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di Maddalena Papacchioli
A scanso di equivoci, principio la mia invettiva con una precisione doverosa. E parafrasando Petrolini, dico: “Salvini, io non ce l’ho con te. Io ce l’ho con chi ti mette un microfono davanti!”
Ebbene sì, oggi dopo gli ultimi indecenti siparietti di questi giorni di neve, sisma e disgrazie annesse, a cui ci ha fatto assistere Matteo Salvini (tra doposci indossati per protesta in uno studio televisivo e selfie in montagna diffusi e profusi via web), rifletto un po’ più a largo giro sulla fenomenologia del leader della Lega Nord. E mi convinco sempre di più che la notorietà di Matteo Salvini non è (non può essere, è evidente) tutto merito suo. Salvini non è uno che “s’è fatto da solo”, come quel cavaliere suo corregionale che, all’epoca, abbiamo soltanto potuto subire senza troppo difenderci, nell’esercizio abusivo della sua eterna riproduzione televisiva.
Salvini è, piuttosto, il prodotto nefasto di un sistema di comunicazione politica che si avvale, sempre più frequentemente, dello slogan scemo, della parolaccia ad effetto, della felpa colorata che lancia a caratteri cubitali messaggi identitari di non si capisce quali patrie comunitarie, del twit tempestivo quanto inopportuno, del selfie fuori luogo che si autocelebra senza documentare, etc.
Tutti noi conociamo la sua magnifica eloquenza, espressa attraverso un lessico che ci è ormai tristemente famigliare, di sproloqui ed insulti. Tutti abbiamo imparato a rassegnarci di fronte alla sua disinvolta leggiadria nel nuotare a pelo d’acqua sulla superficie dei problemi, e nell’offrire soluzioni improbabili. Tutti sappiamo della sua predilezione alle liti di cortile che mette in scena magistralmente negli studi dei talk show.
Ma andiamo oltre.
E poniamoci un quesito, se volete anche deontologico: La libertà di espressione (sacrosanta sì, per carità) va proprio sempre incoraggiata o ci sono dei casi-limite (vedi Salvini, appunto) in cui potrebbe bastare solo garantirla tecnicamente, senza far troppi danni? Ecco, perchè io, a questo punto, propenderei per la seconda ipotesi, più rassicurante.
Mi sembra che sia l’unica condizione che ci permetterebbe di uscire semiassolti da una colpa atavica che ci ritroviamo addosso, come un peccato originale, ogni qualvolta che, ingenuamente e sbadatamente (un po’ per ridere e un po’ per indignarci banalmente), ci ritroviamo a ritwittare, a ripostare, a linkare l’ultima boutade del commentatore tuttologo Matteo Salvini.
E’ una colpa, dicevo, che consiste nell’amplificare un messaggio negativo: una sorta di apologia di reato. E della quale, chiunque operi nell’informazione politica italiana, oggi deve sentirsi in concorso. Perché, come dicevo all’inizio, la notorietà mediatica di Matteo Salvini è, perlomeno, un concorso di colpa, da dividersi in tante piccole quote. Tante quanti sono, dicevo, i ritwit, le condivisioni, i link, e tutti i rimbalzi e i rimandi che di tanto in tanto fanno di Matteo Salvini un fenomeno virale.
E infine anch’io, che ne sto scrivendo, ho concesso colpevolmente a Matteo Salvini, quest’oggi, i suoi quindici minuti di (insulsa) celebrità. E se un click attirato dal suo nome che campeggia nel titolo di quest’articolo è valso alla sua lettura, vuol dire che anch’io, forse, ho un Mea Culpa da recitare in silenzio. E anche voi, dunque, che (fino a prova contraria) lo avete letto. E magari lo condividete o lo commentate.
Siamo tutti un po’ colpevoli. Non se ne esce.
Chi è senza peccato scagli il primo microfono!

Un commento su “Salvini, io non ce l’ho con te, ma con chi ti mette un microfono davanti

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