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di Antonio Brizioli

 

Per comprendere la storia che ci apprestiamo a raccontare e – soprattutto – per non fare l’errore di prenderla senza la dovuta serietà, è necessario chiarire un presupposto ad oggi non scontato: ciò che il futurismo si proponeva al di sopra di ogni altra cosa era il confluire dell’arte nella vita quotidiana, fino ad una confusione totale con la stessa.

Questo principio (accolto come una sfida da tutte le avanguardie europee successive) fu chiaro fin da quando nel manifesto fondativo del 1909, Marinetti parlò di vita, di società, di nazione, di guerra, di rapporto con il tempo, con la tradizione, col progresso, molto più che di principi artistici legati alle singole discipline, che saranno esposti di volta in volta in specifici e successivi manifesti. Questo fece del futurismo (per alcuni una forza rigeneratrice, per altri semplicemente una tendenza) il motore di un rinnovamento esteso a tutti i livelli della vita. Non solo dunque comparvero a catena, fin dai primi anni del movimento, manifesti e articoli che si proposero di riformare la pittura, la scultura, la poesia, il teatro, l’architettura, la drammaturgia… Ma, soprattutto nella seconda fase del movimento, si avanzarono soluzioni di rottura totale con la tradizione anche nell’ambito della grafica, della pubblicità, dell’arredamento, dell’abbigliamento, della cucina.

Già, la cucina, perché proprio in questo campo Marinetti fece scoppiare nel 1930 un caso di stato che minacciò una delle sacre fondamenta del Bel Paese: la pasta asciutta.

Ma facciamo un passo indietro. La cucina futurista fu teorizzata ed espressamente proposta dal famoso chef parigino Jules Maincave, che proprio nella capitale francese Marinetti ebbe modo di conoscere. L’estroso chef scrisse già nel 1913 un Manifesto della cucina futurista, comparso sulla rivista parigina “Fantasio” e recuperato in seguito da numerosi periodici italiani.

Da secoli l’uomo, come una bestia, si pasce. Non ha ancora mangiato.

Un centinaio di individui ignobili quanto ignari, fregiati del pomposo titolo di “chef” e infatuati dalle loro funzioni, si accaniscono ad annullare nell’uomo la sensazione gustativa e a corrodere la “tattilità” della bocca, che non è più che un apparato masticatorio invece di essere – ciò che è il fine della sua creazione – il centro dei più intensi godimenti. Il palato umano, destinato ai piaceri raffinati della tavola, è diventato una pattumiera.

È arrivato il momento di reagire contro una situazione che prolungandosi rischia di abbassare l’uomo al rango dei ruminanti.

E la traduzione pratica di questi principi è l’utilizzo di misture “non autorizzate” (tipo unire il rhum al sugo di maiale); l’introduzione a fianco degli aromi tradizionali di rosa, violetta, mughetto, lillà, verbena; la presenza sul tavolo di essenze di fiori e di frutti. Sul ricettario di Maincave si scorgono le rane farcite di un battuto di gamberetti rosa, le uova in camicia nel sangue di bue, i filetti di sogliola alla crema Chantilly spolverati di lische pestate…

Maincave propose le sue teorie e ricette a Marinetti, che ne rimase entusiasta, e la sua propaganda culinaria non s’interruppe neppure quando, coerentemente con i suoi ideali futuristi, lo chef francese si arruolò come cuoco nel 90° reggimento fanteria in linea nelle Argonne. Celebri le sue proposte al fronte della “costoletta d’attacco” e della “costoletta di resistenza”, che rendevano più temerari gli assalti di trincea, al pari della boutade con cui Maincave sosteneva di servirsi per cucinare del fuoco nemico. Il fuoco nemico che, privo forse del suo senso dell’umorismo, lo uccise senza pietà.

Toccò a quel punto al fondatore e teorico del futurismo riprendere in mano la questione a diversi anni di distanza. Così il 28 dicembre 1930, Marinetti pubblicò su “La Gazzetta del Popolo” di Torino, il suo Manifesto della cucina futurista (qui il testo integrale). Se l’idea di rinnovare la tavola e portare nuovi stimoli al palato riprende il discorso di Maincave, numerose sono le integrazioni e gli spunti polemici aggiuntivi che Marinetti come nessun altro sapeva architettare. In particolare un passaggio non era destinato a giacere inosservato: quello in cui il padre del futurismo propose “l’abolizione della pasta asciutta assurda religione gastronomica italiana”. E i motivi addotti a riguardo furono più che convincenti: la non coincidenza con lo spirito vivace e appassionato degli italiani, l’inferiorità nutritiva rispetto a carne, pesce e legumi, la necessaria importazione di grano imposta dall’alimento, a danno del riso prodotto in Italia…

E soprattutto una proposta alternativa che mise in seria difficoltà i “difensori della pasta asciutta”, che “ne portano la palla o il rudero nello stomaco come ergastolani o archeologi”.

