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di Alberto Brizioli

 

Il motivo per cui sono qui è una cena con una gran varietà di pietanze… e un incendio.
Io, sia chiaro, ho curato l’organizzazione di una soltanto delle due cose.

Passeggio per una periferia tutta lavori in corso.
Dalle immagini che ne adornano il perimetro deduco che qui sorgeranno grandi complessi residenziali.
Molto verdi.
Molto sorridenti.
Per ora molti operai poco sorridenti.
Entro in un supermercato in cerca di un po’ di pane e di qualcosa da infilarci in mezzo.
I sobborghi della mia mente avvicinano la decisione che devo prendere.
Vengo scrutato dall’addetto alla sicurezza cui non piace il mio gironzolare senza carrello.
Non è un buon segno che susciti sospetti anche quando compro un panino.
Alla cassa devo spicciare la seconda banconota da 10€.
Esco e mi piazzo su una panchina a squarciare il pane a mano e farcirlo.
Mentre il pollice affonda nella mollica penso a voce alta: “ORA VADO A CERCARMI UN LAVORO VERO”.
Mangio e mi preparo a questa prospettiva di legalità.

Mi restano pochi morsi quando vedo in lontananza qualcosa che mi sorprende.
La francesina cammina in direzione dei cantieri.
È di spalle ma sono certo che sia lei.
Quei capelli ossigenati e rasati da una parte sono inconfondibili.
Gira l’angolo e, non chiedetemi perché, mi alzo di scatto a vedere dov’è diretta.
Mi affaccio alla svolta.
Costeggia a passo svelto un edificio di quelli che non ne possono più.
Sta per scomparire ancora sulla destra.
Mi affretto per non perderla.
Arrivo in un quartiere popolare.
Un’area residenziale con tanto di parco giochi privato.
Avrò tempo per chiedermi le ragioni di quello squarcio in mezzo all’alluminio dello scivolo.
Lei continua a camminare, pare abbia le idee molto chiare sulla propria meta.
Sto per proseguire l’inseguimento quando una voce mi distrae.
È un tipo basso, incappucciato, con grossi occhiali da sole e vestiti che un tempo dovevano essere dignitosi.
Dice una serie di cose in slovacco cui rispondo:
“Sorry I don’t speak slovak!” penso di averlo liquidato.
“Peniaze! Peniaze! Jest’! ” non molla lui.
“Sorry I don’t understand, sorry!”.
Mi volto e non riesco più a vedere la francesina.
Faccio per scattare a ricercarla ma una mano mi afferra per il collo da dietro.
La potenza della stretta mi disarma.
Vengo scaraventato spalle al muro.
“Knifff, know knifff??”
“Knif..” sto ripetendo, e all’altezza della F lui estrae un coltello dalla tasca posteriore dei pantaloni.
Niente di enorme, ma sufficiente per rendere meno piacevole il mio soggiorno.
“Peniaze! Peniaze!”
Non conosce altre parole, ma non posso fingere di non aver capito dove vuole arrivare.

Temporeggio, la mia mente non riesce a concepire espedienti di salvezza.
Aver portato con me tutto il denaro di cui dispongo mi sembra un errore troppo ovvio per essere vero.
Lui va al sodo facendomi avvertire la punta della lama sullo stomaco.
Meglio che la gola, ma non ho molte alternative.
Tiro fuori il portafogli, me lo strappa subito di mano e corre via.
Quando si trova ad una quindicina di metri si arresta per estrarre il denaro, lancia il portafogli a terra e riparte.

Tutto quello che mi rimane sono 9,98€.
Per fortuna avevo lasciato il resto del supermercato in tasca.
Poi ho recuperato qualche moneta qua e là.
Pochi minuti fa pensavo che a quest’ora mi sarei trovato in qualche bar ad elemosinare un lavoro.
Invece mi sto avviando verso casa, con meno soldi e quasi nessun buon proposito rimasto.

Al ritorno in ostello dormo per qualche ora, scarico l’adrenalina.
Realizzo che per la prima volta in vita mia sono solo.
Nessuno che sappia dove mi trovo.
Nessuno che si aspetti di ricevere mie notizie.
Nessuno pronto ad aiutarmi in caso di necessità.
Nessuno.
Solo io e queste pasticche e questi pochi spicci.
Vorrei stringere in un unico abbraccio tutte le persone della mia vita.
Dalle maestre delle elementari all’allenatore di pallone ai compagni di liceo.
Fonderci in un’overdose di intimità.
Intuire al reciproco sguardo i ricordi condivisi.
Sentirci qualcosa di importante nell’imperscrutabile meccanismo dell’universo.
Invece sono qui e devo fare i conti con la mia irrilevanza.
Un uomo, già di per sé poca cosa, quando rimane solo rischia di uscire dal campo visivo di Dio.

Vado in terrazza a controllare che il sacchetto sia al suo posto.
Il sole sta tramontando.
A questo punto non c’è più nulla da decidere.
La risposta è la sopravvivenza.
E poi, lo sapevo fin dall’inizio di esserci dentro fino al collo.

 

Clicca qui per guardare Nessuno #1 – “Quel che succede a Bratislava rimane a Bratislava”

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