nuovamente sulla questione.
Due giovani, appassionati di fotografia, piazzano i loro cavalletti al bordo della fontana per riprendere i giochi d’acqua nella luce del tramonto. Ad un tratto, sono avvicinati da una guardia giurata che intima loro di andarsene perché “qui è vietato fare fotografie”. Dopo qualche debole protesta, i giovani cedono all’intimidazione, smontano le loro attrezzature e rinunciano supinamente al progetto fotografico.
Piazza Gae Aulenti è segnalata da una targa di pietra in tutto identica a quelle che identificano altre vie e piazze milanesi. Si tratta allora di uno spazio pubblico soggetto alle regole di convivenza dappertutto vigenti oppure di uno spazio privato che implica un regolamento diverso? I cittadini che vi sostano lo fanno con pieno diritto oppure sono da considerare ospiti che godono di un privilegio revocabile?
La domanda non mi esce dalla testa e si complica ulteriormente quando poco distante, nel giardino pubblico che circonda la Fondazione Catella – all’interno dell’area che dovrebbe ospitare il nuovo parco cittadino chiamato pomposamente “Biblioteca degli alberi” – assisto ad un nuovo episodio di difficile interpretazione.
Una donna legge tranquillamente il giornale seduta su una panchina. Ad un tratto, in modo istintivo, si toglie le scarpe, solleva le gambe e mette i piedi sulla seduta di legno. Immediatamente, un addetto alla sorveglianza della Fondazione esce dallo stabile e la obbliga a rimettersi le scarpe, tacciandola di maleducazione.
Il problema, dunque, esiste ma comincio a credere che dipenda esclusivamente da una mia visione alterata della realtà. Probabilmente, le categorie di giudizio e di valore che sono andate formandosi mentre giocavo nel giardino della mia infanzia romana non sono più idonee a comprendere il mondo ed interferiscono pesantemente con la capacità di adattamento all’ambiente attuale. Sarà senz’altro così, sono io che sbaglio, ma non voglio ancora svegliarmi e resisto testardamente all’evidenza.
L’ambiguità che mi tormenta potrebbe essere un fenomeno isolato; un vizio caratteristico di un’area metropolitana in cui amministrazione comunale, poteri finanziari e speculatori edilizi hanno stretto patti e stipulato convenzioni per lo sfruttamento ed il controllo del territorio, ignorando volontariamente altri portatori di interessi e di bisogni.
Lo sgomento mi assale quando, attraversando un altro giardino comunale – il parco Citylife, sorto nell’area della vecchia Fiera – incappo negli stessi fenomeni enigmatici.

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Una ragazzina che siede sul prato con altri amici beve un sorso d’acqua da una bottiglia e la depone semipiena sull’erba in attesa di servirsene nuovamente. Un agente della security che fa avanti e indietro sul vialetto la nota ed interviene inopportunamente: “buttala subito nel bidone dell’immondizia! Hai capito?”
Anche in questo caso, l’impressione che ne traggo è che gli spazi pubblici siano sempre più in “ostaggio” a soggetti privati che forzano norme generali il cui scopo è ovvio (preservare un bene comune, favorire la massima partecipazione da parte di fruitori differenti) piegandole ad interessi particolari e poco trasparenti.
In questo modo il “concetto di libertà” di chi partecipa del bene pubblico (“prende parte”) è soggetto ad un progressivo ed irrimediabile deterioramento.
La necessità di comprendere meglio ciò che sta dietro i fatti banali che ho brevemente descritto mi induce finalmente a fare qualche ricerca.
Consultando il Regolamento d’uso del verde del Comune di Milano apprendo che esistono almeno tre tipologie di spazi verdi accessibili: “parchi e giardini comunali, spazi di proprietà pubblica (…) affidati in concessione ad associazioni, enti o privati per il loro utilizzo sociale, giardini privati aperti ad uso pubblico in base a convenzioni a tal fine stipulate con la proprietà” (art.1).
Sebbene vincoli, divieti e criteri esposti nel Regolamento rappresentino il quadro principale di riferimento, nel caso di spazi pubblici dati in concessione, l’accesso dei cittadini è regolato “secondo le norme e gli orari stabiliti dal concessionario in ottemperanza a quanto previsto dalla convenzione” (art.6).
Tale indicazione sembrerebbe pertanto garantire a chi gestisce il giardino un’ampia discrezionalità normativa ed esecutiva, seppur temperata dalla controparte pubblica. Consentirebbe, inoltre, l’applicazione puntuale delle norme d’uso, a fronte di una maggiore disponibilità di risorse economiche ed umane in confronto ai mezzi sempre più scarsi e sfilacciati dell’ente locale (opzione tolleranza 0).
Addentrandomi ulteriormente nella materia, capisco però che molti giardini appartenenti a questa categoria sono il prodotto del ricorso sempre più diffuso alla compensazione degli “oneri di urbanizzazione (le tasse che un costruttore edile deve al patrimonio collettivo) attraverso la costruzione di “opere di urbanizzazione”, cioè opere di utilità pubblica come appunto spazi verdi, scuole, parcheggi, ecc.
Il circolo vizioso è dunque il seguente: un terreno pubblico adiacente ad un complesso edilizio privato diviene giardino mediante l’uso virtuale di denaro pubblico ma, attraverso la formula della concessione, ritorna nelle mani del privato che ha interessi immediatamente contigui e lo trasforma in un’appendice di un bene di consumo in vista di un profitto.
Il mistero è infine svelato. La repressione delle libertà individuali ha uno scopo puramente funzionale e non risponde ad alcun teorema occulto di ingegneria sociale.
Semplicemente, il bene pubblico non esiste. Esso è concepito in funzione di un interesse privato (ad esempio, migliorare la vista degli appartamenti di lusso che su di esso di affacciano oppure allontanare fonti di disturbo come traffico, mercati rionali, aggregazioni spontanee, ecc.) e in tale ottica deve essere protetto, anche col ricorso alla forza.
Una strategia che ha effetti incalcolabili sulla psiche umana e sul senso di libertà e partecipazione da cui abbiamo preso le mosse.
Come mi è apparso chiaro dalle parole di molte persone a cui ho provato ad esporre le stesse questioni riportate in questo scritto. Persone che dopo aver ascoltato con qualche insofferenza i miei argomenti hanno risposto: “vabbene, ma in questo modo i miei figli hanno un posto dove andare a giocare!”

Addio giardinetti popolari, ora si tratta di verde al servizio dei privati più ricchi
Addio giardinetti popolari, ora si tratta di verde al servizio dei privati più ricchi

Su questa idea di privatizzazione del bene comune a vantaggio dei più ricchi, vi invitiamo a leggere anche questo testo di Antonio Cipriani: Gioia e rivoluzione. Lettera d’amore ai coltivatori di papaveri rossi.

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