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di Antonio Brizioli

 

In altre zone di questo universo, è facile da realizzare, esiste tutto ciò che io non riesco ancora a immaginare…” (Bluvertigo – Altre forme di vita)

Storicamente ci sono sempre state cose definite “minori”, che il tempo ha riscattato. Le arti minori nel Medioevo, l’artigianato in fin dei conti: falegnami, lattaioli, fabbri, cuoiai, anche laddove questo sfociasse in forme d’arte raffinatissima come l’intaglio, l’oreficeria, il mosaico… Fino al XIX secolo con il termine di arti minori sono state gerarchicamente subordinate tutte le forme alternative a quelle nobili: pittura, scultura e architettura.

Ogni volta che la storia, intesa come l’estabilishment che la rappresenta, ha indicato qualcosa come minore, il tempo gli ha reso merito: pensiamo ai film “di serie B”, uno dei più intensi e disorganizzati fermenti culturali dell’Italia del dopoguerra, che ha visto autori incredibili come Mario Bava, Lucio Fulci, Fernando Di Leo, Antonio Margheriti, Aldo Lado e molti altri, essere marginalizzati dal paese del grande cinema e per ironia della sorte riscoperti con qualche decennio di ritardo fino a forme di venerazione e citazionismi esasperati come quello di Tarantino, ogni film del quale è un tributo più o meno nascosto a questi autori. Perfino un poeta alla base del nostro sistema d’istruzione come il Petrarca, ha conquistato la storia con i suoi “frammenti di cose volgari” (Il Canzoniere, più propriamente titolato “Rerum vulgarium fragmenta”), lasciando solo agli studiosi più perversi lo studio delle grandi opere latine con le quali pensava di conquistarsi un posto saldo nella storia. E si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.

Quando abbiamo deciso di fare un giornale di carta ci siamo automaticamente posti come esperienza minore. E in effetti sul nostro tavolo non c’era “Il Politecnico” di Vittorini, che con tutto il rispetto forse non saprebbe oggi ispirarci più di tanto, ma cosette tipo “AIZ”, temutissimo foglio impreziosito dai montaggi del dadaista John Heartfield che circolava clandestinamente in Germania durante il nazismo, “Die Pleite” con in copertina le caricature di George Grosz che denunciavano proprio il militarismo capitalista della Germania pre-nazista, alcune cose uscite negli anni Settanta per dieci, cinque, a volte un numero soltanto. Ed è poesia quando il nostro Andrea Frenguelli riscopre con la sua rubrica anti-eroi come Pietro Castellini, che non aveva la coscienza politica né le conoscenze giuste per trasformare il proprio martirio in statue di marmo su tutte le rotonde della città e si è gettato a cuor leggero contro le truppe pontificie che avevano calpestato una curatissima aiuola di Ponte San Giovanni nella loro marcia verso l’assedio del XX Giugno a Perugia. Gente istintiva, che poco si curava del libro di storia, ancor meno delle pallottole in pancia. Il culto del minore che porta qualche disperato a fare il bagno su un torrente appenninico piuttosto che sul mare celeste della Sardegna, vuoi per necessità, vuoi per scelta romantica. Il culto del minore di chi senza paura riesce ancora ad affermare una passione per le donne grasse, che d’altra parte sarebbero state icone di bellezza qualche secolo fa. Di chi comprende la necessità di giochi stupendi come il doppio a tennis, che qualche scelta calata dall’alto vorrebbe far sparire senza un perché: gioco di strategia, intensità, passione… Tornerà di moda.

Tornerà di moda anche il ballo lento (lo dicevano i Baustelle qualche album fa): chissà perché oggi stringersi sussurrando qualcosa all’orecchio non risulta più adeguato? Tornerà di moda andare a cavallo, intendo andarci al lavoro ovviamente, perché è ecologico e pratico. E la merda di certo puzza ma inquina meno dei tubi di scarico. Faremo città a misura di cavallo. Torneranno di moda il misticismo, l’ascesi, le forme più violente di cristianesimo tendenti al disprezzo della vita terrrena. È bene tenere presente che anche le persone famose non sono quasi mai famose per le cose in cui più hanno creduto. Ce lo ricorda la metafora del pluripremiato uomo uccello (“Birdman”), che parla proprio di questa prigionia, che ti porta ad essere identificato con qualcosa di fisso e incancellabile, a volte stupido. E rischi di esserne schiavo finché non ti lanci in un volo supremo e liberatorio. Ma questo film è famoso e premiato e quindi fa crollare tutto il mio ragionamento. No, scherzi a parte credo di no… Perché non penso sia stato premiato per aver accarezzato il punto caldo di quanto sia selettiva e pesante la scelta fra essere uccello, mammifero, anfibio… E di come pensando fuori da queste categorie, veramente si potrebbe volare e strisciare allo stesso tempo, sparire e riapparire, smettere di morire e scoprire tutto ciò che non si riesce ancora ad immaginare.

 

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