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di Francesco Merlino

Era uno di quei bar a cui si accedeva scendendo una rampa di scale, metafora dell’inferno.

Era la notte della vigilia e il bar era pieno di assenze, perché anche gli abituali, gli unici che lo mandavano ancora avanti, si erano dileguati chissà dove; a giudicare dai non-orari che rispettavano con precisione e dal numero di volte in cui toccavano il fondo del bicchiere con lo sguardo, nessuno avrebbe mai immaginato avessero una famiglia da cui andare.

Quella notte il barista spolverava il bancone, era un uomo solo per fortuna e non avrebbe saputo cos’altro fare, altrimenti avrebbe di certo maledetto gli unici tre clienti che si ostinavano a bere e fumare, seduti intorno al cerchio di legno che ne univa le solitudini.

Ma la solitudine non era la sola comunanza che teneva vicini quegli uomini tristi. Ciò che li accomunava ancor più era il fatto che quei tre uomini erano tutti poeti.

Salvatore era il più loquace, accento siciliano degnamente camuffato, dignità borghese ostentata non altrettanto bene.

Giuseppe aveva un basco in testa che lo proteggeva come un elmetto, la barba bianca bucata dall’incuria e le rughe erano cicatrici della vita.

Fernando stava zitto, avvolto dalle tenebre dell’angolo più lontano dal lampadario e dal cappotto nero che teneva abbottonato e col bavaro alzato sino agli occhi, neri anch’essi e fissi.

Si passavano una bottiglia già più volte finita e parlavano della vita.

Così, un po’ per gioco, un po’ per davvero, Salvatore strappò un lembo di tovaglia di carta e tirò fuori dalla tasca una matita dalla punta arrotondata. Vedeva la sua solitudine in quella degli uomini tutti, la rappresentava con gli occhi dei ricordi di giornate senza un soldo a ritrovarsi in balia di se stesso e degli esami di ingegneria mai terminati, un po’ per impossibilità economiche, un po’ per incompatibilità.

Sarà stato il vino, ma gli parve di vedere un presepe davanti ai suoi occhi lucidi e ne balbettava la descrizione, con la bocca incollata dagli zuccheri dell’alcol. Beffardo dipingeva la differenza tra la serenità dei volti delle statuette di legno, che rappresentavano un pastore, un Magio o il Re del mondo, e i volti guerreggianti della gente, impegnata in una continua lotta alla quale il poeta non può partecipare, vuoi per codardia, vuoi per poesia.

Natale. Guardo il presepe scolpito,


dove sono i pastori appena giunti


alla povera stalla di Betlemme. 


Anche i Re Magi nelle lunghe vesti


salutano il potente Re del mondo.


Pace nella finzione e nel silenzio


delle figure di legno: ecco i vecchi


del villaggio e la stella che risplende,


e l’asinello di colore azzurro.


Pace nel cuore di Cristo in eterno;


ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.

Anche con Cristo e sono venti secoli


il fratello si scaglia sul fratello.


Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino


che morirà poi in croce fra due ladri?

 

Giuseppe prese il vino e il pezzo di tovaglia. Si versò il primo con lo sguardo da marinaio, poche parole, tanti pensieri.

Aveva la capacità di sintetizzare la vita con lo sguardo, ridurla all’osso. Forse perché lui di ossa ne aveva viste tante in trincea, tante che era un continuo tremolare interiore, un’interiorità tanto spogliata che si metteva a nudo davanti a tutti, senza poter nascondersi dietro la sua esile figura di carne.

Aveva bisogno di solitudine e non la ripudiava. Uscire da quel bar gli sarebbe stato impossibile, vuoi il rumore delle macchine che gli ricordava quello dei mezzi armati, vuoi la calca intenta nelle ultime passeggiate gioiose che lo avrebbe travolto. Così si sentiva impossibilitato ad alzarsi da quello sgabello, come se avesse un peso a gravargli sulle spalle. Rimase lì, appoggiato al suo mondo e al suo bicchiere, come un oggetto dimenticato da tutti, ma, purtroppo, non da se stesso.

