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di Francesco Merlino

 

#MidnightInVenice

“I fiori tutt’intorno erano molli di sangue.
Lottava con la Morte. Ma fu breve lotta,
perché l’arma della Morte ha filo tagliente.
Né più poté parlare il nobile cavaliere”

Così morì Sigfrido, eroe del poema epico del Nibelungellied (La canzone dei Nibelunghi), a cui Richard Wagner si ispirò per il suo capolavoro L’anello del Nibelungo.

L’epica ci insegna che la morte è il momento più importante della vita di un eroe, che deve essere abile a scegliere modo e tempo adatti per il trapasso, così da essere consegnato inevitabilmente all’immortalità. Perché è quando si spegne un eroe che la sua luce si accende e comincia a brillare per sempre.

Una delle particolarità di Venezia è che sovverte le leggi della fisica.
Qui la luce non si propaga nello spazio, perdendosi in un impercettibile senso di visibilità, ma nell’acqua, che la sottrae all’etere e la conserva così come nasce, trasportandola sui semicerchi paralleli delle onde, che le danno la forma di sentieri a zig-zag. Per questo le vie sono buie ma i canali luminosi.
Così, navigando lungo il Canal Grande di notte, è facile credere che ogni sentiero di luce conduca ad un eroe, basta riconoscere quello che porta al proprio prediletto.
Una delle luci più nitide e riconoscibili è quella che attira ogni sera la processione di barche piene di uomini in giacca che vanno ad affidare la propria vita ad un giro di ruota. È la luce che proviene da Ca’ Vendramin, uno dei palazzi più belli del Canale, oggi sede del Casinò di Venezia. Ma la luce che emana non proviene dai fasti ingannevoli delle slot machine, bensì da una camera al piano mezzanino, nella quale, in un assolato pomeriggio di febbraio del 1883, Richard Wagner morì, emanando una luce tale da ridurre il tiepido sole di fine inverno ad una timido lumicino.

“Triste, triste, triste…” così Giuseppe Verdi descrisse il trapasso del compositore tedesco, che ebbe un’eco potente in tutto il mondo, finendo sulle prime pagine dei giornali e nei capitoli di romanzi come Il Fuoco di D’Annunzio.
Ma di cosa morì Richard Wagner? Cosa giustificò lo sprigionamento di una luce così forte?

L’estate del 1882 fu particolarmente faticosa per Wagner, impegnato negli estenuanti lavori di allestimento della sua ultima opera, il Parsifal, che gli causarono numerosi malori ed acciacchi, giustificati anche dall’età. Così, come spesso aveva fatto, in settembre decise di partire con tutta la famiglia per Venezia, unico posto che gli concedesse un riposo rigenerante.

Il 16 settembre Richard Wagner, insieme alla moglie Cosima, i figli, i precettori, i domestici e la bambinaia, prese alloggio nell’appartamento di Palazzo Vendramin, dove rimase, tra note di pianoforte e simposi con gli amici, sino a quel fatidico pomeriggio di febbraio.
Quel giorno, alle 13 e 30 circa, si era recato presso l’appartamento l’amico e pittore Poul Joukowsky, che trovò Cosima seduta al pianoforte, intenta nel suonare L’elogio del pianto di Schubert. Sola perché Wagner aveva fatto annunciare da un suo servitore che non si sentiva molto bene e che per questo avrebbe pranzato da solo in camera da letto.
Nulla di strano né di eccessivamente preoccupante, almeno finché Betty, la cameriera, non spalancò di soprassalto le porte, facendo irruzione nella stanza.
Pallida in volto e sopraffatta dall’agitazione, disse alla signora Cosima di accorrere di là perché suo marito si sentiva molto male.
Cosima lo trovò steso a terra, in preda alle convulsioni, e lo stese su un divano.
Lì, pochi istanti dopo, morì di infarto Richard Wagner.
Dicono che Cosima si stese sul corpo del marito e lì rimase, avvolgendolo in un abbraccio per venticinque ore, senza mai muoversi né staccarsi da lui.
Ma né il dolore straziante della donna amata né tanto meno un “banale“ attacco di cuore bastano a raggiungere l’epicità attesa dalla morte di un eroe.
Il dottor Keppler, giunto proprio negli istanti in cui il compositore spirava, scrisse nel suo rapporto che il collasso fu provocato da “uno stato di sovraeccitazione fisica”.
Ed  intorno a questo cardine ruota il mistero della morte di Wagner.
A cosa poteva essere imputato, infatti, quello stato di eccezionale eccitazione fisica, dal momento che il compositore se ne stava steso a letto e considerando, inoltre, che in quel periodo era totalmente dedito al riposo e libero dallo stress lavorativo?
E cosa ci faceva la fidata cameriera Betty nella camera da letto di Wagner, quando il maestro stesso aveva espressamente ordinato di voler restare solo?
Queste perplessità, unite alla presunta fama da Don Giovanni del compositore, diedero adito alla teoria, avanzata per primo dal direttore d’orchestra René Leibowitz in Les scandales de Richard Wagner, secondo la quale Wagner si sarebbe sentito male durante un rapporto adultero con la cameriera.

Questa sarebbe dunque la fine di un eroe romantico, Richard Wagner, che, temendo di non poter andarsene con epica morte, pensò che sarebbe stato eroico lo stesso morire durante l’amplesso.
Di certo non vi è nulla se non i dubbi.
Ma la verità non è necessaria perché la luce di Richard Wagner continui a splendere lungo il Canal Grande, anche perché, come diceva il maestro, è l’immaginazione a creare la realtà.

In copertina: Richard Wagner insieme ad amici e familiari nell’appartamento di Ca’ Vendramin

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