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Paolo IV fu uno dei personaggi più controversi dell’età moderna. Instancabile riformatore, abile tessitore politico, pervicace inquisitore, ortodosso fino all’ultimo dei suoi giorni ebbe un impatto decisivo sulla storia della Chiesa e della Penisola. 

 Roma, stanze pontificie, la notte compresa tra il 18 e il 19 agosto, 1559.

È notte fonda. Fuori c’è un gran temporale. Un estate così fredda non si vedeva da almeno trentadue anni. La popolazione stremata dai cattivi raccolti, è in procinto di rivolta. Le loro urla si mescolano con i boati provenienti dal cielo.

Nonostante la lunga malattia che lo affligge da tempo, la mente del pontefice è ancora perfettamente lucida «Stanno aspettando la mia fine» pensò a voce alta. «Ingrati!». «Non hanno minimamente idea di cosa ho fatto io per loro! Li ho salvati dalla peste luterana, ho cercato di difenderli dalla prepotenza degli Asburgo e ed ecco qual è il ringraziamento che hanno in serbo per me, è proprio vero che al popolo piace essere ingannato. Dio solo sa quante cose hanno dovuto vedere i miei occhi, e cosa ho dovuto fare per ristabilire il naturale ordine delle cose».

testa di papa carafa
Testa del monumento distrutto dedicato a Paolo IV

I pensieri del pontefice furono interrotti dall’ingresso all’interno della stanza del cardinale Ghislieri, il quale espose dettagliatamente la situazione in cui riversava la città in quelle ore. «Santità!», disse il cardinale. «Abbiamo messo in sicurezza il Campidoglio e il convento di Santa Maria sopra Minerva, inoltre, abbiamo accerchiato la zona di Campo Marzio in modo tale da neutralizzare ogni possibile tentativo di sovvertire l’ordine da parte da parte dei filo-imperiali». «Mi auguro che abbiate nascosto in un luogo sicuro i documenti della sacra congregazione. Se l’imperatore e il re di Spagna sapessero…» Dalla sua voce non traspariva nessun coinvolgimento emotivo. Come sempre. «Santità!» lo interruppe prontamente il cardinale. «Come le avevo promesso, tutti i documenti sono stati nascosti nei sotterranei di Castel Sant’Angelo, in modo tale da non cadere nelle mani di qualche filo-imperiale privo di scrupoli e senza Dio, e ora riposatevi, che ne avete bisogno!». Qualche istante dopo, Paolo IV, rimasto solo nella sua stanza, continuò a ragionare sugli avvenimenti che stavano accadendo in quei giorni. Nonostante le grandi preoccupazioni, il pontefice inconsciamente seguì il consiglio del suo fedele compagno e chiuse gli occhi per riposarsi, con l’intenzione di riprendere le fila del ragionamento il giorno seguente. Da quel momento in poi però i suoi occhi non si riaprirono più.

Fu in questo modo che Paolo IV la notte del 18 agosto 1559 si spense all’età di ottantatré anni. La mattina seguente, dopo aver appreso la notizia, la folla inferocita oppressa da quattro interminabili anni di grigio rigore inquisitoriale, mutilò la statua del defunto pontefice che era situata in Campidoglio, per poi in seguito gettarla sul fiume Tevere. Non soddisfatti, gli insorti si diressero presso il convento domenicano di Santa Maria sopra minerva, la quale era la sede principale dell’Inquisizione romana e lì fu incendiato il monastero , furono fatti fuggire i prigionieri e vennero feriti in maniera grave molti frati domenicani che custodivano il luogo.

Gian Piero Carafa (Paolo IV), avrebbe sicuramente desiderato un maggior riconoscimento da parte della popolazione per le azioni intraprese lungo il corso della sua longeva vita, dedicata, a suo dire, esclusivamente a custodire la vera cristianità. Nato a Capriglia da una potente famiglia campana, sin da giovanissimo espresse il desiderio di intraprendere gli studi teologici. Grazie all’influenza dei consanguinei, fu introdotto appena diciottenne all’interno della corte di papa Alessandro VI, nella quale poté vedere con i suoi occhi lo squallore, e l’immoralità che attanagliava i vertici della cristianità. Da quel momento in poi il ragazzo iniziò a maturare una visione per la quale era necessario tanto un rafforzamento delle istituzioni fondamentali dello Stato della Chiesa, al fine di recuperare la credibilità perduta nel corso dei secoli, quanto una profonda riforma ecclesiastica capace di scongiurare uno scisma che si stava profilando al di là delle Alpi proprio in quei anni ad opera di un monaco agostiniano Martin Lutero. Nei primi venticinque anni del sedicesimo secolo ricoprì moltissimi importanti incarichi a livello internazionale che lo portò a conoscere i principali attori politici del secolo.