Non ho voglia


di tuffarmi

in un gomitolo

di strade

 

Ho tanta

stanchezza

sulle spalle

 

Lasciatemi così

come una

cosa

posata

in un

angolo

e dimenticata

 

Qui

non si sente

altro

che il caldo buono

 

Sto

con le quattro

capriole

di fumo

del focolare.

 

Quando smise di parlare con gli occhi fece fare un salto al bicchiere, tavolo bocca andata e ritorno.

La luce fioca del locale gli disegnava in volto le ombre delle rughe sudate e del suo naso largo.

Dopo una smorfia rassegnata, passò la tovaglia ed il lapis all’angolo più buio del tavolo.

Fernando non provò neppure ad afferrarli. Il suo esser poeta era diverso, nessuno l’avrebbe sospettato senza saperlo. Sembrava più un contabile, un’ombra.

Era un uomo tanto comune che il suo cognome voleva dire “persona”. Una persona come tante, che aveva fatto della sua normalità il suo dramma, la gabbia da cui fuggire, senza apparentemente ribellarsi.

Era portoghese, e come tutti i portoghesi si portava dietro quella nostalgia di tutto, che in lui si manifestava nel riverbero bianco dell’anima che aveva negli occhi, unica macchia bianca in una figura oscura.

Aveva già bevuto molto, più degli altri due, ma senza darlo a vedere.

Dopo poco, essendosi accertato che gli altri non lo vedessero, prese la matita e scrisse qualcosa.

Nel suo Natale non si festeggiava una nascita, ma una morte. Perché per ogni Dio che nasceva, molti altri ne morivano e ciascuna nuova nascita non era altro che l’ennesima morte annunciata, causata dai cambiamenti dell’uomo, della Fede, della scienza.

Per questo non se la sentiva di affidarsi ad un Dio coi giorni contati in quella notte di Natale e si affidò a se stesso, alla solitudine di quegli uomini soli.

Nasce un Dio. Altri muoiono. Non ci è giunta né ci ha lasciato la verità: muta l’Errore. Abbiamo ora un’altra Eternità, e ciò che è passato in fondo era migliore.

Cieca, la Scienza ara gleba vana. Folle, la Fede vive il sogno del suo culto. Un nuovo Dio è solo una parola. Non credere o cercare: tutto è occulto.

 

Finito di scrivere prese il brandello di tovaglia e lo accartocciò. Salvatore e Giuseppe lo guardarono per un attimo, poi basta.

Chi ha bisogno di star solo non ha bisogno di far sapere a nessun altro del proprio cenone di Natale.

Si alzarono e non pagarono il conto, il barista non li rincorse, era troppo stanco, e si rimise a spolverare il bancone, che era già pulito abbastanza.

 

Salvatore Quasimodo non si laureò mai in ingegneria ma vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1959. Sul palco della Sala dei Concerti, a Stoccolma, si dimenticò della solitudine di quel cenone di Natale nel bar con la scala che scendeva.

Giuseppe Ungaretti inventò l’ermetismo, non dimenticò mai la guerra e non smise mai di tremare interiormente. La sua poesia fece epoca, segnando la fortuna di grandi poeti del novecento che lo videro come esempio. Morì di broncopolmonite nel 1970, proprio come si moriva in trincea. Al suo funerale non partecipò neppure una rappresentanza ufficiale del Governo.

Fernando Pessoa tornò al bar anche i giorni successivi a quella notte di Natale, dal momento che morì di cirrosi epatica nel 1935, senza aver mai vinto premi e senza essere mai riconosciuto come poeta dalla gente del suo tempo. Ma a ogni Natale un Dio nasce, ed oggi io so che era un poeta.

Tutte e tre le poesie si intitolano Natale.

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