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di Francesco Merlino

La caccia alla volpe è un rituale brutale.

I cacciatori suonano il corno prima di liberare i cani ed iniziare, così che la volpe abbia il tempo di accogliere la paura. Se abbastanza lesta, la volpe entra nella tana, che è un buco scavato sotto terra, dove i cani non riescono ad entrare.

E mentre fuori imperversa l’inferno, la volpe attende nella speranza.

A Perugia c’è una grande tana. È ovviamente nascosta agli occhi di chi passa, scavata sotto la cattedrale di Sant’Ercolano. Si tratta di un rifugio antiaereo risalente alla seconda guerra mondiale. Nell’ottobre del 1943 la guerra era già persa nelle teste degli italiani. L’8 settembre Pietro Badoglio aveva annunciato l’entrata in vigore dell’armistizio di Cassibile, firmato con le forze anglo-americane.

Così iniziava la fine della guerra, che fu il momento più brutale della guerra stessa. Eisenhower diede inizio all'”operazione Achse”, ossia all’occupazione armata della penisola da parte degli alleati, per liberarla dalle forze tedesche. Ma “freedom is not free”. La libertà del popolo italiano doveva passare attraverso le bombe di chi libera e le morti, ulteriori, di chi occupa e, inevitabilmente, di chi è occupato.

Perugia non è ancora stata violata, ma si ha la sensazione che qualcosa stia per accadere, si sente il suono del corno da caccia.

Così, con il fulmineo benestare (sarebbe difficile da credere se non si trattasse di bombe) delle autorità cittadine, si scava un’enorme tana, sotto la città, perché si sente già nell’aria il ronzio degli stormi dei Bristol Beaufighter della Raf (Royal Air Force).

Il rifugio è un dedalo, neanche troppo complicato, di corridoi. Entrarci oggi fa, a primo impatto, lo stesso effetto di entrare in una cantina: umida al punto che piove sottoterra, e piena di fango, al punto che dovrò buttare le mie scarpe nuove.

È un involucro di mattoni rossi, interrotti ad intervalli precisi da qualche lampadario arrugginito. Ogni tanto si notano dei resti di legno, mangiati dall’umidità, di vecchie panche dove la città attendeva con i gomiti sulle ginocchia e le mani in faccia.

Non c’è nulla dentro, se non le latrine, originali (e si vede), le scritte a matita tracciate sui muri con mano insicura, in italiano e in tedesco, da chi sapeva che stava consegnando una testimonianza alla storia, ed una piccola stanza vuota, forse al tempo un’infermeria, che oggi a nulla serve se non a restringere claustrofobicamente il corridoio.

Non c’è niente se non qualche ricordo della paura, come quello di un signore che ripensa al giorno in cui gli inglesi sono arrivati davvero, per la prima volta, ed hanno portato la morte dal cielo. I genitori gli avevano dato uno zaino con dentro un salame e l’ordine di cavarsela.

Il rifugio era pensato per contenere trecento persone, ma la legge della paura ha giustamente il sopravvento su ogni altra legge. Così ci si trovava in migliaia, volpi spaventate, accucciate senza fare un rumore se non quello di un’Ave Maria. Il corridoio finisce con una porta che cela una scala a chiocciola, costruita sapientemente, in modo che non si possa vedere a più di due scalini di distanza, così da permettere a chi scappa di potersi dissolvere nel nulla. La scala sfocia nella Rocca Paolina, al tempo l’accesso principale al rifugio.

Diciassette volte, dall’ottobre del 1943, il popolo perugino sentì il suono terrificante della sirena che preannunciava l’arrivo dei caccia(tori) inglesi. Le bombe caddero per lo più in periferia, andando a colpire i ponti, le ferrovie, l’aeroporto di Sant’Egidio e tutti i punti nevralgici della comunicazione viaria della città; ma anche nel centro storico, provocando danni in via Cartolari, via Brunamonti, alla chiesa del Carmine e causando, oltre alle macerie, ventotto morti tra i civili.

Quello di Sant’Ercolano non è l’unico rifugio della città; molti altri luoghi furono adibiti a “tana della volpe” durante i bombardamenti degli alleati, anche la galleria Kennedy, ancora non ultimata, aveva questa funzione, oltre ai rifugi privati situati nelle cantine dei palazzi del centro.

Il 20 Giungo del 1944 gli alleati entrarono in città. Da allora niente più suoni di sirena. Il bunker così venne chiuso per sempre insieme alle paure che ancora contiene, riaperto solo per qualche rara visita guidata, come quella che mi ha portato a scoprirlo.

Ciò che cambia, una volta usciti da luoghi come questi, è la percezione che si ha del circostante. Cammini sapendo che sotto i tuoi piedi c’è un mondo, fatto di luoghi che hanno visto e dato vita. Un muro non è più solo un muro, ma è l’inizio di qualcosa.

È banale da dire ma il bunker di Sant’Ercolano è un pezzo di storia, ed ha ancor più ragione d’esserlo in quanto rimasto incontaminato, dal momento che la sua inaccessibilità l’ha preservato dai cambiamenti del tempo.

Non mi sento di dire che ci si trovi davanti all’ennesimo caso di dappocaggine e noncuranza nei confronti di un patrimonio culturale tanto ignoto quanto importante. Non me la sento dal momento che, entrando in quel rifugio antiaereo, si percepisce il rispetto che quel luogo impone, la sua incompatibilità con le locandine pubblicitarie.

Si sente il respiro della gente che aspetta, mentre fuori imperversa l’inferno.

Si ringrazia il Gruppo Speleologico CAI per averci guidato. Se vuoi saperne di più su Perugia sotterranea leggi anche Perugia Underground e Sala Gotica e Sala Salara: un viaggio negli inferi del Tribunale di Perugia.

Un commento su “Rifugi antiaerei: la tana dove si nasconde Perugia

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