Noto a tutti per il suo rigore morale, la sua instancabile volontà riformatrice, e per la sua avversità nei confronti degli Asburgo, divenne uno dei personaggi più influenti del pontificato di Clemente VII. E fu proprio durante questo pontificato che venne intrapresa una politica anti-imperiale cercando di legare mediante una alleanza stabile e duratura, tutte le potenze (a partire dalla Francia) che si sentivano minacciate o ancor peggio soffocate dall’immenso impero di Carlo V. La risposta di Carlo non si fece attendere e nel 1527 si verificò uno degli episodi più drammatici dell’età moderna, il Sacco di Roma. Questo evento, lascio un segno indelebile su tutti gli individui che sfortunatamente ne presero parte. Gian Piero Carafa fu imprigionato, e torturato per diversi mesi, fino a quando grazie all’aiuto di un ambasciatore veneziano di sua vecchia conoscenza, riuscì a fuggire camuffandosi come uno dei servitori del diplomatico, eludendo in maniera beffarda le guardie imperiali.

carafaDa quel momento in poi le istanze di rinnovamento vennero declinate in chiave reazionaria e conservativa, al fine di contrastare con ogni mezzo l’espansione luterana che dilagava per tutta l’Europa. Negli anni trenta del cinquecento, a Roma si respirò aria nuova, generata in parte anche dall’elezione del nuovo Papa Paolo III Farnese, su cui venivano poste forti speranze sulla eventuale riuscita di una riforma che potesse ricucire in maniera definitiva lo scisma all’interno della cristianità. I risultati del suo operato tuttavia furono al di sotto delle aspettative, nonostante la convocazione della prima seduta di quello che diventerà il Concilio di Trento e l’istituzione, nel 1542, della Suprema Sacra Congregazione del Sant’Uffizio. Questo organo, formato da una commissione centrale composta da sei cardinali, fu di di fatto presieduto perennemente da Carafa. Da questo organo principale si diramavano le sezioni distaccate, che corrispondevano grossomodo all’ampiezza delle diocesi. Questo preziosissimo strumento, aveva lo scopo di reprimere ogni forma di eresia e di inquadrare mediante uno schema disciplinare ben definito tutte le gerarchie ecclesiastiche. Carafa inglobò nella categoria degli eretici non soltanto i protestati ma a chiunque avesse elaborato una riflessione critica ai valori e precetti considerati fondamentali della religione cattolica. Nel giro di pochi anni l’Inquisizione romana penetrò in tutti gli stati della penisola dando vita ad una clamorosa catena di arresti nei confronti di mercanti librai, pittori, piccola nobiltà cittadina, donne, vescovi, cardinali.

Fu così che questo oscuro personaggio riuscì ad avere il pieno controllo della vita politica romana e internazionale. Dopo la morte di Paolo III, grazie al lavoro meticoloso di raccolta di informazioni e prove fu in grado di impedire l’elezione papale all’esponente di spicco dell’ala irenica moderata del mondo cattolico, Reginald Pole (gli mancò un solo voto per diventare pontefice). Nel 1555, anno cruciale per la storia d’Europa, visto che dopo quasi quarant’anni di lotte religiose, in Germania si riuscì ad arrivare ad un faticosissimo accordo di reciproco riconoscimento tra le comunità cattoliche e le comunità protestanti, a sud delle Alpi Carafa ricevette la tiara e prese il nome di Paolo IV. Da quel momento in poi lungo tutta la penisola si estese l’oscura mano inquisitoriale che diede il colpo di grazia a tutti coloro che ancora speravano in una riforma della Chiesa.

Durante il pontificato fu redatto l’indice dei libri proibiti con l’obbiettivo di prevenire e distruggere ogni forma di deviazione dalla dottrina imposta dalle autorità. I cittadini romani in questi lunghi quattro anni sentirono interamente sulle proprie spalle il peso dell’austerità paolina ed è proprio per questo che il giorno della sua morte, la folla esplose in un tumulto tanto forte da far tremare la città eterna, e chissà magari persino in grado di risvegliare i gloriosi imperatori romani nelle tombe in cui giacevano sepolti da più di mille anni.

La volontà riformatrice non sempre porta al cambiamento auspicato.

 

Alessandro Latterini

Un commento su “Paolo IV tra riforma e Inquisizione

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