Il Carneoplastico: un complesso plastico, disposto come una scultura, che intendeva allietare dapprima gli occhi e la fantasia e poi il palato con l’esplosione di decine di sapori tutti insieme. Celebre quello chiamato “Sole + Equatore”, ideato dal pittore Prampolini, che prevedeva “un mare di equatoriale di tuorli rossi d’uova all’ostrica con sale, pepe e limone”, dal cui centro emergesse “un cono di chiaro d’uovo montato e solidificato pieno di spicchi d’arancio come succose sezioni di sole”, con la cima “tempestata da pezzi di tartufo nero tagliati in forma di aeroplani negri alla conquista dello zenith”.

Mi rendo conto che tutto questo oggi corre il rischio di sembrare uno scherzo o al più un’arguta provocazione, ma al tempo si trattò di una proposta serissima, avanzata da uno degli intellettuali più stimati e seguiti in Italia e in Europa e realmente praticata nelle serate futuriste di tutta la penisola. Per questo l’abolizione futurista della pasta asciutta destò grande scalpore e non tardarono ad arrivare strenui oppositori. Leone Gessi scriveva nel 1930 su “La Festa”: “L’Italia è a rumore. L’accademico Marinetti, ha attaccato la pasta asciutta, cibo troppo materialistico; ed un altro accademico novecentista, Massimo Bontempelli, gli ha risposto per le rime”.

Già, Bontempelli, scrittore, giornalista e saggista, convinto assertore del fascismo, vicino in arte al realismo magico degli amici Savinio e De Chirico, nominato proprio nel 1930 Accademico d’Italia, nel rispondere a Marinetti su “La Cucina Italiana: Giornale di gastronomia per le famiglie e per i buongustai”, si trovò costretto a chiamare in causa un’autorità del calibro di Giambattista Vico:

Lo sai, caro Marinetti, che Giovan Battista Vico era un gran mangiatore di pasta asciutta? Se tu lo avessi nutrito di cibi più leggiadri, e se ciò avesse avuto influsso sul suo spirito, ne sarebbe dunque nato qualcosa di più “veloce” che “La Scienza Nuova”. Se così è, rendo grazie ai quintali di paste asciutte che lui dové smaltire nei settantaquattro anni della sua vita.

E alla fine di un lungo ragionamento su quali dovessero essere i rapporti fra tradizione e innovazione nel paese che ha prodotto “la pasta asciutta e i trattati di Dante”, Bontempelli concluse con il proclamare insuperabili “tutte le paste asciutte e le minestre, e per la dieta carnea la Costata alla Fiorentina e l’Abbacchio Arrosto: i tre piatti fondamentali della storia d’Italia”.

Mentre quindi Bontempelli rispondeva all’arbitrarietà con l’arbitrarietà, come nella migliore delle diatribe fra intellettuali, l’allarmismo colse inesorabile i nuclei stessi del futurismo italiano. In particolare i futuristi liguri si sentirono in dovere di inviare a Marinetti una vera e propria “supplica”, apparsa su “Il Lavoro” il 16 gennaio 1931. La richiesta era semplice:

Noi futuristi liguri – mentre schieriamo tutte le nostre forze accanto alle Vostre contro maccheroni, vermicelli, spaghetti e tortellini – abbiamo l’ardire di indirizzarVi la presente supplica perché venga pubblicamente dichiarata leale neutralità verso i ravioli, per i quali nutriamo profonde simpatie ed abbiamo doveri di riconoscenza e di amicizia.

Marinetti non sembrò sensibile alla supplica e fra le 14 portate con cui fu inaugurata a Torino la taverna futurista del Santopalato, l’8 marzo 1931, figuravano l’antipasto intuitivo, il brodo solare, il pollofiat… di certo non la pasta asciutta.

Alla Galleria Pesaro di Milano, al banchetto intitolato “Glorificazione della cucina futurista” del 1933, per la cifra di 30 lire si arrivò a proporre agli avventori plastica mangiabile modellata dagli artisti Tapparelli, Prampolini, Fillìa e Munari. Mentre nei menù dei migliori ristoranti italiani comparvero l’uno dopo l’altro l’ostrica futurista, il brodo di rose e sole, il risotto alla stratosfera, la torta scalpitante, la bomba futurista ed altre ricette ispirate alla proposta marinettiana.

Oggi, a distanza di quasi un secolo, il dibattito scatenato da Marinetti può dirsi concluso per quel che riguarda la pasta asciutta, che per nostra fortuna ne è uscita vincente e rafforzata.

Non è invece affatto concluso il dibattito che sta dietro il fatto specifico, quello del legame strettissimo fra arte e cibo, rispetto al quale il futurismo ha avuto quell’atteggiamento di rottura radicale adottato in tutti i campi dell’agire poetico ed umano. In fondo il rapporto fra la natura morta seicentesca e il Manifesto della cucina futurista, è lo stesso che intercorre fra l’arte che rappresenta il reale e quella che si confonde con lo stesso fino a non coglierne più le differenze.

Allo stesso modo, il rapporto fra il banchetto futurista e l’odierno proliferare di mostre e iniziative che mischiano la presunta arte al presunto cibo (basti pensare a quanto avvenuto sulla scia del nutrire il pianeta di Expo 2015);  è lo stesso che intercorre fra un’arte che, pur con il rischio di sbagliare, si attribuiva un ruolo d’intervento radicale nella realtà e un’altra che si accontenta di una spettacolarizzazione approssimativa e volgare della stessa.

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